la maschera e la depressione

Da bambino, a causa di un grave disturbo cardiaco congenito, ero isolato dagli altri miei coetanei, non potendo svolgere le loro stesse attività e il contatto fisico personale per me era soprattutto quello di esami, dottori ed infermiere. Col risultato che fino all’adolescenza sono stato una persona timida ed introversa, che sfuggiva il contatto fisico. Completamente incapace di affrontare una situazione in cui mi trovavo di fronte ad un pubblico.

Col tempo ho imparato a costruirmi attorno una maschera mediante due strategie. La prima il controllo, per il quale sono al limite della maniacalità (per dire: le slide che preparo quando devo parlare in pubblico servono prima di tutto a me, per evitare di correre alla conclusione tralasciando cose importanti). La seconda il feedback che ricevo dagli altri. Quando sono in pubblico non guardo gli altri negli occhi (la cosa da introverso mi risulta quasi insopportabile) ma scruto lo sguardo che mi viene rivolto. A volte si tratta di accordo, di interesse, di supporto, a volte invece di dubbio e perplessità, altre ancora di irritazione o ostilità. Quale che sia l’emozione veicolata, mi serve per confermare la maschera ed eventualmente riposizionarla in base al contesto.

Però mi è successo nei giorni scorsi di andare a fare la spesa in un supermercato. E gli sguardi che intercettavo erano quasi esclusivamente di diffidenza e di timore. Al posto di sguardi che legano e supportano, sguardi che si ritraggono. Questo, unito al disastro sulla strategia del controllo che la situazione emergenziale implica (da mettere in conto la mia situazione professionale che mi sta da un anno causando ansia, l’annullamento di Bologna Children’s Book Fair su cui da mesi stavo lavorando, il rinvio sine die del progetto Tutti in gioco…), mi ha fatto sprofondare in qualcosa di simile alla depressione. E non ho trovato altro rimedio di quello che utilizzavo da bambino. Chiudermi da solo in una stanza al buio. Ci ho passato tutto il pomeriggio. Per fortuna il controllo, completamente inutile all’esterno, funziona ancora sugli stati interni, così mi sono trascinato di sera davanti alla televisione.

La moglie crede che improvvisamente abbia paura della malattia, ma non è così: due operazioni a cuore aperto ed una per ulcera perforata mi fanno mettere in prospettiva il coronavirus. Non ho paura della malattia o del dolore o degli ospedali (in realtà ho una fobia per gli aghi, ma per l’appunto è una fobia, qualcosa di istintivo ed epidermico). Ho paura di sprofondare in me stesso, ho paura di non riuscire più a relazionarmi con un me sociale. Ho paura di non riuscire più a rimettermi la maschera e ad uscire.

Forse già scrivere queste righe, a suo modo, è una forma di terapia. Per questo ho bisogno di scrivere a qualcuno, non perché mi aspetti soluzione, com-passione, sostegno. Semplicemente perché devo dirle, altrimenti ristagnano ed imputridiscono (e so di cosa parlo avendo già affrontato un’ulcera). Se per caso capiti su questa pagina, ti ringrazio per la lettura. Mi stai aiutando anche se non lo sai.

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2 pensieri riguardo “la maschera e la depressione

  1. Ciao, non sai quanto ti capisco anche se sono esattamente all’opposto…non mi fido di nessuno per questa mia fobia di solitudine sono amica del mondo intero perdendo ogni forma di rispetto e dignità. Non so fermare la mia e altrui autodistruzione, mi danno la mano e li accompagno all’inferno…scusa , sono incappata nella tua storia. Non credo di averti dato niente di buono e a me è arrivata solo più confusione

    1. Al contrario, ti ringrazio. Siamo sicuramente molto diversi, tuttavia il fatto che tu abbia letto quello che ho scritto ed abbia risposto mi rincuora. Il testo era stato scritto diversi giorni fa (quando la situazione non era così drammatica: ora non lo scriverei più, mi sembrerebbe meschino ed egoista di fronte alle bare ammucchiate) e inizialmente pensato come mail da mandare a qualche caro e fidato amico. Mai inviata perché alla fine mi era sembrato di richiedere una fiducia ed una responsabilità troppo impegnative. E’ rimasto per un po’ in stand-by ed alla fine è finito qui, ma senza farne clamore, senza condividerlo dappertutto come faccio per gli altri miei post “culturali”. Insomma una specie di messaggio nella bottiglia. Grazie dunque ancora per averlo raccolto dalla tua spiaggia. E’ vero: io non ho fobia della solitudine, anzi spesso la bramo (e in questi giorni non è esattamente facile con tutta la famiglia costretta in casa è un dramma). A me l’autodistruzione arriva non come scelta consapevole ma come conseguenza di decisioni errate (molto meno infrequenti di quanto mi piacerebbe). Nonostante ciò penso che riuscire, anche solo un poco, con qualcun altro, possa far bene, in questi giorni sospesi. Possa il mio abbraccio alleviare almeno un poco la tua confusione.
      Francesco

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