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La crociata dei bambini: recensione ed intervista ad Avoledo

LaCrociataDeiBambin_lowCONFLITTO URBANO NELLA MILANO POSTAPOCALITTICA

 [Recensione e intervista pubblicate su Alias del 14 giugno 2014]

Tullio Avoledo, friulano, classe 1957, ha scalato le vette di critica e pubblico delle patrie lettere con il fulminante esordio di L’elenco telefonico di Atlantide (Sironi) nel 2003 e la vittoria nel 2006 del Premio Super Grinzane Cavour – dopo l’approdo ad Einaudi – con Tre sono le cose misteriose. Ma se già aveva dimostrata propensione nel percorrere strade originali quando, nel 2011, aveva pubblicato sempre per Einaudi un thriller apocalittico assieme al tastierista e fondatore dei Subsonica Davide Boosta Dileo, ha probabilmente lasciato di stucco più di un paludato critico quando si è apparentemente convertito alla narrativa seriale dedicandosi al Metro 2033 Universe ideato dallo scrittore russo Dmitry Glukhovsky.

Rispetto ai romanzi di Glukhovsky (ma anche alle altre storie dell’Universe, tutte pubblicate in Italia da Multiplayer.it) dedicati sostanzialmente ad una narrazione avventurosa in uno scenario post-apocalittico cupo e ctonio dei tunnel della metropolitana, infestati da pericolose mutazioni indotte dalle radiazioni e ancora più pericolose fazioni umane l’una contro l’altra armate che rispolverano in modo tragicomico le divisioni ideologiche pre-catastrofe, la narrazione di Avoledo preferisce la peregrinazione nel mondo esterno da una parte e la riflessione sulla possibilità di sopravvivenza della religione e soprattutto della fede. Non a caso il protagonista de Le radici del cielo è un prete, l’ultimo a capo dell’Inquisizione, inviato dalle catacombe romane, in cui la Chiesa sgomita col potere politico, a Venezia dove si favoleggia ci sia l’ultimo vicario di Cristo sulla Terra assieme a un tesoro utile alla Chiesa per confermare la supremazia anche temporale.

Dopo un viaggio denso di tribolazioni ed avventure, John Daniels scopre che a Venezia c’è ben più che un Papa: tra i canali asciutti ha la consapevolezza infatti che la vita sulla Terra che sembra destinata all’estinzione in realtà si sta tornando a sviluppare in forme e su piani nuovi e diversi. Ed alla fine si oppone al reale esito previsto per il suo viaggio: quello di distruggere l’eventuale Papa con un’ennesima deflagrazione atomica, ed al contrario decide di ritornare a Roma con l’ordigno per imporre – con le buone o con le cattive – la sua nuova visione di speranza. Ma nel suo viaggio di ritorno viene deviato – e qui comincia il secondo romanzo della trilogia, La crociata dei bambini, in questi giorni in libreria sempre per Multiplayer.it – a Milano dove l’ordigno gli viene rubato dalla fazione più potente e più crudele tra quelle che dominano la città in disfacimento: i Figli dell’Ira. Come in una sorta di Guerrieri della notte italo-postapocalittico assistiamo nel nuovo romanzo ad un conflitto urbano tra le varie fazioni in lotta per la supremazia con John Daniels che vuole recuperare la bomba anche per impedire che venga usata contro le Creature della Notte, i nuovi abitanti della Terra che a torto vengono considerati mostri dagli umani, ma anche per impedire che i Figli dell’Ira spadroneggino sulle altre fazioni imponendo tributi disumani. Il tema religioso prosegue e si rafforza in questo secondo romanzo soprattutto nello scontro/confronto tra il cattolicesimo di padre Daniels e la fede ebraica di una delle fazioni con cui s’incontra/scontra.

