Il quarto labirinto: un Uncharted mancato?

uncharted-copertina-taglioIl Quarto Labirinto, finora unico episodio letterario nella saga di Nathan Drake, tombarolo videoludico emulo di Indiana Jones e Lara Croft, è uscito sia nell’edizione originale sia in quella italiana a cura di Edizioni Multiplayer.it nel 2011 più o meno contemporaneamente al terzo capitolo videoludico della saga: Uncharted 3: L’inganno di Drake. In realtà il libro, scritto da Christopher Golden – autore di libri per ragazzi e sceneggiature di fumetti – è rimasto nella mia libreria per 5 anni, anche perché, non avevo giocato a nessun Uncharted fino all’uscita, l’anno scorso, della Nathan Drake Collection con i primi tre episodi in attesa del quarto – Fine di un ladro – uscito appunto quest’anno.

Conseguenza dell’abbuffata del mix di avventura, platform e “shoot’em up” costituita dalla serie sviluppata da Naughty Dog, la curiosità di leggere il romanzo ad essa dedicato. Premesso che nonostante la poca cura editoriale (i “se sarebbe”, le ripetizioni, le traduzioni fin troppo letterali) il romanzo è sufficientemente godibile ed anzi l’ultimo terzo circa diventa un ottovolante da cui è difficile staccarsi, ci solo alcune osservazioni utili per riflettere sulla “novelization” di un medium interattivo come il videogioco. Ora è evidente che l’interattività non può essere resa in un libro (se non attraverso artifici da “libro-game”, non adatti tuttavia all’adrenalina che vuole trasmettere l’avventura) ma molti altri aspetti della serie assolutamente sì. Su tutti i misteri archeologici su cui le avventure di Nathan Drake sono basati. Il continuo confronto con qualche potentissimo rivale. Basti pensare su un argomento affine alle avventure a fumetti di Martin Mystere ma anche semplicemente andare a ritroso al capostipite del genere: il cinematografico Indiana Jones. Fondamentalmente ciò che manca più di tutto a Il quarto labirinto non è l’avventura o la suspence quanto piuttosto la plausibilità. E qualcuno potrebbe giustamente osservare che anche nei giochi spesso questa manchi, ma i videogiochi compensano tale lacuna con l’interattività: non ti convince l’idea di un sottomarino tedesco nel bel mezzo della selva amazzonica? Che problema c’è se comunque c’è da saltare a destra e a manca e da ammazzare un buon numero di nemici? Al contrario leggendo il libro si fa più fatica a sorvolare sulla scarsa verosimiglianza che il Dedalo mitologico sia contemporaneamente l’ideatore del labirinto in Grecia, in Egitto, ad Atlantide e in un continente extraeuropeo di cui si tace il nome per non spoilerare. Ma anche passando sopra l’incongruenza scientifica sono le dinamiche degli attacchi ai nostri eroi (Nathan, il suo “pard” Sully, e l’eroina nuova di zecca Jada) da parte di due (barra tre, come si scoprirà verso la fine) diverse fazioni interessate a depredare o preservare i tesori celati dai labirinti a non convincere per nulla ed a fare storcere il naso. A che pro ad esempio rapire dei personaggi – da parte di una fazione -, far compiere loro un viaggio di migliaia di chilometri solo per trasformarli in anonimi e spietati ninja-zombie? Voglio dire: se basta dare ad una persona qualsiasi il “miele” del labirinto per avere tale trasformazione, non è più economico prendere il primo che passa piuttosto che un tizio ad un continente di distanza?

