LA POLVERE CHE ERODE I SOGNI

I Am Alive è un gioco che ha avuto una genesi travagliata: inizialmente sviluppato da Darkworks, progressivi tagli di budget da parte del produttore Ubisoft hanno fatto sì che lo sviluppo passasse a Ubisoft Shangai e che il gioco uscisse solo in digital delivery sui marketplace di Xbox e PS3. Nonostante le traversie subite dallo sviluppo – traversie peraltro che si riflettono soprattutto in un gameplay penalizzato da una eccessivamente limitata varietà di situazioni e dall’assenza di un free roaming che al contrario ne avrebbe fatto quasi un capolavoro – I Am Alive è un gioco interessante e a tratti addirittura affascinante.

La premessa è un enorme terremoto che ha devastato gli Stati Uniti e un ininterrotto sciame di scosse che a distanza di un anno continuano a tormentare gli esseri umani impedendo, con nubi tossiche di polvere di cemento nelle città, la ricostituzione della “civiltà”. Il protagonista torna ad Haventon dopo una peregrinazione durata appunto un anno per ricongiungersi con la moglie e con la figlia. Non sappiamo cosa gli sia successo in questo tempo ma il personaggio che ci troviamo a controllare (in terza persona nell’esplorazione, ed in prima negli scontri a fuoco) non possiede praticamente nulla se non una piccola videocamera e discrete abilità da scalatore. Dovremo farci strada nella desolazione urbana di Haventon difendendoci da bande di predoni ed aiutando le persone in difficoltà fronteggiando la scarsità delle risorse e la desolazione che ci circonda. Ma quella che abbiamo di fronte, come gameplay, non è un’avventura, nemmeno un “action adventure”, almeno non in stile Tomb Raider: piuttosto occorre tornare all’idea di platform dato che le azioni (e i percorsi) da compiere sono sempre predefinite e il nostro compito è trovare quelle giuste all’interno delle possibilità a disposizione (o ricominciare da capo tutto il livello). Cosa non semplice perché non ci è concesso di approcciare liberamente alcuni personaggi non giocanti e solo utilizzando l’azione corretta riusciremo a sopravvivere. Ma anche con l’approccio giusto non sarà agevole, ad esempio, superare una banda di 4 predoni armati solo di un machete e di una pistola con un solo colpo o addirittura scarica, o arrampicarci lungo cornicioni di palazzi in rovina con a nostra disposizione solo qualche chiodo da roccia.

Tutto sommato però il gameplay ostico (sarà estremamente facile morire anche in modalità “normale”) accresce il “mood” post-apocalittico del titolo che ci porta a riflettere come questo genere stia tornando di moda. A braccetto col Metro 2033 Universe, ma anche con la paura nucleare o di guerra su scala mondiale come negli ultimi FPS blockbuster Call of Duty e Modern Warfare, I Am Alive ci propone un mondo devastato in cui la polvere di cemento degli edifici distrutti dal terremoto come quella delle Torri Gemelle abbattute cala a soffocare i sopravvissuti, ma a differenza di quella, non si posa e continua a erodere vite e a impedire che le città siano ricostruite. Come se la crisi globale, oltre ai salari, erodesse le speranze e i sogni che si esprimo tramite l’immaginario, anche videoludico.

[pubblicato su Alias – Il Manifesto di sabato 26 maggio 2012]

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