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Quale arte per i videogiochi?

Sto leggendo Video game education (ebbene sì: Unicopli), che una volta finito sarà oggetto di un articolo per il Manifesto (se sopravvive). Ma mi preme fare subito un commento.

Premetto che trovo il testo di estremo interesse ma c’è almeno un autore le cui opinioni non posso condividere. Anticipo il dissenso poiché l’oggetto del dissenso non riguarda l’ambito videoludico ma piuttosto la concezione dell’arte.

Angela Bonomi Castelli, graphic designer, insegnante di discipline artistiche e socio fondatore dell’Assiciazione italiana per l’educazione ai media e alla comunicazione, di cui è coordinatore per la Lombardia (come recitano le note biografiche in calce al volume) scrive nel saggio da lei curato, Video game education: per quale formazione estetica?:

Non voglio sostenere che non esistano giochi anche artisticamente piacevoli: per nostra fortuna ci sono e vengono curati da tutti i punti di vista; piacevolissimi giochi che informano, sviluppano conoscenza e trasmettono serenità. (p. 69)

e

Fruire dell’estetica è anche sapersi abbandonare serenamente in una dimensione di equilibrio e di scoperta di una bellezza che dà tranquillità. (p. 72)

Ora, per quanto certamente l’arte possa trasmettere anche serenità e tranquillità, limitare la qualifica di artistico a videogiochi, o ad opere tout court, che si limitino a trasmettere tali sensazioni mi sembra oltremodo riduttivo. Sarebbe come negare la patente d’artista a (ad esempio) Beethoven, Munch, Picasso nonostante che alcuni degli unanimemente riconosciuti capolavori (il primo movimento della Quinta sinfonia, l’Urlo, Guernica) esprimano tutt’altro che serenità o tranquillità. Di più: le due opere liriche di Alban Berg (nota per i melomani: Wozzeck e Lulu) esprimono esattamente emozioni contrastanti con esse come angoscia, ossessione, brutalità, violenza, alienazione. Eppure stiamo parlando di due tra le più notevoli (e quindi artistiche) opere liriche del Novecento.

Allo stesso modo possiamo trovare videogiochi il cui lato artistico è legato ad emozioni come tranquillità e serenità come il recente Journey (di cui ho parlato qui: https://ossessionicontaminazioni.wordpress.com/2012/04/09/poesia-per-ps3-journey/) ma anche in giochi “scabrosi”, ben difficilmente definibili tranquilli o sereni come, ad esempio, Silent Hill 3, il livello finale di Painkiller, ecc.

L’impostazione iperclassicista della Bonomi Castelli non solo non può rendere conto dell’artisticità dei videogiochi: non può rendere neppure conto dell’artisticità di tante opere tout court d’arte unanimemente riconosciute come tali. Ad esempio il livello finale di Painkiller che mette in scena il combattimento del protagonista con Satana in persona si svolge in un ambientazione la cui iconografia ripercorre l’idea stessa della guerra dalle clave e dalle lance primitive alla devastazione del fungo atomico mentre soldati di tutte le epoche ridotti ad intangibili fantasmi continuano stolidamente ad attaccarsi e ad attaccarci. Come non ripensare alla devastazione assurda rappresentata da Picasso in Guernica? Come non pensare ad un filo rosso che possa collegare le due opere, pur nella lontananza dell’espressione mediale, nell’obiettivo di trasmettere lo sdegno allo spettatore/giocatore nei confronti della guerra? Come non riconoscere a questo sdegno un’afflato etico che si coniuga indissolubilmente ad un risultato artistico?

La video game education passa prima di tutto (come del resto mostrano altri saggi dello stesso volume) dal riconoscimento della realtà e dalla capacità di situare il videogioco come “altro” da essa ma non scollegato, anzi sempre in dialettica con essa. E’ su questa dialettica che è possibile imbastire una didattica (anche estetica) legata al videogioco. Ma se della realtà (più o meno artistica) ci facciamo una rappresentazione parziale e idealistica (nel senso deteriore del termine) quale mai potrà essere tale dialettica se non una mera riproposizione delle proprie astratte convinzioni?

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maggio 12, 2012 - Posted by | arte, videogiochi |

2 commenti »

  1. il bello è legato alla sensazione del piacere,lo dice Kant, tanto per cominciare,
    se poi citiamo anche Burke il senso del piacere è imprescindibile dal sublime…
    Il bello nel videogioco? sicuramente è da definirsi in altri termini di bello-buono-vero come giustamente fa osservare Francesco.
    “ove per poco il cor non si spaura” vi dice nulla? Leopardi lo ha espresso benissimo.

    Commento di Debora | maggio 20, 2012 | Rispondi

    • grazie Debora per il tuo commento! onestamente non penso sia una situazione legata esclusivamente ai videogiochi. come applicare canoni classici di bellezza – nel senso della nostra professoressa – ad un film horror? ad un album di heavy metal? ad una performance di body art tipo Stelarc?
      anche nel male (moralmente parlando) ci può essere del bello? del resto gli ufficiali SS ascoltavano Mozart mentre stavano mandando a morire ebrei nelle camere a gas. Staccandosi da Gentile (che sosteneva l’identità di bene e bello) Croce sosteneva che le sfere del bello e del bene (l’estetica e l’etica) andassero “distinte”. non ne sono convintissimo, ma quantomeno è certo che alcune cose che l’etica comune considera brutte o/o cattive possono invece essere realmente belle.
      ma è roba da corso universitario più che da commento su un blog… 😉

      Commento di st2wok | maggio 21, 2012 | Rispondi


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