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gennaio 7, 2017 Posted by | Uncategorized | , , , | Lascia un commento

Top ten musicale 2016

Carlo Bordone, sul suo blog, elenca i 50 album dell’anno. Incuriosito perché seguivo Bordone all’epoca in cui scriveva sul Mucchio, mi sono andato vedere l’elenco. Molti dei 50 titoli non li conosco neppure, ma che fa? Andiamoceli a scaricare! Mano a mano che scarico però aumenta la perplessità. Ora le classifiche sono fatte apposta per suscitare il giochino del “son d’accordo su questo ma io avrei messo anche quell’altro” da una parte e dall’altra de gustibus non est disputandum ma… non è che gli album proposti non mi piacciano (sarebbe legittimo, posso avere altri gusti) ma al contrario mi piaciucchiano. 2 esempi capitali (che anche per la mia storia di ascolti non potevo non conoscere) sono i Motorpsycho e Lucinda Williams. Certo la seconda ha fatto un doppio album prezioso ma nessuno dei due mi “aggancia” come avevano fatto altri album del rispettivo passato. Strano? E sì che quest’anno ho ricominciato ad ascoltare musica nuova in dosi significative. Perché allora non tediare gl’incauti internauti che incappino su questo post con la mia top ten musicale del 2016? Detto fatto non ci ho messo molto. E i dubbi li ho avuti sulle posizioni basse, ma non assolutamente su quelle alte, testimoni in almeno due casi di improvvisi innamoramenti musicali che mi hanno fatto ricercare la discografia completa degli artisti in questione.

Ma per cominciare vorrei offrire 3 video che – nonostante gli album in cui sono contenute le canzoni non mi convincessero appieno – sono state in heavy rotation sul mio Youtube e sull’autoradio:

CeuPerfume do Invisivel (dall’album Tropix della cantante brasiliana che unisce le melodie tipiche della sua musica tradizionale alle influenze del blues, del soul e nell’ultimo album anche della musica elettronica)

Ariana GrandeDangerous Woman (dall’omonimo album di quella che, partita con ruolo di svampita nelle serie per ragazzini della Disney, sta diventando una bomba sexy della musica pop statunitense ma che non manca di doti canore decisamente apprezzabili; ad esempio cercate la versione a capella di questa title track per verificare come anche senza rete Ariana riesca ad offrire una grandiosa performance)

Banks & SteelzGiant (come recita Allmusic, si tratta dell’improbabile collaborazione tra RZA dei Wu-Tang Clan e Paul Banks degli Interpol per un mix al fulmicotone tra metal melodico e hip-hop assassino; il resto dell’omonimo album non regge le aspettative ma la title track è imperdibile)

10) Life Is Strange Soundtrack

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Non l’album che ti aspetteresti di trovare in una top ten; non un album che riuscirai a recuperare facilmente. Si tratta infatti della compilation che fa da colonna sonora al bellissimo omonimo videogioco e che si trova come CD a se stante esclusivamente nell’edizione plus del videogioco stesso. All’interno di questa colonna sonora si trovano gruppi anche molto conosciuti come Sparklehorse e Mogway ma è il mood complessivo estremamente coerente e adatto all’atmosfera malinconica e riflessiva del videogioco a proporsi come perfettamente riuscito ed adatto anche al di fuori del videogioco per tutte le uggiose giornate di pioggia che ci troviamo davanti).

9) Amos Lee – Spirit

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Il colto Amos Lee da Filadelfia propone un album di jazz e di pop sofisticato riempito da una meravigliosa voce soul. Il classico disco che ogni volta che l’ascolti ti dice qualcosa di nuovo e di diverso.

8) Elizabeth Cook – Exodus of Venus

cook

Qualcuno potrebbe chiedersi perché lasciar fuori Lucinda Williams e mettere dentro Elizabeth Cook, dato che fondamentalmente le coordinati musicali sono simili (un country contemporaneamente roots e condito da dosi massicce di rock). Anche solo perché le aspettative per Lucinda sono comunque alte e per questo mi ha sorpreso di più Elizabeth. Che in realtà è un’artista che conoscevo già, avendo nella mia collezione il suo primo album Hey Y’all del 2002, un divertente saggio di una giovane cantante country che si esibisce spumeggiante nei classici recinti del genere musicale. Ne ho perso poi le tracce e mi son perso tre album: neanche tanti considerando i 14 anni trascorsi. Nel 2016 esce questo nuovo album della biondina spilungona della Florida. E, musicalmente, si sentono tutti, nel senso che il suono è adulto così come i testi (non è in questo album ma ci vogliono le palle, per una cantante country tutto sommato “tradizionale”, per proporre una canzone dal titolo Sometimes It Takes Balls To Be A Woman – da Balls del 2007) e in generale la riuscita delle canzoni. E quando parlo di country non penso ovviamente al pacchiume alla Garth Brooks (anche lui lo scorso anno ha fatto uscire un nuovo disco, ma penso di non essere riuscito ad ascoltarlo tutto dall’inizio alla fine neppure una volta), ma esattamente al quel posto magico in cui il folk incontra il rock.

7) Green Day – Revolution Radio

green-day

Dopo Unos, Dos e Tres (il primo l’ho ascoltato giusto un paio di volte, il secondo ce l’ho lì ed il terzo manco l’ho scaricato) i Green Day tornano allo spirito e alle impostazioni melodiche e ideologiche di American Idiot. Non c’è forse la stessa compattezza di quell’album (ascoltato al punto da conoscerlo a memoria) ma almeno la direzione è quella.

6) The Kills – Ash & Ace

kills

Parlando dei Kills con un amico li ho definiti “punk” provocando sconcerto. Ma come punk?! Se sono l’apoteosi della fighettitudine?! Punk non nel senso di brutti sporchi e cattivi ma piuttosto di menefreghisti autodistruttivi musicalmente minimalisti (i famosi 3 accordi 3). Alla fine non sono i punk alla Rancid a fottere il sistema (anzi è il contrario: è il sistema che trasformandoli in moda fotte il loro ideale) ma sono i Kills che sfruttano il sistema dall’interno godendosela e buttando in faccia nichilisticamente al sistema stessa la merda che produce. Niente perciò di diverso dal solito. La riconferma che stanno bene, sono in forma, e musicalmente la loro anticrociata continua.

