Halloween e Suspiria: il femminile è horror

Forse è possibile parlare di nuovo corso – “new wave” – per l’horror cinematografico. Dopo anni in cui ho tendenzialmente snobbato un genere che pure amavo alla follia sono tornato acceso fan dopo la visione di due film: Halloween di David Gordon Green e Suspiria di Luca Guadagnino.

locandina hEntrambi i registi non sono specializzati in pellicole di genere, tanto meno di horror, ed entrambi approcciano in modo autoriale l’oggetto seriale. Non siamo in presenza di Carpenter o di Argento ma di registi che probabilmente con i film di Carpenter e di Argento sono cresciuti, metabolizzando le rispettive ossessioni di composizione della storia e dell’immagine. E restituendole non in modo pedissequo – alla stregua di tanti più o meno bravi “replicanti” – ma facendole proprie, facendole oggetto della propria personalissima poetica. Poetica che in entrambi i casi abbandona l’eccesso di splatter con cui il cinema horror si è negli ultimi decenni ammantato, anche facendosi forza di effetti sempre più speciali ed iperrealistici. Non un caso che in Halloween si enunci esattamente il principio che un assassino seriale con un pugno di vittime all’attivo è molto meno terribile di un attentatore dotato di armi improprie quali un camion lanciato sulla folla. Allo splatter cede spazio allora un altro tipo di paura.

aa68_d023_00164rv4.jpg_cmyk_2040.0Iniziamo con Halloween, sicuramente dei due il più fedele all’impianto narrativo consueto della serializzazione. Tanto che la liberazione ed il ritorno ad Haddonfield (IL) di Michael Mayers potrebbe appartenere ad un qualsiasi sequel. Il di più è il ritorno a bomba al primo Halloween (l’originale) di John Carpenter e la costruzione dei suoi antagonisti. Non più una mandria spaventata d’adolescenti in fregola ma un trio di donne, anzi una trinità di donne composta da tre generazioni diverse – nonna, mamma e figlia – che non a caso richiama le tre madri argentiane. Tre donne che la vita ha allontanato, ma che Michael Mayers – l’elemento maschile – riunisce, solo per scoprire che tale trinità è l’unico elemento davvero in grado di fermarlo. Fin dal film di Carpenter, Michael Mayers è rappresentato non come un male generico, come un assassino seriale indistinto, ma come un elemento maschile che utilizza preferibilmente un arma fallica come un coltello per penetrare le proprie vittime, soprattutto femmine giovani e sessualmente attive (da cui il principio ripreso anche in seguito in modo più o meno serio secondo cui il personaggio vergine è l’unico a salvarsi). Ecco allora che per sconfiggerlo non bastano armi ma occorre una rete ben strutturata in cui le tre donne, a partire dalla Laurie dell’originale, intrappolano e distruggono l’elemento malefico maschile. Trappola congegnata all’interno di una casa, rifugio uterino e “focolare domestico” di pertinenza femminile. Al cui interno le tre donne, prima divise, prima discordi, prima diversamente agguerrite o impaurite, si trasformano in un meccanismo perfetto. Laurie, la nonna, facendosi abbattere e gettar giù da un balcone solo per scomparire immediatamente alla vista esattamente come fece Michael nell’Halloween carpenteriano; Karen, la madre, fingendo paura e disperazione solo per richiamare Michael nel seminterrato dove verrà intrappolato; Allyson, la figlia, ruba a Michael il coltello e con quello lo colpisce impedendogli di fuggire prima che sia data fuoco a tutta la trappola. Michael, imprigionato nel seminterrato e con le fiamme che iniziano inesorabilmente a propagarsi guarda, da dietro la maschera, il terzetto, e lo spettatore che in quel momento lo impersona, e il suo sguardo è per la prima volta emotivo, perso e dolorante. Ma il suo coltello non si perde, non si distrugge: lo zoom finale ce lo mostra ancora in mano alla frastornata Allyson. Sarà lei, con la madre e la nonna, la nuova incarnazione del male?

