Zelazny e il flusso di coscienza navajo

coverOcchio di Gatto, il romanzo di Roger Zelazny pubblicato sull’ultimo Urania in edicola (il n. 1677) è un romanzo inedito in Italia, pubblicato nell’originale americano nel 1982 e, in quarta di copertina, si legge trattarsi di uno dei cinque preferiti dallo stesso Zelazny.

Roger Zelazny, autore statunitense (nato nel 1937 e scomparso nel 1995) più volte vincitore dei premi Nebula e Hugo, è sempre stato uno tra i miei preferiti, abbastanza paradossalmente assieme al quasi coetaneo John Brunner. Paradossalmente perché per altri versi lo stile dei due autori non potrebbe essere più diverso, considerando anche che Brunner è inglese. A differenza di altri autori della “science fiction”, pur restando consapevolmente e completamente nell’alveo della letteratura di genere (per dire: addirittura più di quanto faccia Philip Dick, che utilizza gli strumenti messi a disposizione del genere per inseguire le proprie ossessioni), la piegano a raccontare storie originali, tentando approcci letterari inediti nella letteratura di genere. Per esempio per Tutti a Zanzibar (1968) John Brunner utilizza le tecniche narrative riprese da John Dos Passos. Non un caso che il romanzo vinca il premio Hugo (battendo Nova di Delany), così come lo vince, l’anno prima, Signore della Luce di Zelazny (battendo Einstein perduto, sempre di Delany). Signore della Luce non utilizza particolari stratagemmi letterari ma riesce affascinante nel proiettare la mitologia induista nel lontano futuro.

E sempre alla mitologia si rivolge Zelazny anche per Occhio di Gatto, anche se in questo caso si tratta di quella dei nativi americani. Non solo come in Lord of Light utilizzandone i personaggi e le storie, ma – e questo spiega forse perché il romanzo sia finora rimasto inedito – riportando anche canti tradizionali e piegando alcune parti della narrazione al flusso di coscienza dei personaggi che stravolge la lingua in una forma che ricorda Finnegans Wake di James Joyce. Se da un lato questi elementi rendono il romanzo affascinante, dall’altro occorre rilevarne il disequilibrio tra lo svolgimento da romanzo d’avventura e le fughe poetiche. Non è un caso che il duello tra l’ultimo rappresentante dei Navajo, un abilissimo cacciatore che da solo ha popolato uno zoo con le specie più letali della galassia, e un terribile ed agguerrito mutaforma che ha covato per cinquant’anni la sua vendetta si concluda ben prima della fine del libro. A Zelazny infatti interessa ben più il conflitto del Navajo con se stesso: la propria parte integrata e civilizzata contro la propria eredità primitiva e selvaggia. A marcare l’incompiutezza del romanzo anche i personaggi di contorno, i telepati che cercano di aiutare il cacciatore Navajo, ben più interessanti dell’alieno mutaforma – che alla fine non è niente di più che una perfetta macchina assassina – ma che non ottengono lo sviluppo che avrebbero meritato.

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Foto di Roger Zelazny da Wikipedia

Con questo non si vuol dire che Occhio di Gatto sia un brutto romanzo o una perdita di tempo, tutt’altro. Affascina ed ammalia grazie all’abilità di Zelazny di non farci capire se ci troviamo nel continente americano dell’Ottocento o del prossimo tecnologico futuro, di presentarci il conflitto interno di Billy Cavallo Nero Cantante in un crescendo ineluttabile. Forse Occhio di Gatto, per me che di solito non apprezzo romanzi lunghi (soprattutto se strutturati in saghe tendenzialmente infinite) e tendo a criticare quanto di inessenziale aggiunto per fare volume, avrebbe giovato di pagine in più dedicate a sviluppare i personaggi di contorno ed a stabilire un equilibrio ed un ritmo maggiore tra i codici narrativi utilizzati.