5) Red Hot Chili Pepper – The Getaway

rhcp

Josh Klinghoffer dimostra di non essere una meteora momentanea sulla scia di Frusciante ma di sapersi perfettamente integrare col trio storico Flea-Kiedis-Smith. E i Peppers continuano a fare musica perfettamente riconoscibile e contemporaneamente diversa da quella di tutti gli altri, compresi quelli che potrebbero essere anagraficamente figli loro. Divertentissimo il gioco coi figli di tenere il tempo su Dark Necessities. By the way, stupendo questo video per rappresentare donne non in un contesto ipersessualizzato, ma piuttosto come skaters, come le donne con le palle (di cui cantava la Cook) che mostrano non tette o culi ma abrasioni e ferite da tricks.

4) KT Tunstall – KIN

tunstall

Scozzese, realizza con KIN un album di canzoni belle ed efficaci. Ma il meglio lo da in concerto, soprattutto quando si esibisce in strabilianti performance da one woman band.

3) Kiiara – Low Kii Savage

kiiara

Kiiara (al secolo Kiara Saulters) è una ragazzina di 21 anni dell’Illinois (speriamo non faccia parti dei noti nazisti di quelle parti…) e Low Kii Savage è un EP. Nonostante ciò una volta sui riproduttori è difficilissimo passare ad altro. Fulminante il singolo Gold che sembra “sgocciolare” pattern musicali per tutta la canzone, ma non da meno sono le altre 5 canzoni di cui citerò solo Tennessee. Se a 21 anni fai una cosa del genere, sostanzialmente un promo a livello di industria musicale, o diventi un dio della musica o sarai maledetto nei secoli. Ogni mio augurio a Ki(i)ara che per lei si aprano le porte dell’empireo!

2) Lydia Loveless – Real

loveless

Lydia Loveless (al secolo Ankrom – e obiettivamente si può capire perché un cognome del genere abbia bisogno d’essere cambiato…) è un’altra ragazza di soli 5 anni più “anziana” di Kiiara, ma con al suo attivo già 4 album che possono essere ascritti all’area alt-country. Nel 2011 avevo acquistato il suo secondo album – Indestructible Machine, il primo, se non erro, ad avere distribuzione internazionale – e mi aveva impressionato l’energia, non purtroppo la capacità di “costruire” canzoni memorabili. Col secondo album migliora e col terzo le sue canzoni sono praticamente perfette: un mix di sonorità roots e di energia rock combinate dal fuoco di una giovane e trascinante personalità.

  1. Haley Bonar – Impossible Dream

bonar

E qui arriva il vero amore. Non conoscevo prima d’inciampare nel suo ultimo album Haley Bonar, non avevo mai ascoltato prima qualcuno dei suoi precedenti 5 album. Ma quando ho ascoltato Impossible Dream l’ho poi riascoltato e riascoltato e riascoltato e riascoltato… fino a quando ho deciso di recuperare anche gli album precedenti di Haley (finora sono però riuscito a recuperare solo penultimo – Last War – e terzultimo – Golder) e finora nessuno è risultato inferiore alle aspettative. Il folk-rock di Haley è impreziosito da una voce stupenda e da canzoni semplicemente perfette, in bilico tra gioia e malinconia.

gennaio 7, 2017 Posted by | musica | , , , , | Lascia un commento

Sono nato il 4 ottobre 1976

Sui miei documenti sta scritto che sono nato il 2 dicembre del 1964, ma in realtà ho iniziato a vivere il 4 ottobre del 1976 (era un lunedì). Quel giorno avrei dovuto essere a scuola, in seconda media. Invece dal 26 settembre ero in ospedale, il Ca’ Granda di Milano, per l’intervento risolutivo della Tetralogia di Follot, malattia congenita che vede quattro malformazioni a carico del sistema cardiocircolatorio (da Wikipedia):

  1. La comunicazione fra i due ventricoli, le due parti pompanti del cuore (difetto del setto ventricolare).
  2. L’origine biventricolare dell’aorta, che si trova a cavallo fra i due ventricoli, sopra il difetto interventricolare (Aorta a cavaliere).
  3. Una stenosi (restringimento) sottovalvolare e valvolare polmonare.
  4. Un’ipertrofia (cioè ingrossamento muscolare) del ventricolo destro, come conseguenza degli altri difetti.

ospedale1I bambini affetti da questa patologia venivano comunemente chiamati “bambini blu” perché al minimo sforzo il sangue venoso si mescolava al sangue venoso mandando in ipossia con svenimento il bambino o la bambina. Ero già stato da piccolissimo operato con un intervento preparatorio, ma finalmente nel 1976 era arrivato il momento di concludere il lungo calvario che dalla nascita fino ad allora aveva trascinato me, mio padre e mia madre in giro per gli ospedali di tutto il nord Italia.

Mi ricordo ancora con estrema chiarezza quel giorno. Aghi, ospedali, esami sono cose che da sempre mi terrorizzano, ma quel giorno non vedevo l’ora di andare in sala operatoria per poter diventare un “bambino normale”. L’infermiere del reparto incaricato di portarmi in sala operatoria si chiamava come me Francesco, ed in maniera davvero simpatica mi fece gli auguri e mi disse che dovevamo festeggiare il nostro onomastico. Ai miei genitori, arrivati in reparto quando ero già stato portato via – mi portarono in sala operatoria prima dell’apertura del reparto alle visite – chiese se avessero da brindare per l’occasione.

Mi risvegliai di sera in una saletta, collegato a una macchina che svolgeva al posto del mio corpo le funzioni respiratorie, con un temporale tremendo al di fuori tanto che la rete elettrica cadde in ospedale e venne sostituita dai gruppi elettrogeni in dotazione (come mi raccontò dopo mio padre, in attesa in una sala attigua). All’inizio non riuscivo a distinguere mio padre oltre la vetrata per le “visite” quando gli infermieri me lo indicavano, ma poi col trascorrere della notte, col progressivo migliorare delle mie condizioni, riuscii a mettere a fuoco il locale, con gli altri pazienti, operati come me, che progressivamente venivano dimessi e portati nelle camere postoperatorie del reparto, mio padre che aveva passato tutta la notte ad attendere nei locali per i parenti e si affacciava al vetro quando venivano aperte le tendine per le “visite”.

ospedale2Il giorno dopo venni anch’io “estubato” e portato nelle camere postoperatorie del reparto di chirurgia.