Se all’epoca della sua uscita avevamo salutato Le radici del cielo come uno dei più freschi e brillanti romanzi italiani – confermati in ciò dal successo, anche internazionale, ottenuto – non possiamo che confermare il giudizio anche di fronte alla sua serializzazione che, invece di annacquare trama e tematiche, trova il modo di riproporre quanto già c’era di buono nel primo romanzo aggiungendo novità e profondità senza minimamente far mancare l’azione che non si può non attendersi da una storia del genere.

Altri miei articoli con tag Avoledo: https://ossessionicontaminazioni.wordpress.com/category/avoledo/

Tullio_LowResLE CATACOMBE POSTAPOLITTICHE CHE INCANTANO I GIOVANI RUSSI. Intervista a Tullio Avoledo

Come sei arrivato a scrivere per il Metro 2033 Universe ideato da Dmitri Glukhovsky?

Sono arrivato a Glukhovsky tramite il videogioco Metro 2033. Sia io che mio figlio eravamo accaniti giocatori, così quando ho saputo che la casa editrice Multiplayer portava Dmitry al Salone del Libro di Torino del 2010, ho contattato Multiplayer chiedendo se era possibile incontrarlo. Avevamo un intervallo utile di poche decine di minuti, tra un impegno e l’altro: un tempo più stretto di quelli che affronta George Clooney in Gravity

Siamo riusciti comunque a parlare. Ma non pensate che ci siamo messi a discutere dei massimi sistemi letterari, o di filosofia: quello che mi interessava era sapere se ci fosse qualche glitch nel gioco per trovare più munizioni. Dmitri mi gelò dicendomi che non aveva alcun controllo sul videogame…

Così ci trovammo costretti a parlare di libri. E lui mi espose il progetto del “Metro Universe”, questa innovativa creazione multimediale aperta alla collaborazione di fan e professionisti di tutto il mondo. Dmitri mi chiese se non fossi interessato a partecipare con un libro a quell’avventura. Io ricorsi a tutta la mia diplomazia per tirarmene elegantemente fuori. Avevo già troppe cose in cantiere. Poi però, quell’estate, lessi il romanzo Metro 2033 e ne rimasi affascinato. Non era il solito romanzo d’azione. Aveva una profondità e una dirittura morale che fecero immediatamente presa su di me. Così io e Dmitri ci scambiammo alcune mail, e un pomeriggio ci incontrammo di persona a Venezia, e al tavolino di un bar davanti al teatro La Fenice gli raccontai la storia che avevo in mente di scrivere. La cosa è nata così. Non pensavo che scrivendo quel libro avrei incontrato un pubblico completamente diverso da quello dei miei lettori abituali. Nel 2012, quando presentai l’edizione russa del libro alla Biblioteca di Stato di Mosca, la vecchia Biblioteca Lenin, mi trovai davanti 500 ragazzi e ragazze, la gran parte sotto i vent’anni. Fu una folgorazione. Capii che con quel libro che tutti gli “addetti ai lavori” mi avevano sconsigliato di scrivere, parlandomi di un “suicidio letterario”, potevo raggiungere un target nuovo, giovane, internazionale. Ho conosciuto persone straordinarie come Ilya, il giovanissimo illustratore delle copertine russe della saga, che ormai conta decine di titoli. Gente rapida nel pensiero e nell’azione. Ragazzi dalle domande interessanti, come lo sono i lettori polacchi del mio libro, i cui commenti e interrogativi mi hanno positivamente stupito. Sono davvero lieto e orgoglioso di essere uno dei due scrittori non russi che hanno collaborato alla saga, se mi è servito a incontrare un pubblico così.

La crociata dei bambini è il seguito di Le radici del cielo e si prevede che la vicenda veda un ulteriore romanzo per concludersi in una trilogia. La trilogia era già prevista all’epoca de Le radici del cielo o è un modo per rispondere e continuare il suo successo?