suspiria-maxw-644Relativamente a Suspiria di Dario Argento, uscito nelle sale nel 1977, due elementi lo spingono a diventare un cult: il gore delle uccisioni (comunque già presente nei precedenti film e ricordiamo solo che Suspiria arriva subito dopo un altro masterpiece argentiano: Profondo Rosso del 1975) ed il decor della messa in scena tra ambienti liberty e colori primari, principalmente il rosso che conferiscono all’ambientazione un’aura fantastica e morbosamente incantata. Nulla di più opposto poteva scegliere Guadagnino: la Berlino della fine anni ’70: il grigiore più opprimente stretto nella morsa tra la lacerazione del muro e gli attentati terroristici della Rote Armee Fraktion (o Banda Baader-Meinhof). Già l’originale argentiano era un film femminile e potrebbe essere scontata come cosa trattandosi di un film sulle streghe, ma non lo è, almeno non nel senso pregnante e “politico” in cui lo è per Suspiria (argentiana e guadagniniana), a piori: basti vedere ad esempio Le streghe di Salem di Rob Zombie che di questa impostazione femminista non ha nulla. Già il Suspiria argentiano viveva in una dimensione a-morale: non abbiamo buone e cattive, Susy Benner, la protagonista, ha dalla sua solo l’ingenuità e la fortuna. Nella versione guadagniniana sono epurati (apparentemente) i personaggi maschili: il ballerino interpretato da Miguel Bosè per cui sgolosavano le giovani allieve della scuola di danza o il pianista cieco impersonato da Flavio Bucci spariscono e resta solo lo psicanalista Klemperer (non a caso interpretato dalla bravissima Tilda Swinton che si prodiga anche a realizzare Madam Blanc e Helena Marcos), unico a contrastare le macchinazioni delle streghe eppure da esse alla fine “liberato”. Il grigio della Berlino “attuale” non è per nulla mitigato dal plumbeo dell’Ohio che ci mostra i flashback/ricordi di Susie Bannion tra campi da arare, madri in fin di vita da accudire e sopra a tutto l’opprimente cappa del credo mennonita. In questo senso l’orrore femminile della scuola di danza e i crimini delle streghe contro le allieve ribelli o i poliziotti ficcanaso sono ben poca cosa rispetto agli orrori maschili del nazismo, del terrorismo, della politica del Novecento. L’orrore femminile è in realtà un rito orgiastico, un impulso dionisiaco di vita che crea vittime per eccesso di vitalità o addirittura per profonda pietà piuttosto che per crudeltà, come invece accade per la maschile pulsione politica di morte collettiva.

suspiria-ecco-il-remake-di-guadagnino-maxw-1280Entrambi i film parlano del femminile. Un femminile che il maschile vorrebbe contenere e/o annichilire. Un femminile che nonostante tutto si ripara, si aiuta, si difende e si vendica. Entrambi i film (e forse qui non è inutile ricordare che anche il regista di Halloween, David Gordon Green, aveva lavorato ad un remake di Suspiria, progetto però naufragato) opere di registi e sceneggiatori maschili (a differenza del Suspiria argentiano a cui aveva collaborato per soggetto e sceneggiatura Daria Nicolodi). Ritratto entrambi, in maniera più o meno consapevole, di un sesso che si sente messo in discussione e minacciato nella propria secolare supremazia dal sesso opposto: la volontà di potenza maschile che ha portato al collasso il pianeta e l’umanità costretto a confrontarsi con un pensiero diverso, accogliente, ecologico, che ha la cura e la comunità come cifra essenziale. Per questo – ancora per quanto? – il femminile è horror.

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4 pensieri riguardo “Halloween e Suspiria: il femminile è horror

  1. Molto interessante! Il nuovo Halloween non mi è piaciuto per niente, ma sono davvero molto curioso di vedere il nuovo Suspiria e la rilettura di Guadagnino della stregoneria come rito orgiastico. Ormai ho letto tutto e il contrario di tutto su questo film, da chi lo ritiene un crimine contro l’uomo e contro Dio e chi invece lo ha amato; mi sembra che a te sia piaciuto molto, spero di poter condividere il tuo entusiasmo!

    1. L’ho amato come amo il Suspiria argentiano. Due film molto diversi con diversissime intenzioni autoriali. Considerare il Suspiria guadagniniano “un crimine contro l’uomo e contro Dio” ci sta se pensiamo al Dio al maschile di Abramo. L’interpretazione della stregoneria in questo film è vicine alle vestali della natura dello Sleepy Hollow burtoniano. Ma non vedo come ciò ne possa inficiare l’artisticità o la bellezza (a meno che dichiariamo brutto tutto ciò che non ci piace).
      Aspetto di sapere che ne pensi e sono curioso di sapere perché non ti è piaciuto Halloween: quello l’ho visto con mio figlio undicenne (che comunque ha visto sia Halloween sia diversi film di Carpenter) ed è piaciuto pure a lui…

      1. Purtroppo, ormai, il cinema è vissuto spesso più come una fede che come arte, per cui si rifiuta a prescindere qualsiasi cosa possa anche solo lontanamente toccare un film precedente. Io non sono un fan di Dario Argento, anzi, tutt’altro, per cui non ho paura di vedere profanato un mio mito; ma se anche così fosse, non capisco chi a priori critica o attacca un film semplicemente perché a “osato” prendere spunto da un’altra opera.

        Comunque mi sa che aspetterò di vederlo nel segreto della mia stanza, per quanto mi piaccia l’horror non reggo troppo bene il gore e ho letto che qui ce n’è molto.

        Halloween l’ho trovato davvero noioso e fiacco, non mi ha dato niente. Ti metto il link alla recensione che ho scritto quando è uscita, se ti interessa (e se hai 10 minuti buoni da investire, ho parlato mooolto a lungo): https://lultimospettacolo.wordpress.com/2018/11/01/al-cinema-halloween-di-david-gordon-green-con-un-confronto-con-i-film-di-john-carpenter-e-rob-zombie/

      2. Letto. Non sono d’accordo (ovviamente) sul giudizio sull’Halloween di Green (quello che scrivi potrebbe essere scritto anche nei confronti dell’Halloween carpenteriano…) ma completamente su quello di Rob Zombie.

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