POST SCRIPTUM

In appendice al romanzo di Zelazny c’è il racconto lungo di Massimo Lunati Sorveglianti. Il racconto è divertente e scorrevole ma soffre eccessivamente il richiamo a fonti esterne: leggendolo infatti continuiamo a confrontarlo con riferimenti espliciti in particolare a RoboCop e a Guerre Stellari (senza dimenticare Philip K. Dick – anche se forse più nella sua interpretazione cinematografica – o William Gibson). Con un po’ di coraggio ed autonomia in più potremo trovarci di fronte ad un autore assai interessante.

silenzio, rumore, musica

Sul manifesto di ieri, domenica 19 aprile, nella sezione domenicale di Alias, trovo un sorprendente articolo di Riccardo Venturi su Kirkegaard, il suono del nucleare. Non linko direttamente l’articolo perché non lo trovo pubblicato online, ma riporto la parte (consistente) relativa all’opera di Kirkegaard.

Nell’ottobre 2005 il sound artist danese Jacob Kirkegaard compie un sopralluogo a Pripyat in Ucraina. Quasi vent’anni dopo la catastrofe nucleare di Chernobyl (di cui la settimana prossima, il 26 aprile, ricorre l’anniversario) visita la zona d’esclusione. Individua quattro luoghi ad alta socialità: una sala da concerto, una palestra, una piscina e, nel villaggio di Krasno, una chiesa, visto che nella comunista Pripyat non ci sono luoghi di culto. Scatta qualche fotografia di questi spazi abbandonati,  ammuffiti e in rovina ma altre sono le sue intenzioni: registrare il suono del silenzio [enfasi aggiunta] che qui regna sovrano, un silenzio sinistro quanto pregno. Installati i microfoni e gli altoparlanti, accende il registratore per dieci minuti, eclissandosi dalla scena e facendo attenzione a evitare ogni sua interferenza. In seguito diffonde la registrazione nello stesso luogo, che registra a sua volta per altri dieci minuti e così via, ripetendo lo stesso processo dieci volte. Un protocollo risalente al compositore americano Alvin Lucier che, in I am sitting in a room (1970), registra la sua voce mentre recita un testo, che poi diffonde nella stessa stanza, ripetendo il gesto più volte. Rispetto a Lucier, Kirkegaard elimina ogni voce umana, per esplorare esclusivamente l’ambiente attraverso la densità del suono, per comprendere come la percezione dello spazio evolve nel tempo. Il risultato finale delle sovrapposizioni sonore è un ronzio che ricorda la musica concreta (4 rooms, da allora disponibile in un CD di 52m). Difficile dire di cosa si tratta di preciso: semplice effetto acustico di suoni armonici, risonanza spettrale degli ambienti disertati, voce dello spazio architettonico? O, addirittura, voci umane appartenenti agli abitanti che hanno abbandonato di corsa la loro città, sotto la falsa promessa dell’esercito sovietico che sarebbero rientrati dopo tre giorni?

Subito sono andato a cercare 4 rooms, presente in versione completa su Youtube e l’ho ascoltato. In quel momento era con me mio figlio Marco (12 anni) che stupito mi ha chiesto cosa fosse quel rumore.

La sua domanda ha contribuito a chiarificare un flusso di ragionamento che già s’era innescato fin dalla lettura dell’articolo di Venturi: un ragionamento sulla musica come organizzazione del rumore. Senza andare particolarmente lontano alcuni considerano rumore quello che per altri è musica. Succede a me con mia madre, oggi ottantenne, il cui orizzonte musicale è costituito dal liscio, dalle canzoni di Sanremo, e dalle arie più orecchiabili della lirica, quando dal mio stereo (o oggi quando la accompagno da qualche parte in auto) usciva heavy/death metal. Succedeva anche ai miei amici, pure musicalmente smaliziati, quando facevo loro ascoltare i Naked City di John Zorn, succede a tanti abituati all’ascolto del canone musicale occidentale, quando ascoltano la musica tradizionale orientale, basata su un canone molto diverso. Ma l’obiezione è: qualunque sia il canone, siamo comunque di fronte ad una organizzazione del suono; al contrario il rumore è un suono “disordinato” e casuale. Eppure ci sono esempi di “recupero” musicale del rumore. La prima che ho fatto ascoltare a mio figlio è stato l’album di Jon Hassell Dream Theory in Malaya (1981) dove viene ripreso il battere, lo sciaguattare ritmico, le voci di donne che lavano insieme i panni, ed utilizzato come “base ritmica” per la tromba hasselliana.