Mai giorno come questo del 4 ottobre 1976 ha segnato la mia vita. Finalmente potevo cominciare a pensare a giocare, a correre, a divertirmi senza il timore che le forze mi venissero meno, senza accasciarmi a terra alla mercé del fato. Ad essere un ragazzino normale. Certo la cautela imponeva di non esagerare, di evitare lo sport agonistico e sforzi pesanti prolungati, ma davvero da allora iniziai a vivere una vita ragionevolmente normale. Anzi, non era con quello finita. Passarono ancora settimane di controlli ed esami e venni dimesso solo il successivo 22 ottobre. Seguì un periodo di convalescenza a casa e praticamente tornai a scuola solo dopo le vacanze di Natale. Probabilmente, a posteriori, quell’anno scolastico sarebbe stato meglio mi fosse fatto ripetere, ma quale professore avrebbe spontaneamente bocciato un ragazzino rimasto a casa quasi tre mesi per un’operazione al cuore? Un ragazzino non particolarmente capace ma neppure irrequieto o svogliato. Un ragazzino tenuto fino ad allora, dai genitori, dagli insegnanti, dalla vita, sotto una campana di vetro per evitare che crollasse per lo sforzo, privo d’ossigeno?

Certo la trafila di esami e controlli continuò ed addirittura ritornai in ospedale per un’altro intervento – stavolta di ulcera perforata, che cambiò la mia prospettiva politica del mondo (ma questa è un’altra storia) – ma, finalmente, potevo considerare me stesso guarito. Potevo considerare me stesso completo e pari ai miei compagni ed amici. Quel 4 ottobre 1976 sono davvero nato per come mi conoscete ora.

ottobre 5, 2016 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , | Lascia un commento

Suicide Squad: un’opinione diversa

posterFinalmente sono andato a vedere Suicide Squad, film tanto felice al botteghino quanto stroncato dalla critica e dai “bene informati”. Su tutte le recensioni prendo quella di Giulia D’Agnolo Vallan sul Manifesto del 13/08/2016. Si inizia a constatare come vi sia “Rottura netta tra le reazioni critiche e quelle del pubblico sta diventando un po’ la regola per la nuova vena di supereroi sfornati dalla collaborazione tra Warner Brothers e Dc Comics.” Si trovano riferimenti alti, anche come limite, ma purtuttavia apparentemente senza meritarsi tutti i pollici versi ricevuti: “Come era successo la primavera scorsa per Batman vs Superman, l’uscita americana di Suicide Squad è infatti stata preceduta da un’unanimità di pollici rivolti verso il basso, ma accolta con entusiasmo dagli spettatori, al punto che il nuovo lavoro di David Ayer – che è poi un libero adattamento di Quella sporca dozzina di Aldrich – ha registrato gli incassi più alti della storia per le uscite nel mese di agosto, superando il record di Guardians of the Galaxy, un film il cui animo anarcoide e irriverente Suicide Squad cerca apertamente di emulare. Purtroppo senza riuscirci; ma anche senza meritare le recensioni devastanti che ha subito.” Però, nonostante tali premesse, la conclusione è che: “Autore interessante quando si confronta con un progetto piccolo e originale come il poliziesco End of Watch, alle prese con un budget di 175 milioni di dollari Ayer è un regista privo di immaginazione. E, se qui è meno statico di quanto lo fosse nel soporifero film di guerra Fury, la sua azione non ha coreografia o coerenza interna. E non sembra nemmeno molto interessato a lavorare su linguaggio del fumetto. Per portare al cinema i supereoi bisogna capirli e amarli almeno un po’, come ci ricorda per esempio Joss Whedon. E, se Christopher Nolan aveva (malamente) celato la sua accondiscendenza nei confronti del loro mondo dietro alla pretenziosità dei suoi film, il suo discendente diretto Zack Snyder (regista di Batman vs Superman e qui produttore/autore) non ha nemmeno quell’ispirazione. Come Batman vs Superman, anche Suicide Squad sembra girato nel catrame, ma il suo «nero» non assume mai la dimensione esistenziale tragica che Tim Burton aveva dato ai suoi film sull’uomo pippistrello [sic]. È un’immagine confusa e basta.” Se non è devastante dire che il film sembra girato nel catrame…

Ebbene, qual è la mia opinione? Penso forse che Suicide Squad sia un capolavoro? Di certo no. Penso che – per restare in ambito DC Comics, Suicide Squad sia meglio della trilogia di Nolan? No. Penso forse che sia meglio del reboot di Superman del presunto privo d’ispirazione Zack Snyder: L’uomo d’acciaio? Ancora no. Al contrario di quanto sostenuto da Giulia D’Agnolo Vallan, almeno in questo film, Snyder dimostri un grande amore e rispetto nei confronti del personaggio e riesce a renderne il respiro epico e drammatico. Penso almeno che sia meglio del successivo Snyder: Batman v Superman: Dawn of Justice? Assolutamente sì. Intanto il più grosso problema per un fan dell’uomo-pipistrello nel guardare questo film è che Batman se ne va in giro per ogni dove sparando ed ammazzando criminali. Per quanto era questo che faceva il personaggio nelle sue origini tra le mani di Bob Kane, la vulgata attuale lo vuole completamente avverso alle armi da fuoco ed all’uccisione dei suoi antagonisti. Nessuno dei protagonisti di Suicide Squad soffre di questo problema per fortuna. E nel complesso, pur senza essere un capolavoro, pur senza essere un film che resterà nella memoria di un cinefilo, Suicide Squad è un film divertente, che non irrita i fan dei personaggi DC ma anzi – come vedremo poco sotto – riesce a deliziarli anche al di là della riuscita formale.

