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Recensione di
Quando cala la nebbia rossa
di Derek Raymond
pubblicata sul Manifesto del 15 agosto 2007

Gust. Un cognome perso nel passato e presente solo nei casellari giudiziari. Dieci anni trascorsi in carcere che hanno cancellato i suoi rapporti, il suo amore, ma non la determinazione che lo spinge. Filosofo, prima ancora che criminale. Come tutti i veri (anti-) eroi del noir. Quando esce per fare un po’ di soldi si fa ingaggiare in un colpo apparentemente tranquillo: un furto di passaporti. Senonché i passaporti dovrebbero servire a terroristi russi per portare armi atomiche sul suolo inglese. In realtà, ben prima che il colpo abbia luogo, Gust viene contattato dalle spie senza riguardi della Factory (britanniche come James Bond, ma assolutamente prive dello stesso livello di raffinatezza) che, ricattandolo con la minaccia di farlo tornare in prigione, lo costringono a portare a termine il furto ma per loro conto piuttosto che per la mafia russa. La strategia è chiara: incastrare gli organizzatori del contrabbando di ordigni nucleari prima che questi possano arrivare sul suolo britannico. Ma per Gust non significa altro che un doppio ordine di guai: oltre infatti ad avere alle calcagna i poliziotti, si ritroverà braccato anche dagli stessi committenti originali del colpo. Il che non gli darebbe poi troppo dispiacere: Gust è uno abituato a cavarsela da sé. Il problema è che improvvisamente chi gli dà la caccia, trovandolo un osso troppo duro da incastrare direttamente, incomincia ad ammazzare quelli che gli stanno intorno: amici e conoscenti. E il vero colpo basso arriva quando viene uccisa Petal. Petal è stato l’unico amore di Gust. Per lei ha preso parte alla rapina che l’ha portato in galera. Per lei in galera ha cercato di dimenticarla mentre si rifaceva la vita con un altro uomo. Quando la rincontra casualmente le chiede ospitalità. Solo ospitalità, ma quello che succede è che – il nuovo uomo di lei altrove – si riaccendono vecchi fuochi. Solo per scoprirla poco dopo massacrata a sprangate come avvertimento. Da quel momento su Gust cala la nebbia rossa. Ora il suo obiettivo non è più rimanere vivo conservando il più possibile dei soldi del colpo, ma vendicarsi di chi gli ha ammazzato la persona che più aveva contato nella sua vita. Da qui in avanti la trama spionistica che apparentemente dominava l’epilogo postumo della saga della Factory di Derek Raymond va bellamente a farsi benedire e tutto finisce in un gioco al massacro uno contro tutti in cui Gust non può non perdere e nondimeno rimane la figura meno sordida di tutto il teatrino montato da Raymond in una Londra lercia e torbida.

Una Londra di cui Derek Raymond – pseudonimo di Robert William Arthur Cook – è stato uno dei più acuti testimoni dopo aver vissuto randagio ed essersi adattato a mille mestieri tra cui il riciclaggio di auto in Spagna e l’insegnamento a New York, taglialegna in Francia, tassista e trafficante di materiale pornografico. Testimone ma straniero, almeno a livello lettarario, dato che i suoi noir della serie della Factory, scritti in un periodo che va dal 1984 al 1994, raggiungono il successo non in Gran Bretagna, ma in Francia, terra del resto in cui il genere ha le sue radici. In Italia i libri di Derek Raymond, tra cui anche Quando cala la nebbia rossa (254 p., € 14), sono pubblicati da Meridiano zero. E Quando cala la nebbia rossa non può forse essere definito un “bel” libro: eccessivamente scentrato tra un inizio in stile “spy story” e uno sviluppo tra l’“hard boiled” ed il noir con un cambio brusco di protagonisti. Eppure è un romanzo forte che non si lascia facilmente dimenticare. Il merito è sicuramente del protagonista, Gust: inizialmente solo un comprimario che però ben presto ruba a tutti gli altri la scena per la veridicità, per l’umanità e la disperazione che Raymond è riuscito ad infondervi. Con una conclusione che ci fa dubitare di trovarci piuttosto di fronte ad una tragedia shakespeariana, tanto è il pathos dell’ineluttabile di cui riesce a circondarsi Gust citando Dylan Thomas: «dopo la prima morte non ce ne sono altre».

Casa editrice

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agosto 21, 2007 - Posted by | raymond

2 commenti »

  1. il primo libro che ho letto di Raymond è stato “Il mio nome era Dora Suarez”, e forse è stato un errore… è stato un colpo allo stomaco, lo ammetto, ma era di una tale bellezza che non c’eran parole che potessero rendergli onore.
    appena mi son ripreso, bè, che altro potevo fare? ho comprato in blocco tutti gli altri. alcuni sono stati una delusione, però. tipo “il museo dell’inferno”. chiusure affrettate, soluzioni che sbucavano all’improvviso, come se Raymond avesse una gran voglia di scrivere la parola “fine” il prima possibile.
    ammetto anche che, persino nei romanzi più deboli, riesce [anzi, purtroppo, riusciva]sempre a infilare una pagina che da sola giustifica l’acquisto del libro.
    questo, però, per adesso non mi ha ancora convinto. ma l’inverno è lungo, eh, mica è detta l’ultima. ciao!

    Commento di baxx | ottobre 15, 2007 | Rispondi

  2. bé, tieni conto che non ho detto che si tratta di un romanzo stupendo… forse nessuno dei romanzi di Raymond che ho letto può fregiarsi di tale epiteto, ma è sconvolgente quando bene riesca a “far uscire” in questo caso il protagonista dalle pagine…

    Commento di st2wok | ottobre 17, 2007 | Rispondi


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