Ancora più radicale Experimentum Mundi (1981) di Giorgio Battistelli che come scritto direttamente sul suo sito:

Experimentum Mundi è un opera di teatro musicale che ha come protagonisti sedici artigiani, quattro voci femminili naturali, un percussionista e un attore. Mentre vengono recitate le didascalie delle illustrazioni dell’Encyclopédie illuministica di Diderot e D’Alembert, che descrivono gli attrezzi dei mestieri rappresentati sulla scena, pagina dopo pagina risorge un autentico villaggio di suoni.

In Experimentum Mundi i rumori dei vari lavori artigiani si fondono alla voce che legge ed alle voci femminili che dal pianissimo al fortissimo declamano nomi di persona per realizzare una stupenda partitura assolutamente musicale.

Ma ovviamente anche in questo caso il dubbio è che rumori (non armonici) prodotti da oggetti apparentemente non musicali sono integrati nella musicalità grazie all’organizzazione della loro intrinseca ritmicità. E allora occorre andare alla radice e riprendere 4’33” di John Cage, ovvero la definizione della mancanza di suono come musica:

L’opera di Cage nega il suono come organizzazione e ci spinge ad ascoltare e a riconoscere il rumore come intimamente musicale. Il silenzio degli strumenti che non suonano infatti non è un silenzio “assoluto”: ci sono gli inevitabili rumori nella sala da concerti, i rumori del mondo che ci circonda che la musica semplicemente copriva ed integrava.

Kirkegaard, rispetto a Cage, compie un passo in più (per certi versi un passo indietro rispetto alla rivoluzionarietà cageana) registrando il rumore di spazi vuoti dalla voce e dall’attività umana, amplificando tale rumore minimale attraverso ripetizione e sovrapposizione. Per questo il suono prodotto è alieno rispetto alle creazioni di Hassell, di Battistelli, dello stesso Cage. Curiosamente il prodotto finale di 4 rooms, più che alle opere fin qui citate, assomiglia più ad un opera completamente e consapevolmente musicale: Glaciers in Extinctions (2006) del flautista Roberto Fabbriciani. In quest’opera Fabbriciani, utilizzando uno strumento musicale di sua invenzione e fabbricazione, il flauto iperbasso, ottiene “cluster” di note che richiamano visivamente al vento che soffia su una landa deserta e ghiacciata.


Se l’ambiente sonoro di Glaciers in Extinctions è una produzione umana, quello di 4 rooms è l’ambiente stesso a produrlo. In qualche modo pertanto due progetti che partono da direzioni opposte, anche antitetiche, finiscono per avvicinarsi. Forse anche perché la musica non è necessariamente solo produzione di un canone di regole e consuetudini, ma è una zona aperta dove il suono viene riconosciuto portatore di senso anche quando non è prodotto intenzionalmente per raggiungere quel senso. Alla fine il suono è musica quando viene ascoltato e definito come tale.

Pendragon: il nuovo gioco di inkle studios

Annunciato in uscita quest’estate Pendragon, il nuovo gioco di inkle studios, già creatore di classici videoludici indie come 80 DAYSHeaven’s Vault (qui potete leggere una mia riflessione su Heaven’s Vault con un link alla recensione sul Manifesto, qui la mia intervista a Jon Ingold uno degli sviluppatori di inkle).

Pendragon si propone come un gioco di strategia in cui la storia è determinata dalle azioni del giocatore. Il giocatore infatti sarà immerso nell’epica leggenda arturiana raccontata a turni sul campo di battaglia: la storia di Pendragon viene creata in base ad ogni mossa effettuata dal giocatore, spingendo la narrazione in nuove direzioni mentre ogni scelta nei dialoghi apre nuove opportunità di sviluppo.