Harley-Quinn-1Molti hanno fissato la loro attenzione sulla interpretazione del Joker offerta da Jared Leto valutando se potesse essere paragonabile a quelle offerta da – tra gli altri – Cesar Romero, Jack Nicholson, Heath Ledger. Quello che invece vorrei sottolineare è il ruolo di Harley Quinn – perfettamente interpretato da Margot Robbie -. In un confronto con entità di potere mistico come l’Incantatrice e suo fratello, razionalmente una ex psichiatra psicopatica ed assassina senza nessun potere non sarebbe forse la scelta più logica. Ma non è un caso se il film si risolleva, anche nelle risate e nel rumoreggiare di consenso del pubblico ogni qual volta che Harley se ne esce con qualche candida e contemporaneamente acidissima battuta. Non è un caso se Harley sia il vero collante dell’improbabile squadra, e allora se un vero difetto vogliamo trovarvi è che avrebbe dovuto avere un ruolo ancora maggiore nell’economia della trama. E la cosa buffa è che Harley Quinn è un personaggio relativamente nuovo, essendo stata creata da Paul Dini per Batman: The Animated Series (serie animata prodotta dal 1992 al 1995 per la televisione). Non solo il personaggio è sopravvissuto alla serie animata, ma è stato inserito nel canone di Batman ed ha già offerto eccelsi esempi di sé dentro e fuori dal fumetto, ad esempio nel videogioco Batman: Arkham Asylum o nella graphic novel The Joker di Azzarello e Bermejo. Il punto di forza del personaggio di Harley Quinn – perfettamente messo in luce nella sequenza in cui Incantatrice le mostra i suoi più reconditi desideri – è che fondamentalmente è una ragazzina borghese che vuole una vita borghese con tanto di casetta, marito amorevole e figli da accudire. Ma l’incontro col Joker – lui sì completamente dis-umano, elementale incarnazione del male – la spoglia della moralità collegata a quel sogno trasformandola in un ibrido assolutamente affascinante di candore (fantastica la sequenza in cui Harley in cella legge l’equivalente di un Harmony) e perversione. Ed ogni battuta di Harley nel film è – volutamente – densa di questa ambiguità. In sostanza basterebbe da sola Harley/Margot Robbie a salvare questo film (come mi disse una volta una persona a proposito del Resident Evil di Paul W. Anderson: “basta la presenza di Milla Jovovich a giustificare il costo del biglietto”) ma non per mera maschile predilezione per le forme femminili. D’Agnolo Vallan descrivendo Harley come un mix di cheerleader e stripper non ne coglie che la superficie. Harley Quinn è la donna finalmente postfemminista, libera dalla necessità di ottenere l’approvazione maschile e se da tutta se stessa al Joker non lo fa per conformismo sociale, ma esclusivamente per libera ed autonoma scelta (ed è per questo che Joker non può non amarla e salvarla: oltre il legame con l’umano per il male non ci sarebbe che l’autodistruzione). La stessa libera scelta che la fa proseguire nella missione suicida anche se è libera dal ricatto che costringe il gruppo di criminali a non andarsene per i fatti propri, convincendo anche gli altri a seguirla (nella scena del bar).

Infine, per quanto sia innamorato del Joker di Nicholson, Leto offre un’interpretazione di questo personaggio decisamente degna di un maggiore sviluppo. Non una persona semplicemente sconvolta da un incidente che ne abbia deturpato il volto, ma una forza malefica in sembianze umane. Assolutamente fantastica la scena del club dove lo scagnozzo che definisce “puttana” Harley (anche se in senso di apprezzamento) fa scattare – e sembra di sentire il “click” nella sua testa – la furia del Joker che porta lo scagnozzo in un tunnel senza uscita. Per questo, pur convenendo che molte cose potevano essere migliori (uno dei miei principi universali di valutazione è che quando in un opera sia esso libro/film/fumetto/videogioco/ecc. – che non sia esplicitamente un horror con zombie – saltano fuori degli zombie o creature ad essi assimilabili è perché lo scrittore non sapeva più che pesci pigliare), considero Suicide Squad un discreto film e spero che i personaggi di Harley Quinn e di Joker, magari interpretati dagli stessi attori, possano essere ripresi per un film con un più cospicuo e soddisfacente spazio a loro dedicato (e perché non qualcosa ispirato alla graphic novel di Azzarello e Bermejo?).

 

 

agosto 23, 2016 Posted by | batman, cinema, fumetti, Uncategorized | , , , , , , , | 3 commenti

La merda musicale di Rolling Stone: gli anni 90 in Italia non sono stati solo questo

I 10 migliori album italiani degli anni '90   Rolling Stone Italia_20160820162139Noto su Facebook un post da Rolling Stone (edizione italiana) che propone “I 10 migliori album italiani degli anni ’90“. Curioso lo apro, leggo le 10 scelte con cui la Redazione vuole mostrare un gruppo di opere che “rappresentano il meglio dell’ultimo decennio del secolo scorso, tra indie rock, pop da classifica e street credibility”. Le dieci opere le trovate a quest’indirizzo: http://www.rollingstone.it/musica/news-musica/i-10-migliori-album-italiani-degli-anni-90/2016-08-19/ ma l’articolo completo è nell’immagine allegata che vi potete tranquillamente scaricare.

La mia prima reazione è stata: Lammerda! Oddio, qualcuno degli album potrebbe pure starci, ma non mettere nella decina Curre curre guagliò dei 99 Posse usato nella colonna sonora di Sud di Salvatores è essere musicalmente in malafede! Qualcuno potrebbe pensare del sottoscritto “oh ve’ che bestia. E il maestro lui vuol fare a loro!”. Ora è chiaro che qualsiasi classifica è sempre soggettiva ed è anche bello il gioco che innesca dei “ce l’ho”, “mi manca”, “bello”, “brutto”, “io avrei messo questo o quest’altro”. Ad esempio non capisco come non possa essere presente l’ultimo – stellare – disco di Fabrizio De André Anime salve (1996) che sia da un punto di vista musicale, sia da un punto di vista letterario sta miglia al di sopra di qualsiasi dei dischi selezionati. Ma certo si tratta di un prodotto “autoriale”, in qualche modo “d’élite”. Perché allora non inserire nessun disco di Ligabue, per cui gli anni ’90 sono stati quelli maggiormente produttivi e felici? E’ assolutamente rappresentativo di una certa musica anni ’90, che tra l’altro continua ad essere apprezzata e tenuta in vita dalle varie tribute band in giro per la Penisola.

