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DANIELE NOVARA, LA GUERRA E I VIDEOGIOCHI
 
Da LIBERTÀ del 24.08.2011:libertàVideogiochi di guerra, è allarme: sono violenti di Daniele Novara

Si scopre che Breivik il killer dell’isola di Utoya in Norvegia aveva una passione: i videogiochi di guerra. Non solo una passione, l’assassino confessa candidamente nel suo manifesto di 1500 pagine postato su internet che due di questi gli erano stati utili a preparare la strage.
Si tratta di “World of Warcraft” e “Call of Duty – Modern Warfare”. I videostore norvegesi reagiscono immediatamente ritirandoli dal commercio per solidarietà alle vittime.
Sembrerebbe una cosa di buon senso attendersi analoga reazione nel resto d’Europa. Confesso di non conoscere esattamente cosa è successo in tutti gli stati europei. Ma in Italia è calma piatta. Nessun segnale di attenzione alla notizia. Per scrupolo faccio qualche telefonata nei negozi specializzati della città: praticamente tutti li dispongono e li espongono senza alcun problema. Mi armo di pazienza, decido di visionare questi filmati. Anzi mi limito a quello più leggero. Esperienza interessante. Si tratta di una vera attività di simulazione per imparare a combattere e ovviamente a uccidere. Il realismo è assicurato a partire dal libretto di istruzione con la spiegazione ben dettagliata degli usi e degli effetti più o meno devastanti delle armi impiegate. Di ludico resta veramente ben poco: dentro uno scenario particolarmente realistico occorre sparare, colpire, distruggere, uccidere.
Gli studi sulla pericolosità di questi strumenti (chiamarli giochi mi sembra veramente imbarazzante) rappresentano ormai uno specifico filone di ricerca scientifica. Dubbi ne restano pochi. Non era proprio il caso di aspettare la follia del norvegese Breivik per cercarne a tutti i costi una conferma empirica.
Nonostante l’obbligo della maggiore età ritengo che, per la loro natura, i videogiochi violenti e di guerra, possano essere venduti soltanto nei negozi di armi per i portatori di licenze specifiche. Infine mi attenderei che anche in Italia i negozi specializzati adottassero le decisioni prese dai colleghi norvegesi ritirando i videogiochi usati da Breivik per addestrarsi. A meno che qualcuno non stia già pensando di trasformare la strage dell’isola di Utoya in un intrattenimento digitale. Gli spunti non mancano… sull’isola le immagini sembrano proprio uscire da un videogioco.
Daniele Novara
 
Risposta del sottoscritto pubblicata nella rubrica delle Lettere di LIBERTÀ del 26.08.2011

DANIELE NOVARA, LA GUERRA E I VIDEOGIOCHIgtc
Onestamente stimavo Daniele Novara un pedagogista preparato ed attento, ma il suo articolo riportato su Libertà di oggi (24.08.11) mi fa completamente ricredere. Il tema è quello solito dei videogiochi cattivi maestri di violenza, addestratori d’attentatori. L’ultimo il norvegese Breivik. Già aveva fatto un servizio in prima serata sul TG1 la giornalista Virginia Lozito (24.07.11, edizione delle 20) e rimando per quello alle riflessioni già scritte sul mio blog http://ossessionicontaminazioni.splinder.com/post/25301614. Ma, si sa, i giornalisti son sempre pronti a gridare allo scandalo per fare share. Fa specie che a cadere nelle stesse assurde banalità sia invece un pedagogista che dovrebbe essere attento e preparato. Non è attento Novara, perché nel delirante testo di Breivik ben più centrale dell’ossessione per i videogiochi è quella per le dottrine del maestro della Chiesa S. Bernardo che ha ispirato la regola dei Cavalieri Templari sostenendo la santità dell’uccisione degli infedeli. Per questo dovremmo chiedere la proibizione della vendita dei testi bernardiani? Non è preparato Novara perché gli studi seri che si sono preoccupati di esaminare se i videogiochi producano comportamenti violenti in bambini e ragazzi hanno fallito nel mostrare rapporti causali tra i due. Anzi, spesso si è rilevato come il videogioco sia un potente mezzo di socializzazione tra i più giovani e quindi spinga verso non la violenza ma verso il rapporto e la collaborazione. Mi permetto di segnalare a Novara e a tutti gli interessati all’argomento l’unico studio serio e documentato disponibile: Lawrence Kutner e Cheryl K. Olson Grand Theft Childhood (Simon & Shuster, 2008) ed il relativo sito <http://www.grandtheftchildhood.com> che gli autori utilizzano per dare consigli a genitori ed insegnanti per l’utilizzo dei videogiochi.
Francesco Mazzetta
 
Replica di Daniele Novara nella rubrica delle Lettere di LIBERTA’ di sabato 27.08.2011Novara3

