Videogiochi e copyright

cocoIl libro di Nicola Coco Videogiochi e copyright (La Sapienza, 1995), per quanto decisamente datato, ha il merito di mostrare, ancora oltre 20 anni dopo la pubblicazione, in uno scenario apparentemente estremamente dinamico quale quello del software videoludico, come le ragioni di scelte e soprattutto di non scelte a livello legislativo sono il frutto di un vero e proprio imperialismo economico statunitense (e giapponese) nel settore.

Alle origini tanto il software in generale quanto il redditizio nascente mercato videoludico erano oggetto della discussione in ambito legislativo se ad essi fosse maggiormente opportuno applicare la tutela brevettuale o quella conseguente alle varie scuole legislative relative al diritto d’autore. Innanzitutto Coco mostra come la scelta di rivolgersi al diritto d’autore è stata in qualche modo obbligata dal fatto che la stragrande maggioranza dei prodotto software (videogiochi inclusi) avrebbe mancato l’obiettivo di originalità a novità indispensabili ad ottenere i brevetti. Ma soprattutto l’apparentemente più labile tutela offerta dal diritto d’autore, per quanto imposta praticamente a tutte le legislazioni nella sfera d’influenza statunitense, con la conseguente deprecazione per la pirateria (che avrebbe essere legislativamente combattuta in maniera legislativamente più efficace mediante la tutela brevettuale) è in realtà un sistema per favorire indirettamente, anche grazie la pirateria, la diffusione dei prodotti statunitensi (e giapponesi) in mercati più deboli e privi di strutture proprie in grado di competere col mercato statunitense (e giapponese) su questo segmento.

Il motivo di una mancanza di una legislazione chiara sul medium videoludico discende da questa ambivalenza (non è pleonastico ricordare che il successo della prima Playstation nella “console war” è stato anche conseguente alla facilità della modifica da applicarle per farle leggere il software copiato) che tuttavia va a scapito di quei soggetti – i beneficiari delle libere utilizzazioni quali scuole e biblioteche – che paradossalmente oggi potrebbero “aiutare” in particolare proprio i videogiochi ad ottenere uno status culturale attraverso l’utilizzo, la promozione, la diffusione all’interno dei canali tradizionalmente riconosciuti a livello sociale. Per questo ancor oggi, in cui pochi potrebbero mettere in dubbio lo status di opere dell’ingegno e addirittura d’arte da applicare ai videogiochi, questo medium resta, come conseguenza di quelle scelte sicuramente efficaci da un punto di vista economico, ma alla fine poco lungimiranti, nel limbo legislativo ostacolando anche solo il proporre una programmazione culturale che lo coinvolga.

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