Il gioco ci chiederà di radunare i Cavalieri della Tavola Rotonda per raggiungere Artù prima che incontri il suo destino. Alcuni avranno successo a Camlann. Altri periranno. Eppure ogni svolta cambierà la storia. Sir Lancillotto si riunirà con la regina Ginevra? Lei lo respingerà o lo abbraccerà? Sir Kay perdonerà mai Sir Gawaine per essersi schierato con Sir Mordred? Ci si può fidare di Morgana le Fay? Dov’è Merlyn? Chi giace sepolto nel cimitero di Mordred? Chi è l’arciere nel bosco? Che fine ha fatto Excalibur? Segreti saranno svelati, cuori saranno spezzati, persone moriranno. Ma forse – forse – Re Artù può essere salvato…

Inkle studios promette un’epopea infinitamente rigiocabile – la leggenda arturiana raccontata e riraccontata, con ogni scoperta e decisione strategica che segna una storia che si sviluppa viaggiando attraverso la Gran Bretagna dell’oscurità per affrontare creature selvagge, ladri brutali e i cavalieri oscuri di Sir Mordred. Un tabellone di gioco randomizzato assicura la diversità ad ogni partita. Le battaglie saranno a turni con combattimenti semplici ma profondamente strategici in cui la posizione sarà fondamentale, le perdite inevitabili e dove ogni passo modellerà permanentemente la trama. Sarà possibile scegliere un personaggio per guidare l’avventura e la loro personalità modellerà la storia: Morgana le Fay è una traditrice; la regina Ginevra è perseguitata dai suoi errori; Sir Lancillotto è francese (e ciò dice già molto considerando che gli autori sono inglesi); Sir Gawaine è di solito ubriaco… Il giocatore dovrà riunire una banda di cavalieri, eroi e contadini, le cui disposizioni e abilità crescono e cambiano con la storia.

 

 

la maschera e la depressione

Da bambino, a causa di un grave disturbo cardiaco congenito, ero isolato dagli altri miei coetanei, non potendo svolgere le loro stesse attività e il contatto fisico personale per me era soprattutto quello di esami, dottori ed infermiere. Col risultato che fino all’adolescenza sono stato una persona timida ed introversa, che sfuggiva il contatto fisico. Completamente incapace di affrontare una situazione in cui mi trovavo di fronte ad un pubblico.

Col tempo ho imparato a costruirmi attorno una maschera mediante due strategie. La prima il controllo, per il quale sono al limite della maniacalità (per dire: le slide che preparo quando devo parlare in pubblico servono prima di tutto a me, per evitare di correre alla conclusione tralasciando cose importanti). La seconda il feedback che ricevo dagli altri. Quando sono in pubblico non guardo gli altri negli occhi (la cosa da introverso mi risulta quasi insopportabile) ma scruto lo sguardo che mi viene rivolto. A volte si tratta di accordo, di interesse, di supporto, a volte invece di dubbio e perplessità, altre ancora di irritazione o ostilità. Quale che sia l’emozione veicolata, mi serve per confermare la maschera ed eventualmente riposizionarla in base al contesto.

Però mi è successo nei giorni scorsi di andare a fare la spesa in un supermercato. E gli sguardi che intercettavo erano quasi esclusivamente di diffidenza e di timore. Al posto di sguardi che legano e supportano, sguardi che si ritraggono. Questo, unito al disastro sulla strategia del controllo che la situazione emergenziale implica (da mettere in conto la mia situazione professionale che mi sta da un anno causando ansia, l’annullamento di Bologna Children’s Book Fair su cui da mesi stavo lavorando, il rinvio sine die del progetto Tutti in gioco…), mi ha fatto sprofondare in qualcosa di simile alla depressione. E non ho trovato altro rimedio di quello che utilizzavo da bambino. Chiudermi da solo in una stanza al buio. Ci ho passato tutto il pomeriggio. Per fortuna il controllo, completamente inutile all’esterno, funziona ancora sugli stati interni, così mi sono trascinato di sera davanti alla televisione.

