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Smontare Baudrillard: la (presunta) antinomia tra gioco e realtà

baudrillardSul Manifesto del 18.8.2015 appare il saggio di Jean Baudrillard a titolo Passioni ludiche senza desiderio (tratto dal volume Della seduzione, SE, 1997) ad inaugurare una serie di interventi sulle “Vite d’azzardo”, su come il gioco, ed in particolare il gioco d’azzardo, va ad inserirsi nelle nostre vite a livello personale e sociale.

Premetto che non ho mai studiato organicamente Baudrillard, ed ora che so che la sua riflessione coinvolge anche l’attività videoludica, sarà mia premura ovviare alla lacuna e mettere tra i “da leggere” quanto meno Della seduzione. E tuttavia qualche riflessione già a partire dal saggio pubblicato dal Manifesto mi sembra non solo possibile ma anzi doveroso da parte di chi, come me, da ormai da anni studia e scrive di giochi e videogiochi. Pertanto dopo una ripetuta lettura del testo baudrillardiano e una pausa di riflessione e decantazione ormai durata qualche giorno eccomi a cercare di spiegarvi perché le riflessioni del filosofo francese sul gioco si riducono ad una serie di dotte banalità che c’illuminano ben poco.

Sostanzialmente Baudrillard pone la dicotomia gioco/realtà come parallela a quella tra Regola e Legge (riprendo l’uso delle maiuscole dal testo del filosofo). Adeguando le definizioni al Vocabolario Treccani (regola: http://www.treccani.it/vocabolario/regola/; legge: http://www.treccani.it/vocabolario/legge/) possiamo assumere il termine “norma” come ombrello per riunire entrambi e tentare di sintetizzare la dicotomia baudrillardiana osservando che la Regola è una norma che riguarda la sfera del contingente mentre la Legge è una norma che riguarda la sfera del necessario. La Legge specificatamente riguarda il dover essere del vivere personale e sociale e infatti Baudrillard spiega che mentre essa è di natura positiva (esplicita ciò che deve essere/essere fatto) la Regola ha un’impostazione negativa e proibitiva. Mentre porsi contro la Legge è combattere un ideale con una altro ideale, porsi contro la Regola è uscire della sua sfera di pertinenza senza per altro negarla, è ciò che fa il baro, che in quanto tale esce dal gioco e dalle sue regole, in realtà non gioca più perché al gioco – attività a-finalistica – sostituisce un lavoro, un’attività cioè che comporti un reddito.

Qualche passaggio, per dar conto della mia ricostruzione:

 

[…]

Comunemente viviamo nell’ordine della Legge, anche e persino quando abbiamo il fantasma di abolirla. L’unico al di là della legge per noi concepibile è la trasgressione o l’eliminazione del divieto. Infatti, il modello della Legge e del divieto governa il modello inverso di trasgressione e liberazione. Ma in realtà, quel che si oppone alla legge non è affatto l’assenza di legge, è la Regola.

La regola gioca su una concatenazione immanente di segni arbitrari, mentre la Legge si fonda su una concatenazione trascendente di segni necessari. L’una è ciclo e ricorrenza di procedure convenzionali, l’altra è un’istanza fondata su una continuità irreversibile. Per l’una esistono soltanto obblighi, per l’altra costrizioni e divieti. La Legge può e deve essere trasgredita, perché instaura una linea di spartizione. Di contro, non ha alcun senso «trasgredire» una regola del gioco: nella ricorrenza di un ciclo, non c’è linea da oltrepassare (si esce dal gioco, punto e basta).

[…]

Entrare nel gioco significa entrare in un sistema di obblighi rituali, e la sua intensità deriva da questa forma iniziatica – e non da qualche effetto di libertà, come ci piace credere, per un effetto strabico della nostra ideologia che distorce tutto in funzione della sola fonte «naturale» di felicità e godimento.

L’unico principio del gioco, che tuttavia non si pone mai come universale, è che la scelta della regola vi libera dalla legge.

Priva di fondamento psicologico o metafisico, la regola è priva anche di un fondamento di credenza. A una regola né si crede né non si crede – la si osserva. La sfera diffusa della credenza, l’esigenza dicredibilità che avvolge tutto il reale sono volatilizzate nel gioco – da qui la sua immoralità: funzionare senza crederci, lasciar risplendere il fascino diretto di segni convenzionali, di una regola priva di fondamento.

[…]

Il fascino del gioco deriva da questo sbarazzarsi dell’universale in uno spazio finito – da questo sbarazzarsi dell’uguaglianza nella parità duale immediata – da questo sbarazzarsi della libertà nell’obbligo – da questo sbarazzarsi della Legge nell’arbitrarietà della Regola e del cerimoniale.

