Belonefobia e altre paure

Come tutti ho il mio bravo mazzetto di paure e fobie in dotazione. Una di queste che forse chi mi conosce non avrebbe sospettato è la paura di parlare in pubblico. Da giovane era fonte di vera e propria angoscia e, quando dovevo intervenire in un incontro o in un’assemblea finivo per elaborare interventi perfetti e studiati che poi all’atto pratico venivano enunciati ipercompressi e riassunti per ridurre al minimo il tempo di “esposizione” al pubblico. Più avanti, affrontando la necessità di preparare moduli formativi, mi sono aiutato con la preparazione di corpose ed elaborate slide che, più che al pubblico, servono prima di tutto a me stesso per impedirmi di saltare passaggi che ho deciso di affrontare. D’altra parte la fobia si è rivelata addirittura utile perché mi consente all’occorrenza di comprimere i tempi in caso di necessità (insomma, giusto per fare un po’ di pubblicità a me stesso: vi serve un relatore/formatore per qualsiasi dimensione temporale dalla mezz’ora alla giornata intera? Chiamatemi!).

Ma la paura vera, anzi: la fobia principale che mi riguarda è la “belonefobia” (soprattutto se collegata alla “emofobia”). Che cos’è? Riprendo la spiegazione dal sito Fobie.org:

È definita come una paura persistente, anormale e ingiustificata degli aghi e gli spilli. E’ conosciuta anche come aichmofobia.

Si tratta di un disordine abbastanza comune, poiché circa un 10% della popolazione ne soffre in alcun grado. Le persone che sentono questa fobia mostrano paura verso oggetti acuminati o taglienti, come aghi, coltelli, siringhe, seghe o seghetti, coltellini o qualsiasi altro elemento che possa provocare ferite sanguinanti. A questa fobia si associano l’emofobia (paura del sangue) e la traumatofobia (paura delle ferite).

[…]

Le persone con questa fobia hanno grandi difficoltà ad assistere alle consulte médiche, poiché temono di ricevere iniezioni, o persino dal dentista poiché temono che i loro strumenti possano ferire le gengive. Le donne incinte con belonefobia manifestano anche molte difficoltà al momento di ricevere l’anestesia per il parto.

I síntomi di questi pazienti possono includere svenimenti, sudore dei palmi delle mani, capogiro, pallore, nausee, vertigini nel vedere l’ago. Si dice che può avere componenti genetici, poiché molte volte questi fobici hanno nelle loro famiglie qualcuno con la stessa fobia.

Non so se nel mio caso ci siano componenti genetiche (sicuramente uno dei miei due figli ce l’ha ma più che di genetica potrebbe trattarsi di “imprinting” psicologico) ed anzi suppongo che la genesi derivi dai lunghi periodi in ospedale e dai ripetuti esami medici ed interventi effettuati dalla nascita fino alla maggiore età. Ricordo con chiarezza che da ragazzo ogni anno, in età scolare, passavo alcuni giorni all’Ospedale Niguarda di Milano per gli esami e i controlli in preparazione dell’intervento risolutivo per la malformazione congenita Tetralogia di Fallot effettuata poi a 11 anni. All’epoca non veniva effettuata in anticipo la batteria di esami che oggi va sotto il nome di “pre-ricovero” ma entravo in Ospedale ed il giorno successivo effettuavano gli esami il cui risultato faceva sì che il pool di cardiologi della struttura decidesse di rimandare o meno all’anno successivo un nuovo controllo e l’intervento o meno. Il problema dalla paura del prelievo non è tanto nel prelievo in sé, che alla fine dura uno o due minuti (ovviamente decisamente peggio è la questione con le flebo, ma quelle grazie a Dio non sono state altrettanto frequenti) ma nell’attesa del prelievo. Ancora vedo me stesso bambino, salutati i miei genitori, restare solo in camerata di sera e non avere nient’altro da fare se non pensare al mattino dopo, all’avvicinarsi del carrello con i materiali per gli esami, all’arrivo dell’infermiera col laccio emostatico e con la siringa… Manco è da dire che quelle notti, una che una, sia riuscito a chiudere occhio. Ed appena in camerata iniziava a fare chiaro, ecco mi vedo alzarmi ed andare in bagno. Non che credessi davvero di riuscire ad evitare il passaggio degli esami, ma gironzolare era preferibile ad attendere immobile ed angosciato l’arrivo del momento fatidico.

imagesIl problema della fobia non è la paura: quando sei di fronte all’oggetto della tua paura puoi trovare dentro di te anche le risorse per affrontarlo. Il problema della fobia è l’immaginazione: l’oggetto della tua paura ti si installa indelebilmente nella coscienza e si divora tutte le risorse mentali su cui riesce a mettere le grinfie. Anche in questo momento sto pensando all’iniezione del liquido di contrasto per la risonanza magnetica che dovrò effettuare. Quando? Fra due settimane, ma l’oggetto è lì, piantato nella mia testa, ed ogni volta che non sono assorbito in qualche faccenda rilevante, mi chiama e mi ricorda che è lì. Meglio: non lo ricorda a me, ma al mio io ancora bambino che è lì da qualche parte dentro di me, che si agita, che si angoscia e che ha paura. Con l’età s’impara a rabbonire, a controllare, a zittire il proprio io bambino, ma (forse per fortuna) mai del tutto. Si impara ad usare un blog per riversare nel mare di internet le proprie ossessioni sperando che restino lì invece di rifluire indietro come una marea nera…

Per l’esame ti fanno compilare il consenso informato dove, tra le altre cose, devi dichiarare di non soffrire di claustrofobia. Figuriamoci! Da bambino mi chiudevo da solo in un armadio (soprattutto dopo le sgridate o durante i litigi dei genitori) immaginando di fluttuare nello spazio! Avrebbero dovuto invece domandarmi se soffro di belonefobia! Anche se poi alla fine avrebbero dovuto gestire protocolli per almeno un paziente su dieci che lo dichiara. E con cosa? Con un calmante, magari? Da fare prima dell’esame con un’iniezione…

P.S.: l’immagine nella testata del post mi è costata parecchio in termini psicologici. Apprezzatelo…

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