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Roberto Casati e i videogiochi a scuola

casatiNonostante quanto qualcuno si potrebbe attendere dal fatto che sono non solo appassionato di videogiochi, ma che ho pure portato questa passione nell’ambito dell’attività professionale nella biblioteca, dal fatto che promuovo il servizio di biblioteca digitale a tal punto da essere stato per un anno il Presidente del Comitato scientifico di ReteINDACO, tutto sommato condivido la cautele rispetto agli ebook ed agli strumenti digitali importati acriticamente nella didattica scolastica presentati da Roberto Casati nel suo libro: Contro il colonialismo digitale. Istruzioni per continuare a leggere (Laterza, 2013).

Però non condivido il suo coinvolgere il medium videoludico in tale critica. Non perché, come sembra pensare, obiettivo dei tecnofili e studiosi del medium videoludico sia il portare i videogiochi in classe, in quanto strumenti che “naturalmente” addestrano i “nativi digitali” al multitasking. Casati critica la “necessità” di portare i videogiochi a scuola e critica il concetto di multitasking dicendo che non è dimostrato che la nostra attenzione si possa focalizzare su più aspetti ma piuttosto ciò che avviene è uno “switch tasking” cioè uno “zapping” della nostra attenzione su vari elementi a danno in realtà proprio dell’attenzione focalizzata sul singolo elemento. Cioè se sto studiando storia in una finestra e nell’altra controllo gli stati su Facebook in realtà non sto facendo due cose contemporaneamente ma piuttosto sto velocemente alternando la mia attenzione da una finestra all’altra, a danno però dell’attenzione necessaria dello studio.

L’obiezione parrebbe sensata senonché proprio i videogiochi sembrano mostrare una diversa possibilità. Quando sto giocando ad un videogioco, per avere successo, devo contemporaneamente tenere sotto controllo diversi elementi: il nemico contro cui sto combattendo, il livello di vita, il livello di munizioni o di mana, se sto giocando ad uno strategico anche la disposizione delle mie truppe in rapporto a quelle avversarie, il tasso di completamento delle risorse progettate, ecc. Senza tenere sotto controllo tutti questi elementi nessun giocatore potrà procedere a lungo in nessun videogioco. E, a pensarci bene, non è poi neanche che sia una situazione che si presenta esclusivamente nei videogiochi: quando guidiamo un’auto dobbiamo contemporaneamente prestare attenzione alla velocità, al motore, alla strada, al cruscotto per monitorare possibili anomalie segnalate visivamente e/o in modo sonoro. E non è switch tasking: lo switch tasking è la situazione di chi sta imparando a guidare e presta attenzione, uno alla volta, a tutti questi elementi, e ovviamente sbaglia perché si può guidare solo quando impariamo a metterli tutti sotto la nostra attenzione. E’ solo così che è attivabile lo stato di “flusso” che è possibile sperimentare giocando ad un videogioco: in una situazione di switch tasking non si potrebbe attivare uno stato psicologico così immersivo, proprio perché l’attenzione sarebbe infranta da attenzioni molteplici e superficiali.

Di più: per portare “questo” multitasking a scuola non è necessario far comparire in classe consolle e videogiochi, ma piuttosto, come insegna James Paul Gee (ne ho parlato qui: https://ossessionicontaminazioni.wordpress.com/2013/07/27/la-pedagogia-spiegata-dai-videogiochi/) capire mediante quali meccanismi i videogiochi riescono ad attivare il meccanismo del multitasking e del flusso di attenzione da parte dei videogiocatori e trasferirli, se possibile, alla didattica.

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aprile 1, 2015 - Posted by | educazione, videogiochi | , , ,

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