[…]

Se il gioco avesse una qualsiasi finalità, il solo vero giocatore sarebbe il baro. Ora, se può esserci un certo prestigio nel fatto di trasgredire la legge, non ce n’è nessuno in quello di barare, di trasgredire la regola. D’altronde, il baro non trasgredisce, dal momento che, non essendo il gioco un sistema di interdetti, non vi è nessuna linea da oltrepassare. La regola non può essere «trasgredita», può soltanto non essere osservata. Ma l’inosservanza della regola non vi mette in una situazione di trasgressione , vi fa semplicemente ricadere sotto la giurisdizione della legge.

È il caso del baro che, profanando il rituale, negando la convenzione cerimoniale del gioco, gli restituisce una finalità economica (o psicologica, se bara per il piacere di vincere), e cioè la legge del mondo reale. L’irruzione di una determinazione individuale gli fa distruggere il fascino duale del gioco. Se un tempo lo si puniva con la morte e ancor oggi lo si disapprova duramente, ciò accade perchè il suo crimine è, in effetti, analogo all’incesto: spezzare le regole del gioco culturale a vantaggio soltanto della «legge di natura».

Per il baro, non esiste neppure più una posta in gioco, poiché la confonde con la creazione di plusvalore. La posta in gioco, infatti, è innanzitutto qualcosa che permette di giocare: farne la finalità del gioco è una prevaricazione. E anche la regola non è altro che la possibilità di giocare, lo spazio duale dei partner. Chi la considerasse un fine (una legge, una verità) distruggerebbe allo stesso modo il gioco e la sua posta. La regola non ha autonomia, qualità eminente, secondo Marx, della merce e dell’individuo che agisce nel mercato, valore sacrosanto del regno economico. Il baro, invece, è autonomo: ha ritrovato la legge, la sua legge, contro il rituale arbitrario della regola – ed è questo che lo squalifica. Il baro è libero, ed è la sua rovina. Il baro è volgare, perchè non si espone più alla seduzione del gioco, perchè rifiuta di lasciarsi andare alla vertigine della seduzione. […]

Il gioco è un sistema senza contraddizioni, senza negatività interna. Perciò non si potrebbe riderne. E se non può essere parodiato è perchè tutta la sua organizzazione è già parodiata. La regola gioca come simulacro parodistico della legge. Né inversione, né sovversione, ma reversione della legge nella simulazione. Il piacere del gioco è duplice annullamento del tempo e dello spazio, sfera incantata di una forma indistruttibile di reciprocità – seduzione pura – e parodia del reale, gioco al rialzo formale delle costrizioni della legge. […]

Proviamo dunque a pensare la dualità regola/legge all’interno del nominalismo giuridico. Legge è la norma emessa dallo Stato che regola eticamente il vivere comune, Regola è la struttura di norme che fa funzionare i vari servizi. Regola è la struttura normativa che fa sì che funzioni il gioco in quanto universo separato ed a sé stante rispetto all’essere reale e all’essere con gli altri vissuto in una prospettiva reale ed economica (e non fittizia e/o astratta).

E’ ben presto evidente come questa impostazione ponga rilevanti problemi. Prendiamo ad esempio il caso di un assassino (non una assassino politico, ma un assassino per vendetta/gelosia/denaro/…). Un assassino evidentemente infrange la Legge, dato che ragion d’essere stessa della Legge è la sicurezza del cittadino da un punto di vista sia personale che sociale. Ma altrettanto evidentemente non intende tale infrazione come contestazione, come ribellione, di più: come Rivoluzione nei confronti di quella Legge. Egli trasgredisce quella Legge non perché ne voglia un’altra al suo posto, anzi, idealmente, egli sarebbe il primo ad essere concorde sulla sua necessità (anche perché altrimenti altri potrebbero uccidere lui, ad esempio per vendetta…). Un altro esempio. Una importante Biblioteca prevede nel proprio Regolamento la necessità per visionare direttamente i fondi storici di pregio la fornitura di una sorta di certificazione accademica o professionale. Un comitato di utenti, convinto che i fondi debbano poter essere a disposizione di tutti si attiva creando petizioni, scrivendo a Direttori, amministratori e giornalisti. La norma che regola il funzionamento di una Biblioteca è con tutta evidenza una regola, ma allora quale senso ha l’opporsi ad essa proponendo un ideale (una regola) diversa?