La moglie crede che improvvisamente abbia paura della malattia, ma non è così: due operazioni a cuore aperto ed una per ulcera perforata mi fanno mettere in prospettiva il coronavirus. Non ho paura della malattia o del dolore o degli ospedali (in realtà ho una fobia per gli aghi, ma per l’appunto è una fobia, qualcosa di istintivo ed epidermico). Ho paura di sprofondare in me stesso, ho paura di non riuscire più a relazionarmi con un me sociale. Ho paura di non riuscire più a rimettermi la maschera e ad uscire.

Forse già scrivere queste righe, a suo modo, è una forma di terapia. Per questo ho bisogno di scrivere a qualcuno, non perché mi aspetti soluzione, com-passione, sostegno. Semplicemente perché devo dirle, altrimenti ristagnano ed imputridiscono (e so di cosa parlo avendo già affrontato un’ulcera). Se per caso capiti su questa pagina, ti ringrazio per la lettura. Mi stai aiutando anche se non lo sai.

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SONIC RESISTANCE. A Compilation For Rojava

Segnalo la compilation Sonic Resistance realizzata per raccogliere fondi per la “Fondazione della donna libera nel Rojava” (Weqfa Jina Azad A Rojava), una delle ultime organizzazioni che tutelano le donne nel Rojava sotto attacco dalle milizie jihadiste al soldo della Turchia. Il costo è almeno € 25 per oltre 90 brani tra elettronica, techno, dub, ecc.

Riporto la presentazione (tradotta con Google translate)

RESISTENZA SONICA. Una raccolta per Rojava.

Questo è un appello a mantenere la solidarietà internazionale con la rivoluzione nel Rojava. È un’interferenza musicale contro la macchina da guerra imperialista, contro il capitalismo. Sta facendo una campagna per sensibilizzare sulla lotta del movimento per la libertà curda.

Questa raccolta di 90 brani è stata messa insieme per supportare il movimento femminista nell’area autonoma della Siria settentrionale. Tutti i proventi delle vendite digitali verranno inviati direttamente alla “Fondazione della donna libera nel Rojava” (Weqfa Jina Azad A Rojava), che è una delle ultime organizzazioni femminili della zona.

Il Rojava si è affermato non solo in opposizione al regime militare turco, ma anche come movimento di base che ridefinisce il futuro della regione alle proprie condizioni. La resistenza curda sta sostenendo l’uguaglianza delle donne, i diritti LGBTQIA, l’ecologia, la sostenibilità e il confederalismo democratico. Ha creato le proprie strategie al di fuori della pressione politica occidentale. L’invasione turca non sta solo distruggendo vite umane, ma spegne anche ogni speranza di un cambiamento sostanziale. L’esercito attaccante ha una tecnologia superiore e semplicemente “più di tutto” per reprimere la rivoluzione nel modo più crudele. Stiamo con la resistenza nel nord della Siria e le persone che difendono la loro autonomia.

Sulla scia dell’opposizione a una violenza così assoluta, ci siamo chiesti cosa possiamo fare per sostenere questa lotta? Come possiamo coinvolgere la nostra comunità e le nostre capacità per difendere il Rojava? Ci sentiamo in dovere di sottolineare e continuare la storia di emancipazione della musica da club e di come sia stata connessa ai movimenti per la parità e la libertà sin dall’inizio. Con la compilazione abbiamo diffuso l’idea di Rojava attraverso le nostre reti e d’altra parte proviamo a ridistribuire le risorse. Sebbene scegliamo di fare musica, a volte molto rumorosa e rumorosa, non possiamo mai smettere di ascoltare e imparare. La rivoluzione nel Rojava ci mostra quanto siamo profondamente invischiati nelle relazioni postcoloniali e ci motiva a decostruire le condizioni e le strutture esistenti. È così che intendiamo essere un alleato.

Perché la guerra contro l’uguaglianza e la libertà è una guerra contro tutti noi.