Ma Curre curre guagliò, anche al di là dell’apprezzamento o meno musicale che si può avere per questo disco, è rappresentativo di qualcosa che è completamente escluso dalla classifica di Rolling Stone, cioè il circuito politico e musicale che negli anni ’90 ha trovato incubatrice e fermento nei centri sociali, come appunto Officina 99 a Napoli (base appunto dei 99 Posse) o il Leonkavallo a Milano. E delle tante produzioni, forse anche migliori da un punto di vista strettamente musicale rispetto a quella dei 99 Posse – come non pensare ad esempio almeno a Sanacore degli Almamegretta (1995) -, Curre curre guagliò incarna perfettamente il panorama antagonista e controculturale essendo scelta da Salvatore (nel suo periodo di maggiore notorietà) come canzone simbolo del malessere e della rabbia nei confronti del sistema Italia espressa anche mediante la musica. In più i 99 Posse grazie alla visibilità ottenuta contribuiscono a sdoganare l’hip hop come un genere musicale a disposizione per esprimere la rabbia ed il disagio dell’essere giovane e senza un futuro

Della serie: non critici musicali, ma braccia rubate all’agricoltura. Forse sarebbe meglio mandare loro a raccogliere pomodori nei campi e chiedere agli immigrati di raccontarci i loro universi musicali…

agosto 20, 2016 Posted by | musica | , , | 2 commenti

Congo e l’evoluzione del genere “action-adventure”

locandinaHo letto diversi romanzi di Michael Crichton, l’autore di Jurassic Park, tra i quali forse quello che ho maggiormente adorato è Andromeda (in originale: The Andromeda Strain, 1969), ho visto parecchi film tratti dai suoi romanzi ed ho giocato a diversi videogiochi tratti per lo più dai film ispirati alle sue opere. Un suo libro però che non ho mai letto (e non avevo neppure mai visto il film tratto da esso) è Congo (edizione originale Congo, 1980). Ho riparato, almeno per il film, diretto da Frank Marshall con attori non particolarmente noti, tranne Tim “Frank-N-Furter” Curry e uscito nelle sale nel 1995, grazie alla programmazione estiva di Sky Cinema. La visione di questo film, non eccezionale ma decisamente piacevole, è stata una vera e propria illuminazione! I suoi ingredienti: missione scientifica in una parte inesplorata della giungla africana, personaggi ambigui che perseguono scopi diversi da quelli dichiarati, mitiche città perdute leggendarie per i tesori che dovrebbero contenere, avventurieri carismatici e fumatori di sigaro abili tanto a destreggiarsi nella giungla quanto a mercanteggiare con signori della guerra e con tribù indigene, misteriosi e terribili guerrieri prima completamente sconosciuti, esplorazioni di giungle e dungeon, scontri a fuoco, enigmi da risolvere. Sono tutti gli ingredienti che ritroviamo quasi esattamente nei videogiochi della saga di Uncharted! E la cosa non può non scombinare un po’ la genealogia della saga e le coordinate del cosiddetto genere videoludico dell’“action-adventure”.

Tomb_Raider_(1996)Sostanzialmente il termine “action-adventure” viene creato per dare una collocazione alla saga di immenso successo Tomb Raider (il cui primo episodio appare nel 1996) all’interno delle categorizzazioni videoludiche. A sua volta è evidente come Tomb Raider sia ispirato alla saga di Indiana Jones (i qui quattro film vanno dal 1981 al 2008). Saga che ha ispirato direttamente videogiochi, tra i quali il più bello e più ricordato dai fan è sicuramente Indiana John and the Fate of Atlantis, uscito nel 1992. Si tratta di un videogioco destramente divertente e riuscito con una trama originale che non fa rimpiangere quelle delle pellicole fino ad allora uscite (e di certo molto migliore di quello dell’ultima, Il regno del teschio di cristallo) ma legato alla dimensione delle avventure grafiche in cui all’epoca la LucasArts – produttrice del gioco – eccelleva con titoli quali Maniac Mansion, Monkey Island, ecc. Successivamente al “furto di brand” da parte di Eidos con la saga di Tomb Raider, LucasArts tenta di giocare anch’essa la carta “action-adventure” per il suo personaggio con Indiana Jones e la Macchina Infernale (1999), lasciando a capo del progetto Hal Barwood, già responsabile di Fate of Atlantis, ma il risultato è al di sotto delle aspettative perché l’Indy “action-adventure” non riesce neanche lontanamente ad eguagliare il carisma di Lara Croft. Il motivo, secondo il sottoscritto, è che a Tomb Raider non serve una vera e propria storia: si tratta in realtà di un platform 3D in cui viene incentivata l’esplorazione senza però mai rinunciare alla teoria acrobatica con cui l’avatar iperpettoruto mette alla prova le abilità del giocatore. Indiana Jones in questo ambito inevitabilmente perde, perché non sta nel puramente ginnico l’appeal dell’esploratore interpretato da Harrison Ford, ma piuttosto nel suo carisma umano, nelle sue difficoltà e debolezze (nei confronti in particolare dei comprimari e in genere delle donne), nella sua capacità di esprime una forte carica di humor presente in Fate of Atlantis e completamente scomparso in La Macchina Infernale.

Uncharted_Drake's_FortuneA riscattare non solo le sorti maschili ma anche quelle della narrazione (e forse anche un po’ dello humor) all’interno del genere “action-adventure” ecco finalmente nel 2007 arrivare il primo episodio di Uncharted: Drake’s Fortune. E lo fa prendendo le distanze dal canone Indiana Jones-Lara Croft attingendo a piene mani piuttosto che dalla saga di Lucas/Spielberg, da un film minore ma non per questo meno in grado di offrire spunti che si riveleranno decisivi – ovviamente anche perché nelle abilissime mani di una software house del calibro di Naughty Dog – per l’evoluzione del genere. Evoluzione radicale se anche Tomb Rider, dopo il passaggio da Eidos a Square Enix, col reboot del 2013 cambia coordinate e s’inscrive a pieno titolo nel nuovo solco scavato da Uncharted. Questo ci dovrebbe ricordare che, se letteratura, cinema e videogiochi, sono media diversi e se non è possibile una “traduzione” diretta soprattutto tra i primi due ed il terzo (e viceversa) non solo non è impossibile – ed anzi è la storia stessa del videogame un continuo “furto” dagli altri due media – avere trasposizioni e contaminazioni decenti, ma anche in alcuni casi adeguati trasposizioni, effettuate da persone in grado di capire le specificità dei media, possono riuscire a dar vita a prodotti decisamente buoni ed in grado di rinsaldare i legami anche teorici tra essi.

agosto 20, 2016 Posted by | uncharted | , , , , , , | Lascia un commento

Videogiochi: poesia vs. interattività?

