Black & White di Lewis Shiner o dell’infinito conflitto razziale

Perrone_Americana-ShinerLewis Shiner non è uno scrittore prolifico: a quasi settant’anni (è nato in Oregon nel 1950) ha all’attivo “solo” nove romanzi. Di cui solo tre tradotti in Italia: Desolate città del cuore (Sellerio, 1995), Visioni rock (Fanucci, 1999) e Black & White, pubblicato originariamente nel 2008 e di recente uscito per Giulio Perrone Editore per la traduzione di Seba Pezzani nella collana Hinc Joe curata da Joe Lansdale per proporre al pubblico italiano romanzi a suo giudizio meritevoli d’essere conosciuti.

Lewis Shiner ha, negli anni, variato parecchio il genere di riferimento: i primi racconti ed il primo romanzo, Frontera (1984) sono stati etichettati come cyberpunk, i due romanzi pubblicati anche in Italia possono essere ricondotti ad una sorta di “realismo magico”, in Black & White non ci sono più elementi fantastici ma ad essere sotto la lente è la realtà sociale statunitense, nel suo ultimo romanzo, appena uscito negli Stati Uniti per Subterranean Press – Outside the Gates of Eden – c’è una sorta di monumentale (oltre 900 pagine) “Guerra e Pace” della generazione che ha vissuto Woodstock.

Nota biografica: ho adorato i due libri tradotti negli anni ‘90. In particolare Visioni rock (in originale Glimpses) che racconta di un tecnico audio che riesce a recuperare le famose canzoni mai incise dei grandi del rock da una sorta di dimensione alternativa. Ho adorato di Shiner quel suo mettere sempre e comunque al centro dell’attenzione la musica. Anche in Black & White, dove apparentemente non è un elemento centrale della narrazione, la musica – in questo caso il jazz – è sempre presente, come ascolto, come descrizione di una raccolta di dischi, come partecipazione ad un concerto o frequentazione di una sala da ballo che cambieranno in modo sostanziale la vita dei presenti.

Il tema di Black & White è il razzismo attraverso quarant’anni della storia di una città del North Carolina: Durham. La storia viene raccontata da Michael Cooper, giovane ma già affermato disegnatore di fumetti che dal Texas accompagna a Duhram assieme alla madre il padre, Robert, malato terminale di tumore ai polmoni. A Durham Robert ha avuto il primo impiego in un’azienda di costruzione per progettare una raccordo autostradale, ha conosciuto e sposato Ruth Bynum, è nato Michael e – anni dopo essersi trasferito in Texas – vuole tornarci per concludere la propria esistenza. Michael esplora la città alla ricerca della storia propria e della propria famiglia che scoprirà essere inscindibilmente intrecciate. Nella storia della sua famiglia Michael scopre infatti progressivamente un lato oscuro – anzi, un lato nero – che coinvolge gli scontri razziali avvenuti negli anni ‘60 – e la speculazione edilizia, favorita proprio dal genero di Robert – Wilmer Bynum, vero e proprio ducetto locale, in grado di manovrare funzionari e politici dalla propria residenza in campagna – che sfrutta la costruzione del raccordo per demolire Hayti, uno dei quartieri neri più ricchi e prosperi del nordest statunitense. Robert, pur bianco, non ha remore razziali ed è invece affascinato dal jazz di cui già da giovane possiede una rispettabile conoscenza e collezione di dischi. Ma viene coinvolto in modo indiretto dal genero ed in modo diretto dalla società di costruzioni per cui lavora nell’omicidio di Barrett Howard, un attivista dei diritti dei neri.

L’abilità di Shiner è quella di spiazzarci continuamente. Nessuno dei suoi personaggi resta monodimensionale: completamente buono o completamente cattivo (tranne forse Wilmer Bynum). Anche la madre di Micheal che per quasi due terzi del non esile romanzo abbiamo imparato a considerare un’arpia in grado di fare di tutto per non farsi lasciare da Robert innamorato di un’affascinante danzatrice (non solo) voodoo, in conclusione siamo costretti a riconoscerla vittima in gran parte inconsapevole di una struttura di potere patriarcale che fiaccava o allontanava inesorabilmente qualsiasi dissenso. L’abilità ancor più grande di Shiner è mostrarci che il razzismo e lo scontro sociale su base etnica non sono storie relegate al passato ma che anche nel nuovo millennio fenomeni di segregazione, di odio razziale, di speculazione edilizia utilizzata per allontanare o eliminare minoranze urbane sgradite e indesiderate sono non solo presenti, ma all’ordine del giorno. E allora come non ripensare da una parte al terribile ed affascinante Detroit di Kathryn Bigelow che narra la rivolta dei neri in risposta alle violenze della polizia nel 1967 e metterle a fianco alla presidenza Trump accusata dai suoi rivali come Bernie Sanders di favorire le pratiche di “gentrificazione” mettendo a rischio la cultura ed il benessere degli abitanti delle periferie urbane (in gran parte di colore).

Una lettura non breve, Black & White, in alcuni punti anche apparentemente dispersiva quando il focus della narrazione si sposta su Robert prima e su Ruth poi negli anni ‘60, ma non di meno una lettura affascinante che – soprattutto quando le tessere del mosaico iniziano ad incastrarsi tra loro – si fa vorticosa man mano che gli eventi precipitano in direzione di un attentato in stile Oklahoma City organizzato da una società segreta modellata sul Ku Klux Klan di cui il nonno di Michael era stato gran dragone.

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Frontespizio della mia copia di Black & White con gli autografi dell’autore, del traduttore e del curatore della collana

Sito di Lewis Shiner: https://www.lewisshiner.com/index.htm

Sito in cui Shiner rende disponibili liberamente diversi suoi romanzi e racconti (in inglese) compreso Black & White: https://www.fictionliberationfront.net

 

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