Un giovanotto in Afghanistan

apsRecentemente ho visto 12 Soldiers, film di Nicolai Fuglsig con Chris Hemsworth su un commando di soldati americani nell’Afghanistan post 11 settembre. La visione del film che mi ha colpito non tanto per la retorica bellicistica quanto per la rappresentazione dello spaesamento degli americani, paracadutati in un paese di cui non conoscono nulla, neppure la lingua (ed i rapporti all’inizio sono tenuti tramite la lingua dell’antico comune nemico: i russi) mi ha fatto ricordare che ancora dovevo leggere il primo libro di uno dei miei autori preferiti: William T. Vollmann. Si tratta di Afghanistan Picture Show ovvero, come ho salvato il mondo rimasto a prendere polvere in cantina per oltre dieci anni. Ma nonostante l’edizione italiana sia (per i tipi di Alet) del 2005, Vollmann lo pubblicò in origine nel 1992 e lo terminò almeno cinque anni prima.

Afghanistan Picture Show è la storia di come Vollmann nel 1979, ventenne, si appassionò alle sorti dell’Afghanistan invaso dall’Unione Sovietica e di come preparò ed attuò un viaggio in Pakistan e in Afghanistan nel 1982 per documentare le violenze sovietiche e raccogliere fondi negli Stati Uniti a favore dei ribelli afghani. In realtà la maggior parte del tempo Vollmann la trascorre in Pakistan, a Peshawar, in casa di un generale afghano in esilio, parlando con i capi della resistenza in Pakistan, con funzionari pakistani ed internazionali che gestiscono gli aiuti per i profughi, con i profughi stessi, sia quelli più fortunati che si possono pagare la permanenza in città sia con i moltissimi costretti a vivere in condizioni miserrime nei campi. Ma Afghanistan Picture Show non è solo un diario ma, come perfezionerà lo stile Vollmann nelle sue opere successive è una vera e propria opera narrativa, dove un Vollmann più adulto e maturo osserva il vagabondare di se stesso “giovanotto” che ingenuamente pone domande sbagliate a gente sbagliata mentre si contorce tra i dolori della dissenteria. Che vede (quasi per tutto il libro) l’Afghanistan lontano come la proiezione del campo di battaglia infantile costituito dalle coperte del proprio letto piegate a montagne e valli in cui non voleva immaginarsi per timore che la guerra lo coinvolgesse davvero. Che paragona l’attraversamento dei torrenti afgani, trascinato e talvolta trasportato pietosamente dai mujahiddin, al trekking estremo a cui lo costringeva una ragazza di cui era innamorato.

Ma al fondo del libro sta la futilità delle buone intenzioni di quel giovanotto (e di qualsiasi altro giovanotto, magari non più così giovane ma comunque accecato dai buoni ideali) di fronte agli interessi materiali di potenze che paiono quasi aliene. Non un caso che il giovanotto alla fine i russi li vedrà solo di lontano e assisterà ad una battaglia di cui praticamente non riuscirà a raccontare nulla, prima che venga riportato a Peshawar prima e in America poi. Solo per scoprire che a pochi o a nessuno tra la gente “normale” importa delle sofferenze afghane e che la questione resta un mero strumento di politica estera per spostare gli equilibri tra più-o-meno-super potenze. In tutto il suo viaggio Vollmann si deve affidare a traduttori perché il suo pashtun malamente masticato a partire da dizionari non viene capito dalle persone che lo piegano ognuno al proprio dialetto specifico. Così il vero alieno della situazione è lo stesso Vollmann, e in qualche modo tutti gli americani (e occidentali) che credono di informarsi ed essere vicini alle situazioni di crisi. E il libro è tanto più affascinante quanto più – come già osservato – non si riduce a diario o a cronaca ma diventa contemporaneamente riflessione, autobiografia, studio storico, psicologico, politico…

Un libro da leggere assolutamente, tanto più oggi che viviamo nel mondo frutto dell’evento epocale non solo americano del 9/11/2001 che trova radici anche nel mondo e negli uomini (e donne) così minuziosamente raccontati da Vollmann nel suo libro.

Vollmann

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