CATTIVI PENSIERI A MANHATTAN
recensione pubblicata (leggermente accorciata) su Il Manifesto del 01/06/2006

copertina


Ci dispiace che Richard Segal faccia una brutta fine. Va bene che abbiamo di fronte un noir ed è destino codificato nel genere che il protagonista finisca male, ma a Richie avremmo augurato un destino diverso. Forse perché avrebbe potuto salvarsi, avrebbe potuto non essere così sicuro dei suoi pregiudizi, avrebbe anche potuto ammazzare Michael Rudnick, ora avvocato di successo che da ragazzino l’aveva violentato, ma non farsi fregare da quello anche dopo morto. Avrebbe potuto, ma non l’ha fatto. Sta tutta qui l’essenza del noir come genere. La sua capacità di colpirci e di sconvolgerci. La sua capacità di essere rivoluzionario nella più assoluta reazionarietà. E Jason Starr, in Cattivi pensieri a Manhattan (Meridiano Zero, 248 p., € 13,50) ce ne da un esempio contemporaneo che non soffre il confronto con un qualsiasi Jim Thompson.

Il protagonista del romanzo è Richie, un venditore di una ditta di servizi informatici assillato da una parte dal capo e dai colleghi perché da quando è stato assunto mesi prima non ha ancora chiuso un contratto e dall’altro dalla moglie impiegata di successo e neopromossa e – la cosa peggiore – retribuita meglio di lui. Il che per un certo verso va bene, dato che la vita a Manhattan è cara e l’appartamento acquistato rischia di rivelarsi un cattivo affare, specialmente se si decidesse di avere figli e di rivenderlo per andare ad abitare in una più rilassata periferia; ma d’altra parte la cosa ferisce l’ego maschilista di Richie nonostante la “politically correctness” gli impedisca di dar fiato al suo ego. Ma le cose rimosse s’ingigantiscono e così Richie vede nei suoi reconditi pensieri la promozione della moglie come il risultato di un intenso lavoro di relazioni pubbliche di natura sessuale della stessa.

In questa già non semplice situazione s’inserisce la ricomparsa, sulla scena della vita di Richie, di Michael Rudnick. Michael ai tempi dell’adolescenza era un amico di Richie, di qualche anno più grande, che l’aveva violentato nella propria cantina dopo averlo invitato ad una partita di ping-pong. L’episodio che era stato rimosso dalla memoria ritorna a farsi strada dopo un incontro fortuito per le strade di Manhattan fino a che Richie si autoconvince che è Rudnick e la sua ricomparsa ad essere responsabile di tutte le sue traversie che lentamente lo stanno portando verso il licenziamento ed il divorzio. Di fronte a queste prospettive la risposta di Richie è fredda e netta. La vendetta: far pagare a Rudnick il fio per le traversie passate e quelle presenti, ed ucciderlo. Dunque lo segue e mentre torna a casa lo blocca in un parcheggio di periferia e lo uccide a coltellate nell’inguine. Tutto sembra tornare alla normalità, anzi: i rapporti con la moglie si riaccendono, il lavoro riparte a gonfie vele con una serie record di contratti firmati da suoi clienti e in vista si profila non il licenziamento ma una promozione che rimetta in pari i rapporti di forza economici all’interno della famiglia e apra le prospettive per un suo allargamento numerico. In realtà a mettere in crisi il quadro non è tanto la polizia che sospetta di Richie ma non ha in mano elementi concreti, né i rivali al lavoro che devono masticare amaro di fronte ai suoi successi. La prima causa della caduta di Richie è Richie stesso che si lascia andare ai dubbi, alle paure, al disordine, all’alcol. Ecco allora che se l’assassinio di Rudnick poteva essere giustificato come vendetta e giustizia a posteriori, non può essere perdonata la mancanza di fiducia di Richie nei confronti della moglie, il dubbio che lo rode che lei possa preferirgli colleghi ed amici. Ed eccolo allora arrivare alla fine con noi lettori ancora più angosciati di lui per il suo ormai inevitabile destino.

Un grazie, in conclusione, a Jason Starr per averci mostrato quanto ancor oggi può essere noir il cuore della Grande Mela.

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