RIFLESSIONE PERSONALE SULLO STATO DELLE BIBLIOTECHE PUBBLICHE DI ENTI LOCALI

(pubblicata sul Mucchio Selvaggio di Settembre 2006)


Finanziaria 2006: meno risorse al tuo comune, meno servizi alla tua famiglia. Così il manifesto realizzato dall’ANCI (l’associazione che riunisce i comuni italiani <www.anci.it>) e distribuito all’inizio di quest’anno. Il manifesto poi, più dettagliatamente spiega: la Legge Finanziaria per il 2006 produce un taglio alle risorse dei Comuni (e, ci permettiamo di aggiungere, non solo in quei Comuni in stato di dissesto, ma pure in quelli che, grazie alle imposte ed alla oculata gestione, potrebbero permettersi investimenti più cospicui) e se 150 milioni in meno per cultura e biblioteche parrebbero meno drastici e penalizzanti del miliardo in meno per i servizi sociali agli anziani, ai bambini, ai disabili, è da osservare che cultura e soprattutto biblioteche sono, all’interno degli enti locali, da sempre i settori/servizi maggiormente penalizzati, quelli che quando c’è da tagliare qualcosa vengono subito in mente agli amministratori.

Ecco come si arriva alla situazione descritta – sulla Repubblica del 10 marzo – da Maria Novella De Luca: “Chiuse, inaccessibili, sempre più povere. Senza fondi, senza tecnologia, senza aggiornamenti. E, se continua così, senza futuro”. A queste considerazioni si aggiungono dati: l’11% delle biblioteche italiane censite è inattivo; dal 2000 al 2005 nel 70% delle biblioteche i prestiti dei libri sono calati del 10%; il personale è stato ridotto del 40% e si sono ridotti gli orari di apertura e i servizi del 30%; dal 2000 al 2005 ci sono stati tagli del 30% nell’acquisto di libri, materiale multimediale, corsi di aggiornamento. Nonostante questa situazione ci sono comunque esempi di eccellenza. De Luca nel suo articolo cita la rete delle oltre 30 biblioteche civiche di Roma e la grande biblioteca multimediale di Pesaro. Proprio a proposito della seconda è uscito, sul Corriere della Sera del 4 giugno, un articolo firmato da Isabella Bossi Fedrigotti. In esso la Bossi Fedrigotti fa l’elogio di Antonella Agnoli, responsabile della Biblioteca San Giovanni (e notissima all’interno dell’ambiente anche per l’attività nell’Associazione Italiana Biblioteche), che ha il merito di aver creato una struttura bibliotecaria con 21.000 iscritti (su una popolazione di riferimento di 92.000 abitanti) con frequenze quotidiane che oscillano tra 800 e 1000 e con oltre 117.000 prestiti annui. Numeri in effetti strabilianti che fanno venire la curiosità di conoscere più da vicino la realtà di questa biblioteca così positivamente atipica. All’indirizzo <http://www.comune.pesaro.ps.it/biblioteca/> troviamo la home page della biblioteca e scopriamo una cosa singolare: a fronte di tv con connessioni satellitari e lettori CD/DVD, possibilità di connettere il proprio portatile in modalità wireless, ecc., l’entità del patrimonio, ovvero di documenti posseduti, è assolutamente scandalosa. Anche mettendo insieme i libri (35.000) con videocassette, CD, DVD e CD-ROM (3.850), siamo ancora ben lontani dai circa 184.000 documenti che secondo gli Standard dell’IFLA (International Federation of Library Associations and Institutions) dovrebbero essere a disposizione (2 volumi per ogni abitante), ma anche per esempio dai più “ragionevoli” 138.000 fissati da una regione come l’Emilia-Romagna per le biblioteche presenti sul suo territorio (1,5 documenti per abitante). È vero che a Pesaro ci sono altre 4 biblioteche, ma si tratta di biblioteche speciali con fondi documentari che di certo non si possono ridurre a quelli di una biblioteca pubblica. E dunque occorre concludere – lungi dallo sminuire per questo l’esemplare esperienza pesarese – che la Biblioteca San Giovanni, tanto osannata nei due articoli sopra citati, non è in realtà una “biblioteca”. È invece uno splendido luogo d’incontro, di lettura, di studio e di svago, meravigliosamente attrezzato, con qualche libro ed un po’ di documenti multimediali.