Oltretutto, dopo una costruzione della trama fin troppo laboriosa, il tutto si risolve in maniera precipitosa, lasciando troppe domande senza risposta e dubbi sul fatto che le ultime morti siano fin troppo “economiche” per non costringere l’autore a dover ideare un finale più complesso e credibile. Proprio perché Il quarto labirinto era uno spin-off e non una novelization, l’autore avrebbe dovuto osare (e documentarsi) di più, non limitarsi a scimmiottare le trame videoludiche ma proporre qualcosa che potesse avere una propria dignità, come ad esempio riuscito perfettamente a B.K. Evenson per i suoi due romanzi dedicati a Dead Space. Tanto più che il quarto episodio videoludico dimostra come questo passo l’abbiano compiuto gli sviluppatori stessi offrendo una trama plausibile e dei personaggi veri e realistici. Il dubbio alla fine non è sulla “traducibilità” delle storie da un medium all’altro ma piuttosto sulla capacità degli scrittori e sulla volontà degli editori di tradurre davvero bene una storia videoludica o piuttosto sulla loro fede che il pubblico dei fan continuerà a bersi qualsiasi cosa abbia a che fare con i propri beniamini a prescindere dalla qualità del prodotto.

Apologia di Peter Clines

the-junkie-quatrain-gli-infetti-di-L-khL4WaHo appena terminato di leggere l’ultimo libro di Peter Clines tradotto in italiano che ancora mi mancava: The junkie quatrain. Gli infetti di Bough (Dunwich Edizioni, 2015). Leggere è un eufemismo: “divorato” è più corretto. Teoricamente si tratta di una variante di storia sugli zombie (in cui Clines ha già dato brillante prova narrativa con EX, serie in 5 volumi di cui solo i primi due attualmente pubblicati in italiano da Multiplayer.it) strutturato come un puzzle in cui ogni racconto che lo compone è un tassello che unendosi agli altri forma il quadro generale della storia. The junkie quatrain non è nemmeno un “romanzo” ufficiale di Clines, ma la versione “cartacea” di una serie di racconti/audiolibri pensati per essere venduti singolarmente online come le canzoni su iTunes. Eppure nondimeno è una lettura appassionante. Non si può forse parlare per Clines di una prosa raffinata, ma sicuramente efficace nel catapultare il lettore nei mondi creati dalla sua fantasia.

Partendo dal lovecraftiano 14, passando per la saga che EX mischia in maniera geniale due elementi apparentemente poco omogenei come gli zombie e i supereroi creando personaggi contemporaneamente incredibili e concretissimi come Stealth e Mighty Dragon/St. George.

In The junkie quatrain, nonostante il suo carattere di produzione “minore” e “occasionale” Peter Clines riesce a far appassionare il lettore ad ognuno dei personaggi che presenta, inserendoli in una Los Angeles devatata da un contagio che trasforma gli esseri umani prima “liberandoli” da inibizioni e senso morale ed infine scatenando in loro una fame primordiale che li spinge al cannibalismo. I protagonisti dei racconti: una sopravvissuta misteriosamente immune al contagio, una squadra addetta al recupero delle risorse nella città devastata ed invasa dai “tossici” (come vengono chiamati gli infetti), un killer ed un virologo che potrebbe aiutare a debellare il contagio, s’incontrano e s’incrociano apparentemente in modo casuale in una Los Angeles post catastrofe. Ma in realtà non c’è nulla di veramente casuale nelle traiettorie che s’intersecano delle loro vicende ed alla fine del libro vorremmo solo che ci fossero altri racconti ad ampliare ed infittire la trama. E questo è sicuramente il più bel complimento per un libro. Spesso, almeno per quanto mi riguarda, sono contento di arrivare alla fine di un libro, anche di un bel libro. La parola fine è il suggello del compimento della storia ideata dall’autore, e raramente sono entusiasmato da saghe programmaticamente prive di “fine”. Ma per le storie di Clines quest’approccio si rovescia ed alla fine di ogni suo libro mi ritrovo a desiderare di leggere nuove vicende dei personaggi raffigurati al suo interno.

peter-clines-author-photoAspetto perciò con ansia i romanzi ancora non tradotti della serie EX ed il nuovo romanzo The Fold, un thriller fantascientifico basato sull’invenzione di un dispositivo in grado di “piegare” le dimensioni annullando immense distanze. Ma gli scienziati creatori del dispositivo nascondono un terribile segreto e vanno fermati prima che distruggano il mondo stesso.

Sito ufficiale di Peter Clines: http://peterclines.com