A questo punto parrebbe che Regola e Legge siano attribuzioni piuttosto soggettive delle singole norme che di volta in volta ed a seconda delle situazione vengono viste e vissute in un modo o nell’altro. Ma probabilmente un relativismo di questo tipo porterebbe poco lontano. Maggiormente produttivo mi sembra il tentare di applicare alla dimensione baudrillardiana il poetico e sagace pseudopoemetto che stà all’inizio di Nodi di Ronald D. Laing (Einaudi, 1974):

 

Stanno giocando a un gioco.

Stanno giocando a non giocare a un gioco.

Se mostro loro che li vedo giocare, infrangerò le regole e mi puniranno.

Devo giocare al loro gioco, di non vedere che vedo il gioco.

  

Il gioco a cui si riferisce Laing è la vita, la nostra vita all’interno della società. Società che è un gioco la cui regola più importante è la negazione della sua essenza ludica. In questo gioco, in questa società, il Rivoluzionario è proprio chi barando si pone al di fuori di tale Regola. E allora che ne è della distinzione Regola/Legge. Va demolita riconoscendone l’origine. E per farlo chiediamo aiuto a David Cooper ed ai sui La morte della famiglia (Einaudi, 1972) e Grammatica del vivere (Feltrinelli, 1976) per mostrare come la dicotomia Regola/Legge sia frutto dell’interiorizzazione delle dinamiche familiari – atavica e filogenetica forma di perpetuazione delle strutture di potere – dove la Regola è la norma Materna tesa a guidare ed ad organizzare la vita quotidiana mentre la Legge è la norma Paterna tesa a definire ed ad attribuire senso all’esistenza dell’individuo. In quest’ottica ha un senso il relativismo introdotto poc’anzi: se una norma viene vissuta come essenziale e definitoria rispetto al nostro essere (di individui politici, piuttosto che di cittadini in diritto di usufruire delle risorse della comunità) la leggiamo come Legge, mentre se essa viene letta come meramente regolativa dei rapporti tra persone e/o cose ecco allora che diventa Regola anche quella che mi proibisce di uccidere dato che ad essa sopravanza la Legge interiore che per definirmi mi obbliga ad annullare un altro essere.

maro-slug-il-gioco-sui-due-fucilieri-701204Per uscire da questo corso e ricorso che, generazione dopo generazione, perpetua – anche sotto vesti e colori diversi – tale struttura di potere il consiglio di Cooper è quello di uccidere il proprio Padre interiore, la propria interiore fonte della Legge riconoscendo lainghianamente l’essenza ludica della società ed essere bari, non rivoluzionari, per sovvertirla. Il Rivoluzionario, nell’ottica baudrillardiana, cioè colui che combatte l’ideologia della Legge per sovvertirla, ha esattamente la funzione dell’eroe nella tragedia greca che deve essere presente per far riconoscere la funzione delle istituzioni e deve essere sconfitto per ripristinare l’ordine garantito da quelle stesse istituzioni. Nell’ipotesi più unica che rara di vittoria del Rivoluzionario, suo compito immediato quello di ripristinare la normalità attraverso una nuova Legge. Il baro al contrario è quello che riconosce le regole e i confini del gioco e li oltrepassa per giocare ad un gioco suo più grande di quello degli altri. Un gioco al cui interno come sorta di sottoinsieme si colloca anche il gioco e i giocatori originari che il baro gioca a suo piacimento. Se questo giocare non è finalizzato unicamente al tornaconto personale ma ludicamente smonta le distinzioni che regolano il nostro “normale” vivere sociale – come quelle di Regola/Legge, di Gioco/Lavoro, di Dovere/Piacere, di Famiglia/Società, ecc. – ecco che si tratta di un’attività propedeutica all’instaurazione di un ambito liberato almeno da una parte dei rapporti di potere talmente radicati in noi da essere perpetuati inconsciamente. Non è un caso che l’ambiente del gioco, proprio perché consapevolmente ci permette di liberarci dalle norme visibili ed invisibili del mondo reale, sia già ai livelli più banali una zona libera dagli steccati e dai pregiudizi come riconoscono ad esempio bibliotecarie e bibliotecari che organizzano eventi ed esperienze ludiche e videoludiche ottenendo un pubblico sorprendentemente eterogeneo per età, etnia e censo. Di più: qualsiasi videogiocatore sa che è necessario barare per ottenere tutti i bonus a disposizione in un gioco, anche perché è un gioco nel gioco che i programmatori abbiano inserito “easter eggs” in zone altrimenti inaccessibili.