L’analisi di questo esempio non è fatta a caso. Non è infrequente cominciare a vedere in giro per l’Italia esempi di “mediateche” siffatte che sono estremamente importanti e che evidentemente rispondono a bisogni informativi ed aggregativi della società in cui viviamo. E tuttavia sarebbe pure sbagliato pensare che esse possano “sic et simpliciter” sostituire la biblioteca “tradizionale”. Questo perché la biblioteca tradizionale – seppur bisognosa di svecchiarsi – ha ancor oggi le funzioni insostituibili di mediatore informativo e di promotore della lettura e della cultura. Però per attrezzare una mediateca occorre un’enorme investimento iniziale (su cui però possono essere mobilitati sponsor per l’alta visibilità che esso offre) e tutto sommato contenuti costi di mantenimento, mentre per mantenere una biblioteca efficiente con un patrimonio adeguato occorre un investimento continuo tutt’altro che indifferente sia in acquisto e trattamento di documenti (libri, CD, DVD, CD-ROM, ecc.), sia in personale adeguatamente preparato professionalmente per il relativo trattamento (scelta, catalogazione, conservazione, scarto) sia in personale professionalmente adatto al servizio di front-office (reference) che richiede contemporaneamente una grande abilità nel rapportarsi con gli altri e una estremamente buona conoscenza delle collezioni della biblioteca ma anche dei mezzi di ricerca sia bibliotecari che non. È su questa spesa “corrente” ovvero di mantenimento, che vanno in maggior misura ad incidere i tagli operati dalla Finanziaria 2006 e comunque le riduzioni di budget, perché tale spesa è “invisibile”, nel senso che difficilmente può essere pubblicizzata, e quindi poco sostenibile tramite sponsorizzazioni esterne. Ma il fatto che sia anche una spesa essenziale al funzionamento delle biblioteche fa sì che vediamo come nelle statistiche compaiano chiusure e riduzioni drastiche di servizi.

Sicuramente più interessante, dal punto di vista specificatamente bibliotecario, l’esempio riportato nell’articolo della De Luca relativo alla rete delle biblioteche romane. Perché quello della rete – tramite associazioni, istituzioni, fondazioni ed altre opportunità messe a disposizione dalle modalità organizzative alternative alla gestione diretta agli enti locali – è lo strumento che può consentire alle biblioteche non solo di sopravvivere, ma pure di rilanciare il proprio ruolo. Un esempio efficace è quello degli “OPAC” (on line public access catalog) ovvero i cataloghi in linea, dove l’aggregazione di più biblioteche è già quasi ovunque una realtà che se da un lato permette di minimizzare i costi di software necessari dall’altro permette a tutti gli utenti della zona coperta dall’opac di vedere tutti i libri presenti in tutte le biblioteche. Questo significa potenziare il prestito interbibliotecario (ovvero la possibilità di richiedere alla biblioteca dove si è iscritti anche libri posseduti da altre biblioteche) sia locale sia a livello nazionale tramite il Servizio Bibliotecario Nazionale (www.sbn.it) o mediante i singoli opac dei poli bibliotecari, che possono essere ricercati cumulativamente tramite il MetaOpac Azalai Italiano (http://www.aib.it/aib/opac/mai2.htm).

Oltre alla razionalizzazione gestionale necessaria, si prospetta pure l’opportunità inderogabile di utilizzare due strumenti strettamente collegati. Da una parte la “carta dei servizi” specie se collegata ad una gestione efficace della qualità del servizio e dall’altra il marketing. Il marketing non è semplicemente la pubblicità, ma il processo di comunicazione che prevede l’individuazione dei bisogni dei propri clienti e lo studio del modo migliore per soddisfare tali bisogni prima e poi la comunicazione agli utenti interessati della capacità in tal senso. Lo strumento per individuare tali bisogni e per studiare come soddisfarli al meglio è precisamente la carta dei servizi e la gestione della qualità degli stessi. La carta dei servizi, nelle intenzioni del legislatore, è un patto tra l’ente ed il cittadino dove l’ente si impegna a garantire determinate prestazioni (livelli di servizio) a fronte anche di rimborsi dove il cittadino non abbia ottenuto quanto garantitogli. Ovviamente c’è un modo burocratico di fare tale carta (copiando il regolamento) e un modo sostanziale ovvero confrontandosi con gli utenti tramite riunioni, raccogliendo lamentele e consigli, realizzando questionari di gradimento e utilizzando tutto questo materiale per agire direttamente ed efficacemente sul livello di servizio erogato continuamente monitorato e implementato. A questa attività occorre inoltre affiancare quella dell’advocacy o del marketing interno, ovvero la capacità di mostrare ai propri referenti (dirigenti, assessori, ecc.), ma anche a possibili partner/sponsor i risultati raggiunti e studiare modi perché tali risultati siano costantemente visibili ed apprezzati anche all’esterno del servizio.

Cosa ovviamente non semplice, ma indispensabile per riuscire a mantenere in vita una parte insostituibile del panorama educativo e culturale nazionale. Perché non tutte le informazioni si trovano su internet e anche quando effettivamente esse ci sono non è detto che siamo in grado da soli di trovarle a causa dell’“information overload”. Il problema è ora quello di spiegarlo ad amministratori ed ai politici di questo nuovo governo.

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