paolillo

Marcello Paolillo

Ho letto con attenzione l’articolo di Marcello Paolillo su “Journey, Flower e la poesia che uccide il videogioco” (su Gamesvillage) e certamente le posizioni proposte meritano di essere riflettute, ma non sono d’accordo con lui. Neanche un po’. Fondamentalmente riprende il “vecchio” argomento dell’interattività come elemento sine qua non (e fin qui ci può pure stare) dei videogiochi e lo trasforma in quanto più un videogioco è interattivo quanto più è bello e quanto meno è interattivo quanto più è brutto ma soprattutto alla fine non è neppure un videogioco. A questo punto ci si aspetterebbe che Paolillo stendesse una linea sopra la quale stanno i videogiochi e sotto la quale stanno i “terroni” (pardon: i “qualcosa” che fanno finta di essere videogiochi senza però esserlo davvero). Ma forse non si può pretendere un traguardo simile da un breve articolo. Vediamo almeno quali sono i videogiochi che Paolillo condanna: Journey, Flow e Flower (più il nuovissimo Abzu su cui sospendo il giudizio non avendolo ancora provato). E, se concediamo credito alla sua argomentazione, il giudizio un po’ ci sta. Magari si tratta “solo” di esperienze emotive vissute tramite consolle che però in realtà possono non essere “davvero” videogiochi? Però Paolillo inserisce nel suo carnet di videogiochi bannati Ico (e a questo punto – pur non avendolo citato – è necessario metterci anche Shadow of the Colossus) e questo da la misura di quando tale metro di giudizio sia fallimentare ed inadeguato. Inadeguato perché alla fine carente di definizioni. Cos’è per Paolillo “interattività”? E’ evidentemente premere pulsanti e levette (cioè interagire con l’interfaccia fisica del gioco) con uno scopo ben preciso all’interno del quadro semiotico del videogioco stesso: mandare la palla in rete, uccidere il nemico, tagliare il traguardo prima degli avversari, sincronizzare i propri gesti con le icone presentate a schermo, ecc. Né JourneyIco rientrano in tale concetto di interattività, ma tale concetto non è l’unico possibile. Ritorniamo un attimo ad un ludico pre video: il libro game. Il libro game è interattivo? Seguendo Paolillo occorrerebbe negarlo: seguiamo la storia predisposta senza davvero avere un minimo di controllo, senza che la conclusione sia dovuta alla nostra “performance” ludica. Al contrario interazione può essere predicata per un libro game perché senza l’intervento attivo del lettore la narrazione al suo interno non si concretizza in una storia. Addirittura la posizione di Paolillo è paradossalmente agli antipodi di quella espressa da Steven Poole nel suo Trigger Happy: cioè che in realtà l’interattività dei videogiochi non sia una vera interattività perché comunque – tanto in Call of Duty quanto in Journey – essa soggiace ad una “sceneggiatura” cioè ad un ventaglio più o meno ampio di possibilità pre-viste dal programmatore.

icone_gamesearch

Le “medaglie” di Gamesearch

Come si vede l’interattività non è una quantità fissa, ma piuttosto una caratteristica scalare sia in termini di quantità che di qualità. Per questo dire di un videogioco che non è un vero videogioco perché poco interattivo è un esercizio di retorica tutto sommato fine a se stesso, finalizzato al massimo a denigrare un “genere” videoludico, quello individuato come “poetico” da Paolillo. In realtà anche qui siamo in presenza di una forzatura. Più che un “genere”, il “poetico” è semmai una caratteristica che può più o meno essere predicata per videogiochi diversi come diversi sono Journey e Ico. Ma di poesia possiamo in certa misura parlare anche per videogiochi come Town of Light, come Final Fantasy, come The Last of Us (soprattutto nel DLC Left Behind), come Unravel, come Life is Strange ecc. E non sempre più poesia corrisponde a meno interattività. Allora, piuttosto che dare “patenti” di videoludicità, la critica video ludica dovrebbe riuscire a mettere a disposizione strumenti di valutazione al fine di “educare” i giocatori ad essere “conscious gamer”. In parte e con finalità estremamente specifiche (volendo essere una “guida per genitori”) è quello che fa ad esempio il portale Gamesearch con le “medaglie” che assegna ai videogiochi che recensisce. Ancor oggi non è chiaro (non è fornito un metro adatto a misurarne l’incidenza) e pacifico il ruolo dell’interattività all’interno dei videogiochi, figuriamoci quanto esposto a diverse interpretazioni può essere l’elemento poetico. Indaghiamo – come esperti del settore – le varie opere senza categorie preconcette se non generalissime, e deriviamo direttamente dalle opere gli strumenti per analizzarle. Altrimenti non solo i game studies e la critica videoludica rimarranno dominio di nerd scollegati dalla realtà, ma anche i videogiochi stessi non riusciranno mai – come invece ormai hanno pienamente diritto – ad essere considerati un genere d’intrattenimento adulto, ed in grado pure di avventurarsi in ambiti solo apparentemente alieni ed iperuranici come la poesia e la filosofia.

agosto 4, 2016 Posted by | videogiochi | , , , , , | Lascia un commento

Il quarto labirinto: un Uncharted mancato?

uncharted-copertina-taglioIl Quarto Labirinto, finora unico episodio letterario nella saga di Nathan Drake, tombarolo videoludico emulo di Indiana Jones e Lara Croft, è uscito sia nell’edizione originale sia in quella italiana a cura di Edizioni Multiplayer.it nel 2011 più o meno contemporaneamente al terzo capitolo videoludico della saga: Uncharted 3: L’inganno di Drake. In realtà il libro, scritto da Christopher Golden – autore di libri per ragazzi e sceneggiature di fumetti – è rimasto nella mia libreria per 5 anni, anche perché, non avevo giocato a nessun Uncharted fino all’uscita, l’anno scorso, della Nathan Drake Collection con i primi tre episodi in attesa del quarto – Fine di un ladro – uscito appunto quest’anno.

