Il fuoco del blues: Fantastic Negrito

00Nel 2016 non mi sono accorto dell’uscita di The Last Days of Oakland. Succede. Succede anche se fai di mestiere il critico musicale con gli uffici stampa che t’inondano di comunicati e di promo cd. Succede tanto più se sei “semplicemente” un appassionato di musica che si compra e/o si scambia i cd. Per cui arrivo al primo album di Fantastic Negrito dalle classifiche di fine anno. Probabilmente di Rumore o di qualcuno dei critici che conosco e seguo (pardon: seguivo, dato che Facebook ha ritenuto opportuno ormai due mesi fa di bloccarmi). Come ormai mi capita sempre più spesso prima di acquistare il cd di un artista che non conosco ancora (ché i soldi sono sempre meno noccioline) cerco di verificare se qualche amico ce l’abbia, se sia da qualche parte scaricabile o se ci sia qualche traccia disponibile su Youtube. Onestà è ammettere verificatasi la seconda opzione. Spero comunque che Xavier Amin Dphrepaulezz (nome all’anagrafe di Fantastic Negrito) mi perdonerà, perché da quel momento ho iniziato a seguirlo fedelmente. Il motivo? Il modo in cui approccia il blues.

Passo indietro. Il blues è alla base di buona parte della musica pop contemporanea (quanto meno di buona parte di quella che ascolto) e sicuramente alla radice del rock. Ma l’approccio odierno al blues è direi eccessivamente filologico. Ad esempio. Nell’estate del 2019 ho ascoltato live due campioni del blues: Popa Chubby (che adoro, e di cui ho buona parte della produzione discografica) e Keb Mo’. Si dirà: ok per giudicare filologico e con un approccio quasi jazzistico al blues la musica di Keb Mo’, ma Popa? Non cambia sostanzialmente se non nei riferimenti: per Keb Mo’ il classico blues acustico del delta, per Popa le acrobazie elettriche di Jimi Hendrix (non a caso ha pubblicato un triplo live dedicato esclusivamente ad Hendrix: Electric Chubbyland, 2006). Per quanto rispetto ai suoni puliti e precisi di Keb Mo’, Popa Chubby appaia un vulcano in eruzione, non di meno con la propria parte del blues resta filologico fino al limite della pedissequità.

Fantastic Negrito no. Quando ascolti Fantastic Negrito, quando ascolti The Last Days of Oakland, hai l’impressione che quel bizzarro ed eccitante impasto di blues, di gospel, di rock sia stato inventato proprio allora, con la famosa chitarra ancora bruciante per il tocco del diavolo. Non c’è rispoetto, non c’è cura o preoccupazione filologica, non c’è richiamo alle spalle dei giganti che l’hanno preceduto. Fantastic Negrito manda affanculo (musicalmente parlando) quei giganti ed apre una strada sua. Assolutamente eccitante. Quasi quanto la sua vita da romanzo. Traducendo paro paro dalla versione inglese di Wikipedia:

Dphrepaulezz è nato nel Massachusetts occidentale, ottavo di quindici figli. Suo padre era un musulmano somalo profondamente religioso che, ricorda Dphrepaulezz, aveva “molte regole” per i suoi figli. Dphrepaulezz e la sua famiglia si sono trasferiti a Oakland, in California, quando aveva 12 anni. Ha iniziato a vendere droga da adolescente a Oakland, e ha raccontato al Guardian: “Vendevamo tutti droga, amico. Tutti portavamo pistole. C’era un’epidemia di crack. […] Ero il tipo di ragazzo che vendeva erba cattiva. A volte vendevo il tè.” Iniziò a studiare e a suonare la musica dopo aver ascoltato l’album di Prince Dirty Mind e sentito che Prince era un musicista autodidatta. Per imparare a suonare musica si è intrufolato nelle aule di musica dell’Università della California di Berkeley nonostante non fosse uno studente.

Che dire: è insieme prestigioso e deplorevole per l’Università che per imparare un giovane geniale debba seguirne le lezioni di nascosto. Prestigioso perché significa che anche i geni hanno bisogno di una formazione universitaria, deplorevole perché l’istituzione educativa dovrebbe badare ad accogliere chi ha qualcosa da offrire, non i figli di danarosi papà. Comunque.

Nel 2018 arriva il secondo (escludendo l’omonimo Fantastic Negrito del 2014 che comunque è sostanzialmente un EP essendo composto di sole 5 tracce di durata standard): Please Don’t Be Dead. Onestamente più loffio e decisamente meno eccitante. Gli ingredienti musicali ci sono tutti, manca un po’ di quel fuoco che aveva reso The Last Days of Oakland indimenticabile. Per fortuna quel fuoco, nell’ultimo uscito (ad agosto) Have You Lost Your Mind Yet?, è completamente recuperato. Appena iniziato ad ascoltare è subito entrato in heavy rotation sul mio lettore e promette di non abbandonarlo per molto tempo. Non lasciandomi preda dei dubbi e delle paure di questo autunno che avanza.

2 pensieri riguardo “Il fuoco del blues: Fantastic Negrito

  1. Grande album, ho visto Fantastic due volte, una come supporto a Chris Cornell, la seconda due anni fa da headliner, entrambe gli show di ottimo livello, sa stare sul palco alla grande

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