Una canzone chiamata New York

Opera Snapshot_2020-10-11_141134_www.suzannevega.com(Ovviamente) ho “incontrato” per la prima volta Suzanne Vega nel 1987, quando è uscito il suo secondo album: Solitude Standing. Era anche il periodo delle donne cantautrici e come non ricordare almeno anche Tracy Chapman e Toni Childs? Suzanne Vega, all’uscita di Solitude Standing non era giovanissima, 28 anni, ma minuta ed esile, con l’aria da scricciolo (soprattutto nel video di Luka) sembrava più giovane del sottoscritto, pure nato 5 anni dopo. L’innamoramento musicale per Suzanne durò fondamentalmente per tre album (considerando anche il recupero retrospettivo dell’esordio del 1985). Poi iniziai a trovare troppo narrativo e troppo poco musicale il suo songwriting, abbandonandola per altre gonnelle musicali. 

Oggi però esce An Evening Of New York Songs And Stories – la registrazione di due serate al Cafe Carlyle di New York nel marzo del 2019 – un live che mi porta a ritrovare quella che considero una amica d’antica data (vedi che scherzi può fare la vecchiaia…). Accanto ad hit come Tom’s Diner, una canzone geniale che all’epoca mi rimase in mente implacabile per settimane, ci sono tutta una serie di canzone espressamente dedicate a New York. E del resto anche quando New York non compare espressamente nel titolo o nel testo, rimane comunque protagonista principale o di sfondo di gran parte delle sue canzoni. E questo non poteva non farmi pensare a Lou Reed. Certo: c’è la cover di Walk on the Wild Side, e ancora di più c’è l’introduzione di Suzanne alla canzone, dove parla dell’influenza della musica di Reed compiuta su di lei diciannovenne. Ma non è tanto la versione del classico reediano (bella ma non eccezionalmente originale) a innescare il parallelismo Reed/Vega, quanto proprio il fatto che entrambi sono fondamentalmente cantori di questo immenso, poliedrico, terribile ed insieme affascinante conglomerato urbano. Se forse Walk on the Wild Side è la canzone più bella e giustamente nota di Lou, l’album migliore, più compatto e coerente, è invece New York (1989): ritratto impietoso ma non pessimista della metropoli. Del resto il Luka dell’omonima canzone di Suzanne Vega non è poi così distante dal Pedro protagonista di Dirty Blvd. Entrambi ragazzini invisibili che disperano di una sopravvivenza umana nelle luci e nei colori della metropoli, condannati a sprofondare nei suoi bassifondi labirintici. Rispetto a Lou Reed, portatore di una visione più dura e per certi versi politica, Suzanne ci offre invece una versione più umana e femminile. Il suo ritratto di New York sembra sempre quello della ragazzina triste con gli occhioni spalancati che ci osservava dal video di Luka. E del resto Suzanne ci descrive espressamente e chiaramente New York in un’altra sua canzone: New York is a Woman. Qui ci rivela che New York è una donna che ci farà piangere, ma per lei non saremo altro che un altro tizio qualunque.

Consiglio, oltre che l’acquisto e l’ascolto di questo album, anche la visione di un live solitario realizzato da casa durante il lockdown di New York, in cui Suzanne, senz’altro accompagnamento della sua chitarra, snocciola una sfilza di canzoni e riflessioni sul tempo presente. Dietro di lei fanno mostra di sé non chitarre, dischi o impianti stereo ma libri e libri. Anche questa una cifra della sua poesia in musica.

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