Scrivendo Le radici del cielo avevo in mente un romanzo autocompiuto. Poi però ho capito che la storia andava sviluppata. Che per rispondere a tutti gli interrogativi suscitati in me dall’opera di Dmitri un libro non bastava. Così ho lasciato da parte altri progetti e mi sono concentrato sul seguito. Ora ho già in mente la scaletta del capitolo finale della “mia” saga di Metro 2033, che si svolgerà tra Firenze e Roma. Diciamo anche che la voglia di dare un seguito al primo romanzo è stata aumentata dai commenti dei miei lettori russi e polacchi, che mi hanno aiutato a focalizzare l’attenzione su quello che volevano, e che ho cercato di dargli con La crociata dei bambini.

In Le radici del cielo ed ancor più in La crociata dei bambini è presente una forte riflessione religiosa, solitamente assente nella fantascienza. Cosa ti ha portato a scegliere come tema per per queste tue opere un’indagine sulla possibilità della fede oltre l’apocalisse?

Beh, ci sono alcune grandiose eccezioni, personaggi di grandi romanzi fantascientifici che hanno una fede o addirittura sono dei preti, come il Padre Carmody protagonista di Notte di luce di Philip J. Farmer o padre Ramon di Guerra al grande nulla di James Blish. E poi c’è quel romanzo straordinario di Lester Del Rey, L’undicesimo comandamento, che avrò letto almeno sei volte. Ciò che mi interessava esplorare, nell’universo immaginato da Dmitri, era la possibilità della fede, una qualsiasi fede, non solo di sopravvivere ma di evolversi, in un mondo postapocalittico. Questo secondo romanzo è incentrato sul concetto cabalistico di tsimtsum: lo svuotamento di Dio. Nel prossimo svilupperò una cosa affascinante che ho scoperto sulla chiesa aquileiese delle origini. Introdurre la religione all’interno della fantascienza dà delle possibilità narrative notevoli. La tematica religiosa, tra l’altro, è stata il motivo del successo del libro presso il pubblico polacco. Le radici del cielo è stato per diverse settimane in cima alla classifica dei bestseller di narrativa fantastica. E con la tradizione che di quel genere c’è in Polonia, è una cosa che mi ha davvero esaltato. In compenso in Germania i lettori hanno reagito negativamente alla presenza dell’elemento religioso e di certi voli di fantasia. Dovendo scegliere il pubblico da accontentare con il mio secondo romanzo ho deciso col cuore e non con la logica dei grandi numeri. Ho scelto i polacchi, insomma.

I tedeschi hanno reagito male per l’elemento religioso o perché uno dei “boss” in Le radici del cielo ha un nome tedesco?

Tutte e due le cose, posso pensare. Gottschalk comunque è una citazione da un romanzo di John Brunner, La Matrice Spezzata. In generale le critiche su Amazon vertevano sul fatto che ci voleva più azione che metafisica. È il motivo per cui i polacchi non dichiarano mai guerra per primi e i tedeschi invece sì…

Il Metro 2033 Universe comprende anche due videogiochi. Li hai provati? Quale preferisci? Se ti proponessero di realizzare un videogioco dalle tue opere quale proporresti e come vorresti che venisse realizzato?

Ho adorato il primo gioco. Potente, realistico e mistico al tempo stesso. Il secondo ce l’ho ma non l’ho mai installato, essenzialmente perché il mio notebook non ha le caratteristiche tecniche necessarie. Questo dei requisiti di gioco proibitivi è un grosso limite per i due game. Mi piacerebbe poter giocare, come in Russia, a Metro online, alla cui presentazione ho assistito due anni fa. E attendo con impazienza Metro 2033 Wars che è annunciato per Android e IOS. E ovviamente non mi dispiacerebbe avere un videogame tratto dai miei due romanzi della saga. O da Un buon posto per morire, il romanzo d’azione che ho scritto nel 2012 a quattro mani con Davide Boosta Dileo dei Subsonica. Quello sarebbe perfetto, secondo me. Ma il tempo c’è. Vedremo.

Che “genere” di videogioco vorresti che fosse? uno sparatutto? un’avventura in terza persona?