VIDEOGIOCHI DI GUERRA: ALCUNI CHIARIMENTI
Caro direttore, l’intervento di Francesco Mazzetta in riferimento al mio pezzo del 24/08/2011 necessita di alcuni brevi chiarimenti:
1)      La mia considerazione si è centrata unicamente sui videogiochi di guerra che utilizzava il killer norvegese prendendomi l’onere di visionarli direttamente. Invito anche i genitori interessati a farlo. Un’esperienza che non lascia margine di dubbio: non si tratta di puri e semplici giochi, ma di simulazioni realistiche tipo quelle dei piloti di aereo o attività similari;
2)      Le ricerche che mettono in guardia sulle connessioni fra videogiochi di guerra e comportamenti violenti non saranno mai superiori come numero alle ricerche finanziate dal business legato alla produzione di videogiochi che senz’altro ha più interessi e risorse per realizzarle a suo favore. Resto a disposizione per specificare le ricerche scientifiche a cui faccio riferimento;
3)      Nessuno ovviamente può escludere che anche i videogiochi violenti possono tangenzialmente risultare un’occasione di socializzazione fra ragazzi. Anche l’alcol e le sigarette – com’è noto – aiutano… Un bicchiere di birra non è un problema, ma 3 bottiglie sì! Si tratta, come sempre, di capire i limiti, le tollerabilità, le sostenibilità sia personali che sociali. E’ su questo insieme di informazioni che si costruisce un discorso anche pedagogico senza inutili allarmismi, ma con la consapevolezza che la responsabilità educativa vada sempre esercitata in prima persona senza alcuna delega in assoluto né ai detrattori né ai glorificatori dei videogiochi di guerra;
4)      In generale, il discorso sui videogiochi nel loro complesso necessiterebbe di un’attenzione pedagogica maggiore di quella attuale. A più riprese ho invitato i genitori a preferire giocattoli e giochi che consentano un livello di sensorialità, di motricità, di socialità che i video schermi digitali di oggi non possono garantire. Ancora una volta si tratta di una questione di misura educativa.
Un’occasione di ulteriore approfondimento potrà essere la prossima edizione della Scuola Genitori di Piacenza.
Daniele Novara
Direttore Centro Psicopedagogico per la pace e la gestione dei conflitti
 
Risposta alla replica pubblicata nella rubrica delle Lettere di Libertà del 30.08.2011alter ego

Caro Direttore, mi sia concesso di rispondere ai chiarimenti di Daniele Novara (nella lettera pubblicata il 27 agosto) relativamente al tema dei videogiochi di guerra. A Novara è fin troppo facile rispondere che gli inutili allarmismi è stato lui stesso a farli (proponendo il possesso di una licenza per poter giocare ai videogiochi come se si trattasse di armi). Per il resto sono d’accordo con lui quando sostiene che il discorso sui videogiochi necessiti di un’attenzione pedagogica maggiore di quella attuale. Ma tale attenzione passa imprescindibilmente dalla conoscenza del fenomeno e non dal “sentito dire”. Nel suo articolo Novara sosteneva di aver guardato i video e letto i manuali di istruzioni. Ma ci ha giocato? Ad esempio in “War of Warcraft” la maggior parte del “gioco” consiste non nel combattimento ma nelle relazioni sociali tra gli avatar, e nella realizzazione di strategie coordinate per avere successo sia nelle battaglie che dividono umani e orchi (le fazioni in guerra nel gioco) ma anche per gestire le comunità virtuali come se fossero comunità reali. Nel volume/mostra Alter ego: avatars and their creators di Robbie Cooper (Chris Boot, 2007) si vede come anche disabili o persone con problemi relazionali possano trovare enorme giovamento dal riscrivere la propria identità in un mondo virtuale. Un gioco, peraltro bollato come 18+ (cioè non adatto ai minorenni) come Dante’s Inferno, potrebbe essere utilissimo a scuola non tanto per commentare il testo dantesco, ma per far riflettere gli studenti sulle sopraffazioni che il mondo cristiano ha inflitto nella storia a quello islamico, magari accompagnato dalla lettura del libro di Maalouf Le crociate viste dagli arabi (SEI, 1989). È esattamente il discorso che fa Novara sulla birra: se uno si ubriaca, o se gioca tutto il giorno fino ad instupidirsi (aggiungo io), o se passa tutto il suo tempo a guardare la televisione, ecc. allora quella persona ha dei problemi. E se questo è vero per un ragazzo che non deve essere lasciato solo davanti ai videogiochi (né di guerra, né altri, ma neppure davanti alla televisione o ad altri media) senza l’insostituibile mediazione del genitore/insegnante, lo è tanto di più per un adulto. E qui torniamo a Breivik che, a meno che non venga riconosciuto incapace d’intendere e di volere, è l’unico responsabile della strage effettuata, ed il volerne rintracciare cause esterne (i videogiochi di guerra) è far torto, prima ancora che all’onestà intellettuale e professionale, ai cari delle vittime falcidiate dal suo gesto.
Francesco Mazzetta
laureato in pedagogia, bibliotecario e giornalista specializzato in videogiochi
 
Riferimenti:
Daniele Novara su Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Daniele_Novara
Centro Psicopedagogico per la Pace e la gestione dei conflitti (CPP) di cui Novara è l'attuale Direttore: http://www.cppp.it
Sito di Libertà: http://www.liberta.it
Sito di Kutner e Olson: http://www.grandtheftchildhood.com
 
 

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settembre 5, 2011 - Posted by | breivik, videogiochi, violenza

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