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Giocare coi figli fa bene

Educare ai videogiochi? Ha bisogno di essere educato ai videogiochi chi trascorre buona parte della sua giornata davanti ad essi? Chi sa esporre le differenze tra le varie uscite di FIFA o di Tekken con dovizia di particolari che farebbero l’estasi professionale di qualsiasi insegnante se l’oggetto dell’esposizione fosse di pertinenza scolastica? Forse una situazione analoga l’ha vissuta la generazione che, appassionata di fumetti, s’è ritrovata sui libri di testo l’analisi di alcuni di quegli stessi fumetti. In realtà “educare ai videogiochi” (in inglese, video gameeducation) ha due possibili principali significati che derivano dal target dell’educazione stessa.

Il primo target sono evidentemente i videogiocatori: bambini, ragazzi, adolescenti. Il semplice fatto di passare tanto tempo coi videogiochi non si traduce automaticamente nel conoscere il medium, le sue peculiarità semiotiche. Il secondo target sono gli educatori stessi – insegnanti o genitori – che devono gestire il rapporto tra i giovani di cui devono occuparsi ed i videogiochi.

Entrambi questi scenari educativi devono essere percorsi perché il videogioco (ancor più dei fumetti all’epoca) sono un medium diffuso e capace di veicolare contenuti disparati, di proporsi in contesti non sempre riconoscibili. Pensiamo a un qualsiasi prodotto dedicato all’infanzia come un giocattolo o i cereali per colazione. Niente di più facile che sulla confezione si rimandi ad un sito dove sono disponibili, ovviamente gratuitamente (ma spesso previa “iscrizione”), videogiochi legati a quel brand. Esattamente come per la pubblicità l’apparente semplicità del medium nasconde un ingente investimento per creare fidelizzazione (e inoltre l’iscrizione porta nel database della ditta preziose e gratuite informazioni sugli utilizzatori) e per veicolare in modo virale la conoscenza del brand (ad es. con il bottone “condividi su Facebook” che fa sapere ai nostri “amici” che stiamo usando il gioco legato al prodotto). Pensiamo al controllo possibile sui titoli disponibili ai figli che, anche nel caso di attenzione/sorveglianza/documentazione sui giochi disponibili, possono sfuggire al nostro controllo ad esempio a casa di amici e avere accesso proprio a quei titoli che come genitori vorremmo loro evitare. Ma pensiamo anche a tutti gli aspetti positivi legati ai videogiochi di cui è stata sperimentalmente dimostrata la capacità di trasmettere informazioni anche di natura scolastica con un’efficacia che va ben oltre i metodi tradizionali della didattica.

Per informarsi sull’argomento della educazione ai videogiochi possono essere utili due volumi recentemente pubblicati: Video game education. Studi e percorsi di formazione a cura di Damiano Felini (Unicopli, € 15) e Figli e videogiochi. Istruzioni per l’uso di Manuela Cantoia, Lorenzo Romeo e Stefano Besana (La Scuola, € 9).

Il primo riporta le esperienze, e le riflessioni risultanti, fatte sia con ragazzi sia con genitori e insegnanti, sia all’interno della scuola sia in contesti meno formali con i videogiochi, proponendo griglie di valutazione degli stessi sia per l’uso didattico sia per quello familiare. Un capitolo è inoltre dedicato all’illustrazione – con evidenziazione di luci ed ombre – del PEGI, il Pan European Game Information ovvero il sistema di rating europeo dei videogiochi in base all’età ed ai contenuti. Il secondo, pubblicato da una casa editrice tradizionalmente dedicata all’educazione ed agli strumenti didattici, grazie anche all’interazione tra pedagogisti videogiocatori e non, è un vademecum estremamente chiaro per il genitore giustamente preoccupato della “dieta mediale” dei propri figli ma che non vuole risolvere il problema con aprioristiche (e spesso inutili) proibizioni. In particolare entrambi i volumi concordano, ai fini dell’educazione genitoriale ai videogiochi, sulla conclusione che i genitori debbano, particolarmente in questo caso, assumersi pienamente le proprie responsabilità educative ed informarsi estesamente sui videogiochi a disposizione (non fidandosi dei sistemi “automatici” di rating), parlare con i figli dei gusti videoludici e delle sensazioni che ne traggono. Addirittura giocare assieme con loro per verificarne l’effetto. Insomma assumersi pienamente il proprio ruolo di genitori e non attendersi che esso in qualche modo possa essere delegato ad altri. E poi magari è anche possibile scoprire che giocare insieme può piacere!

 

Articolo pubblicato su Alias di sabato 4 agosto 2012 [PS: il libro Unicopli è stato acquistato].

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agosto 5, 2012 - Posted by | educazione, videogiochi | , ,

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