Conseguenza dell’abbuffata del mix di avventura, platform e “shoot’em up” costituita dalla serie sviluppata da Naughty Dog, la curiosità di leggere il romanzo ad essa dedicato. Premesso che nonostante la poca cura editoriale (i “se sarebbe”, le ripetizioni, le traduzioni fin troppo letterali) il romanzo è sufficientemente godibile ed anzi l’ultimo terzo circa diventa un ottovolante da cui è difficile staccarsi, ci solo alcune osservazioni utili per riflettere sulla “novelization” di un medium interattivo come il videogioco. Ora è evidente che l’interattività non può essere resa in un libro (se non attraverso artifici da “libro-game”, non adatti tuttavia all’adrenalina che vuole trasmettere l’avventura) ma molti altri aspetti della serie assolutamente sì. Su tutti i misteri archeologici su cui le avventure di Nathan Drake sono basati. Il continuo confronto con qualche potentissimo rivale. Basti pensare su un argomento affine alle avventure a fumetti di Martin Mystere ma anche semplicemente andare a ritroso al capostipite del genere: il cinematografico Indiana Jones. Fondamentalmente ciò che manca più di tutto a Il quarto labirinto non è l’avventura o la suspence quanto piuttosto la plausibilità. E qualcuno potrebbe giustamente osservare che anche nei giochi spesso questa manchi, ma i videogiochi compensano tale lacuna con l’interattività: non ti convince l’idea di un sottomarino tedesco nel bel mezzo della selva amazzonica? Che problema c’è se comunque c’è da saltare a destra e a manca e da ammazzare un buon numero di nemici? Al contrario leggendo il libro si fa più fatica a sorvolare sulla scarsa verosimiglianza che il Dedalo mitologico sia contemporaneamente l’ideatore del labirinto in Grecia, in Egitto, ad Atlantide e in un continente extraeuropeo di cui si tace il nome per non spoilerare. Ma anche passando sopra l’incongruenza scientifica sono le dinamiche degli attacchi ai nostri eroi (Nathan, il suo “pard” Sully, e l’eroina nuova di zecca Jada) da parte di due (barra tre, come si scoprirà verso la fine) diverse fazioni interessate a depredare o preservare i tesori celati dai labirinti a non convincere per nulla ed a fare storcere il naso. A che pro ad esempio rapire dei personaggi – da parte di una fazione -, far compiere loro un viaggio di migliaia di chilometri solo per trasformarli in anonimi e spietati ninja-zombie? Voglio dire: se basta dare ad una persona qualsiasi il “miele” del labirinto per avere tale trasformazione, non è più economico prendere il primo che passa piuttosto che un tizio ad un continente di distanza?

Oltretutto, dopo una costruzione della trama fin troppo laboriosa, il tutto si risolve in maniera precipitosa, lasciando troppe domande senza risposta e dubbi sul fatto che le ultime morti siano fin troppo “economiche” per non costringere l’autore a dover ideare un finale più complesso e credibile. Proprio perché Il quarto labirinto era uno spin-off e non una novelization, l’autore avrebbe dovuto osare (e documentarsi) di più, non limitarsi a scimmiottare le trame videoludiche ma proporre qualcosa che potesse avere una propria dignità, come ad esempio riuscito perfettamente a B.K. Evenson per i suoi due romanzi dedicati a Dead Space. Tanto più che il quarto episodio videoludico dimostra come questo passo l’abbiano compiuto gli sviluppatori stessi offrendo una trama plausibile e dei personaggi veri e realistici. Il dubbio alla fine non è sulla “traducibilità” delle storie da un medium all’altro ma piuttosto sulla capacità degli scrittori e sulla volontà degli editori di tradurre davvero bene una storia videoludica o piuttosto sulla loro fede che il pubblico dei fan continuerà a bersi qualsiasi cosa abbia a che fare con i propri beniamini a prescindere dalla qualità del prodotto.

luglio 25, 2016 Posted by | uncharted, videogiochi | , , , | Lascia un commento

Apologia di Peter Clines

the-junkie-quatrain-gli-infetti-di-L-khL4WaHo appena terminato di leggere l’ultimo libro di Peter Clines tradotto in italiano che ancora mi mancava: The junkie quatrain. Gli infetti di Bough (Dunwich Edizioni, 2015). Leggere è un eufemismo: “divorato” è più corretto. Teoricamente si tratta di una variante di storia sugli zombie (in cui Clines ha già dato brillante prova narrativa con EX, serie in 5 volumi di cui solo i primi due attualmente pubblicati in italiano da Multiplayer.it) strutturato come un puzzle in cui ogni racconto che lo compone è un tassello che unendosi agli altri forma il quadro generale della storia. The junkie quatrain non è nemmeno un “romanzo” ufficiale di Clines, ma la versione “cartacea” di una serie di racconti/audiolibri pensati per essere venduti singolarmente online come le canzoni su iTunes. Eppure nondimeno è una lettura appassionante. Non si può forse parlare per Clines di una prosa raffinata, ma sicuramente efficace nel catapultare il lettore nei mondi creati dalla sua fantasia.

Partendo dal lovecraftiano 14, passando per la saga che EX mischia in maniera geniale due elementi apparentemente poco omogenei come gli zombie e i supereroi creando personaggi contemporaneamente incredibili e concretissimi come Stealth e Mighty Dragon/St. George.

In The junkie quatrain, nonostante il suo carattere di produzione “minore” e “occasionale” Peter Clines riesce a far appassionare il lettore ad ognuno dei personaggi che presenta, inserendoli in una Los Angeles devatata da un contagio che trasforma gli esseri umani prima “liberandoli” da inibizioni e senso morale ed infine scatenando in loro una fame primordiale che li spinge al cannibalismo. I protagonisti dei racconti: una sopravvissuta misteriosamente immune al contagio, una squadra addetta al recupero delle risorse nella città devastata ed invasa dai “tossici” (come vengono chiamati gli infetti), un killer ed un virologo che potrebbe aiutare a debellare il contagio, s’incontrano e s’incrociano apparentemente in modo casuale in una Los Angeles post catastrofe. Ma in realtà non c’è nulla di veramente casuale nelle traiettorie che s’intersecano delle loro vicende ed alla fine del libro vorremmo solo che ci fossero altri racconti ad ampliare ed infittire la trama. E questo è sicuramente il più bel complimento per un libro. Spesso, almeno per quanto mi riguarda, sono contento di arrivare alla fine di un libro, anche di un bel libro. La parola fine è il suggello del compimento della storia ideata dall’autore, e raramente sono entusiasmato da saghe programmaticamente prive di “fine”. Ma per le storie di Clines quest’approccio si rovescia ed alla fine di ogni suo libro mi ritrovo a desiderare di leggere nuove vicende dei personaggi raffigurati al suo interno.

peter-clines-author-photoAspetto perciò con ansia i romanzi ancora non tradotti della serie EX ed il nuovo romanzo The Fold, un thriller fantascientifico basato sull’invenzione di un dispositivo in grado di “piegare” le dimensioni annullando immense distanze. Ma gli scienziati creatori del dispositivo nascondono un terribile segreto e vanno fermati prima che distruggano il mondo stesso.