Baudrillard definisce il gioco come un sistema senza contraddizioni, senza negatività interna, di cui non si può ridere. Ma non è questa la definizione che il perbenismo, che un sistema di potere privo di contrappesi e di critica (dalle dittature politiche del passato a quelle economiche della contemporaneità) vorrebbe sia dato della società? Quanti sono gli uomini e le donne di potere che hanno mal sopportato di essere presi di mira dalla satira? Mentre scrivo sto, ad esempio, assistendo al fiume di improperi contro i creatori del videogioco chiaramente satirico che vede i marò Latorre e Girone fuggire dalle prigioni indiane facendo strame degli indù cattivi che li attaccano brandendo scimitarre (finché sarà disponibile trovate il gioco – Marò Slug – qui: http://maroslug.com) senza vedere come volontà del gioco non sia irridere i due militari, ma piuttosto la pretesa nazionale superiorità legislativa e di civiltà rispetto a quella indiana. Se il gioco, esattamente come la società, vuole essere privo di contraddizioni o di “bug”, compito del baro, che si fa giullare, è mostrare le Leggi per quel che realmente sono: regole astratte destinate alla preservazione dei molti ed all’arricchimento dei pochi. Il compito è mostrare come nella fiaba la nudità del re perché chi gioca abbia la possibilità di scorgere i confini e le regole vere del gioco che sta giocando a propria insaputa.

agosto 21, 2015 Posted by | baudrillard | , , , , , , , , | Lascia un commento

Nuovo DNA per la pop music

anna_f_dna.jpg___th_320_0Un paio di notti fa ero a fare gli esercizi da vecchietto per la schiena mentre tutto il resto della famiglia era (finalmente) andato a letto. Rapida scorsa sui canali Sky per verificare se c’era qualcosa di minimamente interessante da mettere come sottofondo per la noiosa teoria di allungamenti e flessioni. Nessuna serie e nessun film di mio gradimento così sono finito nell’ultima spiaggia dei canali musicali scoprendo che su uno di quelli targati MTV c’era la programmazione dedicata ai “video sexy”. Se la musica è normalmente di merda, quantomeno si riesce a vedere un quantitativo minimo di pelle scoperta di belle figliole (sempre che non mi capiti come successo una volta una teoria di bei figlioli, meno interessanti al sottoscritto). Un esempio? Kiss Kiss di Holly Valance è uno dei video passati nel palinsesto. Poi passa un video di un’artista sconosciuta: Anna F. Il titolo del video: DNA. La cantante è sì carina, ma non “così” carina (e poco vestita) da giustificare l’inserimento del video nella categoria “sexy”. Però è molto meglio. Nel senso che lei (scopro poi austriaca e trentenne dalla Wikipedia in lingua tedesca) canta bene su una base musicale che sembra elettronica e invece è “claphands”. Ed è quello che fa Anna F. col suo gruppo: elettronica senza l’elettronica. Non solo! Lasciando da parte i pur bei video (non solo musicalmente: anche regia, montaggio e fotografia non sono per niente male!) presenti sul suo sito ufficiale, su Youtube si trovano registrazioni live in cui Anna F. si dimostra portata non solo nel canto ma anche con la chitarra acustica. E la sorpresa più grossa arriva proprio con le versioni live di DNA, che, se non supportano il clapphanding ossessivo della versione nel video (e immagino nel CD), mostrano che il brano viene eseguito con un tamburo costituito da una scatola di cartone e con un bassotuba.

Per uno come me che ormai da una decina d’anni non segue più la stampa musicale e praticamente non si interessa più di gruppi/proposte musicali nuove, è stata una sorta di folgorazione. Vado a vedere la scheda su Allmusic ed ordino immediatamente i due album ufficiali di Anna F.: …For Real (Moerder / Rough Trade, 2010) e King in the Mirror (Island / Polydor / Universal, 2014).

Se vi interessa, i video ufficiali sono sul suo sito: http://www.annaf.com; ed altri possono essere visti sul suo canale Youtube: https://www.youtube.com/user/OfficialAnnaF

Qui di seguito qualche live non presente nelle due risorse riportate sopra:

Anna F. unplugged auf delta radio Funkhausdach mit “DNA”

 

Anna F. “Too far” acoustic Version live beim radioeins Parkfest

 

ANNA F. third opening gig with LENNY KRAVITZ – Debrecen,Hungary June 2009

 

 

agosto 17, 2015 Posted by | musica | | Lascia un commento

La poetica del bianco e nero

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Tanya Girardi by Adolfo Valente

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Chet Baker by Bruce Weber

Quando ho visto su Facebook l’annuncio delle foto di Adolfo Valente a Tanya Girardi nel magazine online PointSevenMach (qui la home: http://www.pointsevenmach.com/ qui la pagina con la raccolta dedicata a Tanya Girardi by Adolfo Valente: http://www.pointsevenmach.com/journal/tanya-girardi-by-adolfo-valente) sono corso ad ammirare le foto, abbagliato dal contrasto tra il bianco ed il nero che il fotografo è riuscito stupendamente ad esaltare. Qualcuno potrà pensare che il merito sia della bellissima modella, e di certo avere un soggetto così per le proprie foto aiuta, ma non è sufficiente.