Vorrei fosse un gioco a esplorazione libera, con missioni principali e missioni facoltative, tipo Fallout 3, in cui il karma del protagonista varia a seconda delle azioni che compie.

Nel tuo articolo pubblicato su Wired L’influenza dei videogiochi nei miei romanzi critichi i “sapienti” delle “Terre della Letteratura” perché non sanno riconoscere le nuove narrazioni che provengono da fumetti, videogiochi, ecc. e ignorano deliberatamente le potenzialità del meticciato culturale tra i vari media. Però è anche vero che a partire dagli accademici ludologi per arrivare ai “semplici” appassionati di videogame c’è una nutrita schiera di sostenitori dell’idea che la narrazione sia un orpello inessenziale per i videogiochi, roba per vecchi incapaci di giocare e legati a cose come le cut-scenes che loro sistematicamente “skippano” senza pietà. Che ne pensi? Che peso può avere la narrazione all’interno di un videogioco?

Molto o nessuno. Dipende dal gioco. Non sono un tecnico, pertanto non posso esprimere che opinioni superficiali, forse anche sbagliate. E poi appartengo ad un’altra generazione, una che in gran parte i videogame li ignora o li fugge come la peste. Diciamo comunque che Fallout 3 o Bioshock Infinite sono una cosa diversa da, che ne so, Wolfenstein o Aliens, o altri FPS. Credo che un personaggio come Geralt di Rivia, per dire, abbia potenzialità maggiori di quelli di Assassin’s Creed. La sfida è quella di realizzare giochi che incantino il lettore nella trama. Mi piacerebbe moltissimo poter acquistare i diritti della saga di Riverworld, o di quel gioiello narrativo che è Soldato, non chiedere di Gordon Dickson. Che giochi fantastici ne verrebbero fuori. Ma temo che il futuro sia piuttosto Angry Birds o Temple Run. La pigrizia e i limiti delle piattaforme di gioco rischiano di rovinare tutto. D’altra parte l’onnipresenza dei fast food e il contemporaneo successo delle trasmissioni di alta cucina rappresentano lo stesso apparente paradosso.

Ma non sono un programmatore o un progettista di videogame e infatti in quell’articolo parlavo dal versante della Letteratura, e non da oltre frontiera. Il fatto è che ci sono un sacco di talenti in grado di progettare un videogioco innovativo, e credo che imporgli limiti tipo FPS o Adventure sia assurdo. I giochi del futuro saranno molto diversi da quelli attuali, come Fallout 3 sta a Pong…

Certamente non è semplice progettare nuovi scenari, e infatti non mi ci provo neanche. D’altro canto Gibson ha inventato il cyberspazio su una macchina da scrivere…

giugno 16, 2014 Posted by | avoledo, fantascienza, metro 2033 | , , , , , | 1 commento

L’Italia del futuro vista attraverso la lente dei videogiochi

cover-ring-defMax Giovagnoli in Cross-media (Apogeo, 2009) compie un’accurata disamina della “fan fiction” ovvero delle narrazioni realizzate dai fan che vanno ad integrare dal basso – “grassroots” – le mitologie “corporate” create attorno a storie e personaggi. In realtà la “fan fiction” non arriva sempre “dal basso”: vedere ad esempio il volume Le nuove avventure di Batman (pubblicato in Italia da Rizzoli nel 1991 e ripubblicato da Bompiani nel 1995) dove varie voci del calibro di Isaac Asimov, Robert Silverberg, Stuart M. Kaminsky, Joe R. Lansdale, Robert Sheckey, ecc. prestano la loro voce al cavaliere oscuro per eccellenza.