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Libri letti nel 2019

I nostri valori, rivisti. La biblioteconomia in un mondo in trasformazione di Michael Gorman (Firenze University Press, 2018)

La progettazione dei giochi da tavolo. Strumenti, tecniche e design pattern di Walter Nuccio (Mursia, 2016)

Lettore, vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale di Maryanne Wolf (Vita e Pensiero, 2018)

Providence 2 di Alan Moore e Jacen Burrows (Panini Comics, 2017)

Providence 3 di Alan Moore e Jacen Burrows (Panini Comics, 2018)

Multiversity testi di Grant Morrison, disegni di Ivan Reis et al. (RW-Lion, 2018)

The Toxic Meritocracy of Video Games. Why Gaming Culture Is the Worst di Christopher A. Paul (University of Minnesota Press, 2018)

Grammatica italiana di Alfredo Panzini (Sellerio, 1982)

Caccia alla Fenice di Michael Swanwick (Mondadori, 2019)

Ludosofia. Cosa la filosofia ha da dirci sui videogiochi di Roberto Di Letizia (Universitalia, 2014)

Manifesto del Partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels (Mondadori, 1978)

Educare alla lettura con i marcatori visivi di Maria Michela Sebastiani e Emanuela Valenzano (Aracne, 2016)

La leggenda di Arslan 10 di Hiromu Arakawa e Yoshiki Tanaka (Panini Comics, 2019)

Sinsemie. Scritture nello spazio di Luciano Perondi (Stampa Alternativa, 2012)

Eclipse di John Shirley (Mondadori, 1995)

Black & White di Lewis Shiner (Perrone, 2019)

Azione al crepuscolo di John Shirley (Mondadori, 1996)

La maschera sul Sole di John Shirley (Mondadori, 1996)

Il bibliotecario di ente locale di Nerio Agostini (Bibliografica, 2010)

REICAT di Simona Turbanti (AIB, 2016)

Biblioteche e biblioteconomia. Principi e questioni a cura di Giovanni Solimine e Paul Gabriele Weston (Carocci, 2015)

Le 100 parole del bibliotecario di ente locale. Prontuario di rapida consultazione di Nerio Agostini (Bibliografica, 2011)

Fenomenologia di Grand Theft Auto a cura di Matteo Bittanti (Mimesis, 2019)

Visioni postcristiane. Dire Dio e la religione nell’epoca del cambiamento di Paolo Cugini (EDB, 2019)

Software. I nuovi robot di Rudy Rucker (Phoenix, 1995)

Adriano Olivetti. Un secolo troppo presto di Marco Peroni e Riccardo Cecchetti (BeccoGiallo, 2011)

Kobane calling di Zerocalcare (Bao, 2016)

Il barbaro grigio di Daccò e Spandri (No Lands Comics, 2018)

Le Montagne della Follia di Edward T. Ricker (Vincent Books, 2018)

Magnus. Lo Sconosciuto. Le nuove avventure. Le luci dell’Ovest di Daniele Brolli e Davide Fabbri (Sergio Bonelli Editore, 2019)

Wetware. Uomini e robot di Rudy Rucker (Mondadori, 2015)

Il segno rosso di Daccò e Spandri (No Lands Comics, 2019)

Il Richiamo di Cthulhu di Victor Conde (Vincent Books, 2018)

La Maschera di Innsmouth di Giny Valris (Vincent Books, 2019)

La Città senza Nome di Giny Valris (Vincent Books, 2019)

Ten Things Video Games Can Teach Us di Jordan Erica Webber e Daniel Griliopoulos (Robinson, 2017)

Libertà vs. hybris ovvero il Nietzsche ignoto a Webber e Griliopoulus

Ho finito di leggere il libro di Jordan Erica Webber e Daniel Griliopoulos Ten Things Video Games Can Teach Us (About Life, Philosophy and Everything) (Robinson, 2017) e le mie attese erano decisamente alte. Purtroppo le stesse si sono progressivamente ridimensionate come è possibile vedere dai miei commenti in fieri pubblicati qui e qui. Alla fine del libro ho pubblicato sulla scheda Anobii il seguente lapidario contributo:

Cosa hanno da dire i videogiochi sul mondo, sulla vita e sulla società? Questo il tema del libro, apparentemente assai stimolante, che vuole analizzare quanta e quale filosofia ci sia nei videogiochi. Il maggior problema del libro è il suo essere altalenante tra parti assolutamente interessanti con riportata la voce degli stessi sviluppatori, ed altre avvilenti per come la filosofia, soprattutto la filosofia occidentale moderna (Kant, Hegel, Marx, ecc.) sia stata mal digerita e compresa. Non un caso che i riferimenti maggiormente pertinenti siano fatti coi filosofi antichi (su tutti Platone e Aristotele) e con non eccessivamente noti contemporanei. Per dire: Kierkegaard e Schopenhauer non sono mai citati, Heidegger ottiene una sola menzione e Nietzsche 2.
Forse più che tentare di affrontare tutto lo spettro filosofico dalla vita oltre la morte alla società ideale (dimenticavo: non sono mai citati neppure Moro o Campanella) gli autori avrebbero potuto focalizzarsi su un unico tema ed approfondire a dovere quello.
In sostanza un libro utile più per quello che avrebbe potuto essere che per quello che realmente è.

Richiamare Nietzsche tuttavia mi ha portato a riflettere su una saga videoludica ben poco considerata all’interno del libro di Webber e Griliopoulos e che invece poteva porre questioni estremamente interessanti sul tema della “libertà”: God of War. Nella saga che lo vede protagonista, Kratos ha il destino di combattere le divinità dell’Olimpo, incapace di sfuggire alla hybris segnata dai passati peccati. Kratos è dunque l’ideale personificazione dell’Übermensch nietzscheano, intriso della volontà di potenza di ergersi contro gli dei che vorrebbero condizionare il suo destino e contemporaneamente incapace di sottrarsi al destino tragico dell’eterno ritorno dell’identico che nel suo caso è la lotta infinita contro le divinità anche quando vorrebbe sottrarsi ad esso e ritrarsi ad una vita anonima con la propria famiglia. Da un certo punto di vista nulla costringe Kratos, ed egli è libero di fare quello che più lo aggrada, tanto più che può contare sulla sua forza e sulla sua abilità bellica. Ma da un altro punto di vista egli è schiavo del suo destino ed anche nell’ultimo episodio, in cui pure è fuggito in una terra diversa dominata da altre divinità, egli è costretto a combatterle. Estremamente significativo in questo senso il momento in cui il figlio Atreus uccide il figlio di Thor lasciando sgomento Kratos che si rende conto di aver iniziato una nuova faida divina con un pantheon norreno molto meno idilliaco di quanto propagandi la vulgata marveliana.

Webber e Griliopoulos discettano sullo iato tra libertà “da” e libertà “per” pensando che non si dia la prima, costretta nella catena di causa ed effetto che lega il mondo materiale mentre sia possibile all’essere umano la seconda. God of War sembra proporre al contrario una visione ribaltata: nulla costringe Kratos, nulla può farlo data la sua natura divina: eppure Kratos non è libero di decidere il proprio destino che ha il marchio incancellabile dei peccati di cui s’è macchiato. Sempre nell’ultimo episodio l’unica cosa in grado di deviare parzialmente la sua hybris non è tanto la volontà di Kratos quanto quella della moglie che, legandolo al giuramento di spargere le proprie ceneri dalla vetta più alta, lo costringe ad un viaggio in cui conoscere e stringere un legame col figlio, che però inevitabilmente porterà come conseguenza quella di affrontare e combattere le divinità norrene.

Quante volte questo capita anche ad ognuno di noi? Teoricamente liberi di scegliere cosa fare, ricadiamo (inevitabilmente?) nella ripetizione degli errori del passato. Schiavi non di catene fisiche ma del nostro destino, incapaci di liberarci dalla nostra personale hybris.