Pensando a ciò ho riflettuto ad un film che ho riacquistato di recente in DVD: Let’s Get Lost che il fotografo Bruce Weber dedica alla biografia del grande Chet Baker (purtroppo scomparso tra la fine della lavorazione del film e la sua uscita in sala). Benché Chet fosse da giovane un gran bel ragazzo e lo testimoniano le fotografie ed il fotografo stesso che le scattò, intervistato nel film da Weber, rimane affascinante anche il modo in cui Weber accarezza e mette in risalto il musicista ormai invecchiato ed abbruttito dagli eccessi.

Ma non è una questione meramente fotografica: da sempre ho adorato quei disegnatori di fumetti (e non) che riuscivano a parlare al loro lettore più ancora che con la storia e con le didascalie, con il furioso contrasto tra i bianchi ed i neri nella tavola. Come esempi ne ho presi due: il Kriminal di Magnus ed il Gotham by Gaslight batmaniano di Mike Mignola, che è sì stato pubblicato a colori, ma in cui i colori non riescono a nascondere la “linea scura” del loro autore che erompe prepotente se solo riusciamo a recuperare tavole non colorate.

Si tratta di una poetica bidimensionale, ma non per questo semplice dato che deve dire molte cose con un vocabolario essenziale. Una situazione che mi riporta al bel romanzo di fantascienza Noir di K.W. Jeter il cui protagonista, in omaggio dei film anni ‘50, si è fatto operare gli occhi in modo che possa vedere il mondo esclusivamente in bianco e nero come uno dei “private eye” impersonati da Humphrey Bogart ed altri mitici attori. Ma vedere in bianco e nero non basta, e quello che ci sembrava semplice e pulito si rivela più complesso dell’insieme caotico di colori che si indistinguono l’uno nell’altro.

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Kriminal by Magnus

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Batman by Mike Mignola

Tanya, Chet, Kriminal e Batman emergono dalle rispettive immagini come eroine ed eroi titanici, che si stagliano prometeicamente nel loro mondo per portarci luce, anche quando quella luce è fatta di violenza e morte come nel caso di Kriminal. Nulla, dopo il loro passaggio, può più rimanere come prima e la cacofonia di colori e dettagli delle altre immagini ci sembra più vuota. In un certo senso si tratta di una poetica nichilista: il bianco contro il nero, l’aut-aut invece di un confronto che sappia farsi dialogo. Ma questo deve essere il rischio e l’affronto dell’arte: la capacità di metterci di fronte alle nostre luci ed alle nostre ombre per poterle riconoscere ed affrontare. Del resto Hitchcock decise di girare Psycho in bianco e nero non perché non avesse a disposizione il colore, ma perché sapeva che il rosso del sangue è molto più potente quando viene colorato dalla nostra immaginazione (anche se marpionamente la raccontava in altro modo). Perché sapeva che colorando di rosso il sangue ognuno con la propria fantasia, ognuno si sarebbe riscoperto, a proprio modo, un pezzetto di Norman Bates dentro di sé, ognuno sarebbe a suo modo stato la figura indistinta che vibra colpi al corpo nudo di Marion Crane.

Ecco allora che i nostri prometeici eroi del bianco abbagliante sul nero accecante diventano oggetto di desiderio e proiezione ben più degli omologhi già colorati, perché richiedono a noi di essere completati. Un po’ come la storia su un libro ha bisogno delle immagini nella nostra mente che noi creiamo a nostro piacere: l’ammiccamento erotico, il decadente romanticismo, l’inumana violenza, la grottesca vendetta, siamo noi a colorarli sulle immagini rappresentate e in questo modo le immagini non sono più solo dei fotografi o dei disegnatori, ma diventano, ma sono anche nostre.

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Psycho by Alfred Hitchcock

 

 

 

 

 

 

agosto 9, 2015 Posted by | cinema, fotografia, fumetti | , , , , , , , , , | 5 commenti