Sito ufficiale di Peter Clines: http://peterclines.com

luglio 18, 2016 Posted by | zombie | , , | Lascia un commento

COME STAR WARS HA CONQUISTATO (E CONTINUA A CONQUISTARE) L’UNIVERSO

PREMESSA: ci ho messo tanto tempo a leggere questo libro non perché sia ostico ma per motivi personali e per la compresenza di impegni lavorativi al di fuori dell’ordinario (e non è un caso che questo sia il primo post su questo blog dopo quasi tre mesi). Il ritardo con cui l’ho letto e con cui ho preparato la recensione, ha inciso in maniera deleteria sui tempi d’uscita della stessa, ormai colpevolmente troppo poco “sul pezzo”. Nonostante ciò ho tenuto la recensione stessa al caldo in un cloud privato, in attesa – chissà – di un “buco” nelle pagine con la possibilità di ripescaggio. Ma ormai è uscito anche il DVD/Bluray del nuovo Star Wars e decido che o questa recensione vede la luce ora, o non la vedrà mai più. E così eccola qui. In realtà questa recensione doveva anche essere l’occasione per dire la mia – nel modo laterale che mi è congeniale – sul nuovo Star Wars, magari con la recensione del libro dedicato alla saga sul manifesto e con un approfondimento sul film qui sul blog. Ma ormai tempo ed acqua sotto i ponti sono passati e mi limito a dare visibilità pubblica alla recensione, riservandomi, se qualcuno dei diversi che m’avevano chiesto un parere più approfondito su Il risveglio della forza avrà ancora voglia di discuterne, di tornarci su nei commenti.

 

Come-StarWars-ha-conquistato-luniverso-Copertina-11Chris Taylor, editor di Mashable (http://mashable.com) ha pubblicato, poco prima che uscisse il nuovo episodio di Star Wars, un libro (in Italia curato da Multiplayer.it) su Come Star Wars ha conquistato l’universo. Certo di libri su Star Wars ce ne sono tanti, ma indubbiamente l’interesse di quello di Taylor è di documentare come sia potuto trasformarsi da inatteso successo cinematografico a saga crossmediale che infetta trasversalmente buona parte della cultura mondiale. Taylor insegue questo compito andando a vedere la prima proiezione di Episodio IV in lingua navajo, spiando la reazione di un vecchio “windtalker” e di altri anziani che guardano il film nella loro lingua per la prima volta; seguendo la creazione della 501 Legion (di cui esiste anche in Italia una guarnigione: http://www.501italica.it) la più grande organizzazione di cosplayer dedicata a Star Wars; andando a visitare il Rancho Obi-Wan a Petaluma in California, il più grande museo al mondo di memorabilia e gadget dedicati a Star Wars (http://www.ranchoobiwan.org); andando a lezione di spada laser, seguendo la petizione alla Casa Bianca per la costruzione di una Morte Nera, analizzando la fortuna del termine “star wars” all’interno della politica reaganiana (a cui pure Lucas era avverso), seguendo la creazione dell’universo espanso grazie alla collana di romanzi tra i quali spicca la trilogia dedicata da Timothy Zahn al Grandammiraglio Thrawn o alle serie animate di Clone Wars e Rebels, intervistando attori, disegnatori, testimoni, ma soprattutto seguendo passo passo George Lucas nella formazione cinematografica, nella quasi casuale creazione del film che più di ogni altro lo ha reso celebre (e ricco) mentre voleva lavorare ad un’edizione cinematografica di Flash Gordon (i cui diritti furono invece acquistati da Dino De Laurentiis per la produzione di un film che oggi ha motivo d’essere ricordato forse solo per la colonna sonora dei Queen) e poi in qualche modo lo ha reso “schiavo” di produzioni multimilionarie mentre dichiarava di volersi dedicare a film sperimentali a basso budget.

chris taylorPer quanto il focus principale di Taylor sia l’Episodio IV – la sua genesi travagliata, il successo inatteso, la capacità di creare schiere di fan negli ambienti più insospettabili – e ad esso sia dedicato buona parte del libro, non viene dimenticato neppure il resto della saga cinematografica, ed in particolare la seconda trilogia oltre all’analisi del passaggio della saga alla Disney e di quelli che all’epoca erano solo voci sul nuovo Episodio VII. Ma è proprio sulla seconda trilogia – sugli episodi I, II e III – che Taylor scopre le carte e si mostra per quello che è: un fan della trilogia originale e soprattutto dell’Episodio IV che ha maldigerito i nuovi film e coglie ogni malcontento come segno di debolezza e di incapacità del “Creatore” di gestire in autonomia la saga che pure ha ideato (a differenza di Episodio V e VI in cui il ruolo sulla sceneggiatura è minore e la regia è affidata a “terzi”, la seconda trilogia si deve principalmente a lui a livello di sceneggiatura ed interamente a livello di regia). Pur con la mole di dati che Taylor (non troppo ordinatamente) ci presenta, e giustificando le numerose omissioni (ben poche le parole ad esempio sulla fortuna artistica ed economica dei videogiochi LucasArts) con l’impossibilità di parlare di tutto se non con un opera di proporzioni ben maggiori, il maggior difetto è la mancanza di valutazione critica nei confronti della prima trilogia, che si trasforma in una svalutazione sistematica di tutto ciò che coinvolge la seconda trasformando l’ultimo terzo del libro in una filippica contra tutto ciò che Lucas ha fatto dal 1994 (anno in cui, secondo la leggenda, iniziò a stendere la sceneggiatura per Episodio I) in poi. Dimenticando di applicare alla seconda gli stessi parchi criteri di valutazione utilizzati per la prima, in particolare l’uso del genere “space fantasy” piuttosto che quello di “fantascienza” e la riconduzione delle storie al fiabesco per cui Lucas aveva studiato in maniera approfondita il testo di Joseph Campbell L’eroe dai mille volti (pubblicato in Italia da Feltrinelli). Per questo, nella marea delle critiche in rete all’Episodio VII (ivi compresa quella dello stesso Lucas) che comunque non pare avere intaccato il successo di incassi, è interessante andare a vedere cosa Taylor pensa del nuovo film a firma Abrams. La sua recensione, che trovate qui: http://mashable.com/2015/12/16/star-wars-review/, si può sintetizzare così: “We’re back to the glory days” – siamo tornati ai giorni gloriosi. Se ce ne fosse bisogno, ulteriore segno della genialità di J.J. Abrams che è riuscito a realizzare contemporaneamente un sequel e un remake, in grado sia di deliziare i vecchi fan sia di solleticare la curiosità ai nuovi di vedere dove andrà la storia a finire.

maggio 28, 2016 Posted by | star wars | | Lascia un commento