L’editore Multiplayer.it ha unito i vari aspetti della fan fiction nel progetto Le realtà in gioco, storie straordinarie per vite ordinarie che, attraverso un sito creato ad hoc ed alla promozione a cui hanno contribuito AESVI (Associazione Editori Sviluppatori Videoogiochi Italiani) e Biblioteche di Roma, ha raccolto e selezionato racconti di fan di videogiochi. I racconti pervenuti sono stati selezionati in parte da una giuria “tecnica”, in parte dai “mi piace” dei social network, in parte commissionati direttamente dall’editore a scrittori già noti come Tullio Avoledo, Alessandra C(ontin), Roberto Recchioni, Matteo Strukul, ecc. Tutto sommato stupisce la notevole qualità ed omogeneità della scrittura, cosa tutt’altro scontata data l’eterogenea provenienza.

Incuriosisce anche come vari racconti, a partire da quello iniziale – forse il più bello, anche per la scrittura in una sorta d’italiano da social network del futuro – di Tullio Avoledo, più ancora che sulla storia si concentrino sull’ambientazione: un’Italia depressa economicamente e socialmente. Un’Italia dove la benzina è razionata e appannaggio dei più ricchi e delle forze speciali come in Protocollo Adamo di Eva Bassa, una reintepretazione di Resident Evil nella montagna bolognese. Un’Italia trasformata in paese del Terzo mondo come in Vincitori di Marco Migliori dove in capannoni fatiscenti squadre di adolescenti vivono e lavorano come alter-ego virtuali per mantenere sempre attivi gli avatar dei nuovi padroni indiani ed asiatici in social network e videogiochi online. O ancora un’Italia e un mondo, come nel già citato Avoledo, dove i videogiochi come li conosciamo non sono ormai più di moda soppiantati dal cosplay, ma un cosplay, anzi come recita il titolo Kosplay©, dove i partecipanti impersonano personaggi dei videogiochi più o meno classici e vengono guidati dal giocatore di turno (uno dei ricchissimi e potentissimi appartenenti alle trecento famiglie) in elaborate simulazioni il cui realismo è spinto fino all’estremo della morte dei kosplayer. La protagonista è Margo, una ragazza che sceglie i rischi del Kosplay (all’inizio impersona una ciliegia all’interno di un gigantesco labirinto dove un enorme Pac-Man teleguidato da un giocatore divora pillole e frutti umani trasformandoli in energia) per pagarsi le tasse scolastiche e che grazie ad abilità ed acume riesce a sopravvivere alle sfide sempre più impegnative fino a ritrovarsi nell’enorme simulazione bellica Company of Heroes – Verdun che non ha nulla da invidiare, per realismo e numero di morti tra i kosplayer, ad una guerra vera.

Certo nessuno tra gli autori si spinge al funambolismo lessicale di Avoledo (il suo incipit: Vorrei averla kwi davanti a me kwella stronza ministra di un sakko di anni fa, kwella che diceva a Vatti e agli altri della sua Gehenneration di non essere choosyChoosy un kazzo. Vorrei vederla kwi lei, seduta su ’sta sedia, mentre la trukkatrice mongola la spalmazza tipo di trukko e dice Sai, io ho fatto il trukko a Lara Kroft. E che fosse l’urLara o una delle sue decinaia di inkarnazioni va’ a saperlo, anche se è poco truffolo sia la Kroftona originale, quella megafiga ke ha bagnato i sogni di un kasino di nerd e nerde ke adesso sono allo Spizio…) ma comunque questa antologia si pone al livello di altre fondamentali nello sviluppo della narrativa di genere come Dangerous Visions o Mirrorshades. Per quanto infatti manchi rispetto alle due citate di un’intenzionalità autoriale da parte di scrittori come per i cyberpunk di Mirrorshades o di curatori carismatici come l’Harlan Ellison di Dangerous Visions, l’esperienza di La realtà in gioco è riuscita a catalizzare le narrazioni spontanee che il fenomeno videoludico ha suscitato e a riproporle in un prototipo di codificazione di nuovo genere che affianchi la creazione di storie degli sceneggiatori “corporate” dei videogiochi. Ma l’esperienza di Le realtà in gioco non si fermano alla lettura: nell’ultima pagina c’è infatti  l’invito al lettore a scrivere lui stesso la propria storia ed a mandarla all’editore. Per l’edizione 2.0?

