Qualche riflessione su

Experimentum Mundi di Giorgio Battistelli

Dream Theory In MalayaLa musica non è altro che una forma esteticamente organizzata di rumore. Chiunque sia “allenato” all’ascolto di certa musica contemporanea, sia quella colta atonale, sia il jazz più di ricerca, sia le punte estreme del metal “industriale” è perfettamente a coscienza della cosa.

In questo senso possono essere messi fianco a fianco le registrazioni dello sciaguattio delle donne aborigene intente a lavare manualmente i panni che forma un formidabile ed ipnotico tessuto ritmico per Dream Theory in Malaya di Jon Hassell (1981) e il metronomico boato sonoro prodotto dai Godfles in album come Pure (1992) o Selfless (1994). In particolare se nel primo c’è la ricerca attenta di suoni di diversi tempi e culture ed il loro rispettoso inserimento nel contesto della musica colta occidentale, nel secondo viene riprodotto lo scandire alienato della produzione di massa, il rumore della fabbrica che scaccia qualsiasi pensiero individuale, che si fa urlo che copre qualsiasi altro differente linguaggio.

Selfless A raccordare il discorso, a completarlo sintetizzando i due estremi sta l’opera di Giorgio Battistelli Experimentum Mundi. Scritta nel 1981, quest’opera è ora disponibile su CD (Stradivarius, 2005) come risultato della registrazione dal vivo effettuata durante il Festival Settembre Musica di Torino del 2003, con la direzione di Battistelli. Questa “opera di musica immaginistica” – secondo la definizione dello stesso autore – risulta nella declamazione di testi scelti dall’Enciclopedie di Diderot e D’Alambert mentre 16 artigiani (bottai, falegnami, pasticcieri, selciaioli, muratori, fabbri, arrotini, scalpellini e calzolai) eseguono sul palco il loro lavoro offrendo al pubblico il risultato sonoro di esso.

Experimentum Mundi Da un punto di vista estetico, Experimentum Mundi riesce a coniugare il rispetto verso un tipo di lavoro ancora non alienato ed a offrirlo come antinomia possibile alla cacofonia odierna, ma allo stesso tempo tale sonorità lavorativa è ripresa nella culla stessa del sistema industriale e capitalistico odierno e in quanto tale non ne rimane qualitativamente differente (come invece lo sono i rumori lavorativi raccolti da Hassell). Il risultato mirabile è una musica perennemente e miracolosamente sempre in bilico tra musica e rumore, tra organizzazione/armonia e cacofonia/disarmonia. Ma proprio questo riuscire a rimanere su tale crinale è ciò che rende l’opera di Battistelli assolutamente affascinante e riuscita. Quasi un ripartire dalle origini della società così come noi la conosciamo per ricostruirla con diverso esito, per riassemblarla in modo che la bellezza non sia esclusivamente un epifenomeno – per quanto importante, anzi forse la cui importanza è addirittura esagerata rispetto alla reale funzionalità all’interno del sistema – ma che al contrario contribuisca ad impastare la realtà di cui è fatta la quotidianità. Non insomma il bello prodotto dall’industria, ma l’artigianalmente utile che solo in quanto tale è pure bello.

Giorgio BattistelliIn questo senso Experimentum Mundi riesce a sintetizzare – ovvero a riassumere ed oltrepassare gli esiti estetici sia del recupero di suoni altri e pre- o extra- industriali, sia dell’immersione consapevole nei martellanti ritmi della produzione odierna: riprendendo musicalmente le tavole dell’Enciclopedie fa contemporaneamente l’una cosa e l’altra, ma rilancia anche un modo diverso di coniugare arte e rumore lavorativo, rimanendo contemporaneamente all’interno della tradizione produttiva occidentale e indicado però un esito possibile diverso. Cosa possibile forse solo ormai all’arte.

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