 pubblicato su Alias del 27.07.2013

luglio 27, 2013 Posted by | avoledo, videogiochi | , , , , , | Lascia un commento

LE RADICI DEL CIELO: mod letterario

Le radici del cielo di Tullio Avoledo (Multiplayer.it) è un “mod” letterario di Metro 2033. Nell’ambito videoludico “mod” è l’abbreviazione di “modification” ovvero “modificazione” di un gioco. Fenomeno esploso in particolare a partire da Doom con la messa a disposizione, favorita dalla stessa casa di produzione, di strumenti che permettevano di editare i livelli di gioco o di crearne di nuovi. Un esempio paradigmatico di “modder” è rappresentato da Minh Le, che grazie al lavoro compiuto su Counter Strike, il mod più noto di Half-Life, è stato assunto dai creatori del gioco originale ed è diventato uno stimato professionista del settore.

Metro 2033 è “anche” un gioco, ma prima di tutto arriva il romanzo del russo Dmitri Glukhovsky: una descrizione postapocalittica dei sopravvissuti moscoviti rifugiatisi nei recessi della metropolitana, in perpetua lotta tra loro e coi mostri mutati dalle radiazioni dell’esterno. Metro 2033 non ha ispirato solo un videogioco prima e un seguito dello stesso Glukhovsky poi (Metro 2034, sempre Multiplayer.it) ma, con l’autorizzazione dello stesso Glukhovsky che per essi ha creato un apposito “brand”: il Metro 2033 Universe, una serie di “mod” letterari, di cui il primo a vedere la luce in Italia è appunto quello autoctono che, per certi versi, è più interessante dell’originale.

I motivi sono sostanzialmente due: il primo è che mentre Metro 2033 narra una vicenda rigorosamente ctonia, le catacombe e la metropolitana romana, dove Avoledo inizia la sua storia vent’anni dopo che l’olocausto nucleare ha spazzato via la civiltà umana, non sono un palcoscenico sufficiente e quindi ben presto i suoi personaggi si muovono all’esterno, in un ambiente che ricorda – in peggio – La strada di Cormac McCarthy; il secondo, ancora più importante, è la presenza dell’elemento religioso. La rappresentazione di tale elemento all’interno della fantascienza è rara perché questo genere è principalmente di area anglosassone, e quindi protestante, con la propensione a relegare l’elemento religioso alla sfera privata ed a lasciarlo quindi al di fuori delle narrazioni. Al contrario Avoledo pone al centro della sua storia un prete che, di fronte alla devastazione, si chiede costantemente quale sia (e se ci sia) la posizione di Dio. E non si pensi solo all’“ovvia” devastazione dell’ambiente, alle mutazioni mostruose che si manifestano, ma di più all’abbruttimento dei sopravvissuti costretti non solo all’abbandono d’ogni (pia) pietà, ma anche ad ogni sorta d’atti (cristianamente ed umanamente) ripugnanti, fino al cannibalismo. Ogni incontro, ogni tappa del viaggio di Padre John Daniels da Roma a Venezia, che più che dell’Odissea ha le parvenze della Via Crucis, è un dubbio conficcato nella sua fede. Fede che non vacilla e che tuttavia si trasforma, in qualche modo si amplia, per dare conto del nuovo mondo, inospitale per l’uomo, ma non per questo meno – a suo modo – meraviglioso.

Dopo Le radici del cielo, Multiplayer.it prevede la pubblicazione di altri due romanzi (entrambi di autori russi ed ambientati nella metropolitana di San Pietroburgo) dedicati al Metro 2033 Universe: Verso la luce di Andrey Djakow in uscita a febbraio e Piter di Shimun Vrochek in uscita a maggio.

[pubblicato su Alias di sabato 28 gennaio 2012]

gennaio 31, 2012 Posted by | avoledo, fantascienza, videogiochi | Lascia un commento