Dal videogioco e dal social al film: esperimenti di montaggio

Seguendo quanto affermato da Alfred Hitchcock, l’elemento che caratterizza il cinema (rispetto ad esempio al teatro, ma rispetto oggi anche ai new media come i videogiochi) è il montaggio. Famosa la sua dimostrazione di ciò: la stessa inquadratura di James Stewart se accostata ad una donna discinta faceva pensare agli spettatori a sentimenti di lussuria, mentre accostata a immagini delicate faceva pensare a tenerezza. Nonostante ciò, forse per mettere crudelemente alla prova (anche) se stesso, Hitchcock realizzò un film spostando il montaggio dalla sua “normale” collocazione – la post-produzione – alla pre-produzione: Nodo alla gola (Rope, 1948). Nodo alla gola è costituito da un unico piano sequenza (in realtà 10 collegati tra loro da espedienti scenografici) in modo da dare allo spettatore l’illusione che tutto il film sia costituito da un’unica ripresa. Tutta la parte di costruzione delle varie scene del film che normalmente avviene nella fase del montaggio durante la post-produzione, cioè successivamente alle riprese, avviene in Nodo alla gola attraverso un’accurata pianificazione preliminare. A dimostrazione – paradossalmente – è un elemento non solo cinematografico ma anche teatrale. Ma il fatto che tale utilizzo del montaggio sia rimasto un esperimento isolato d’altra parte conferma quanto sostenuto da Hitchcock.

Questa premessa per parlare di due film che in qualche modo riprendono e rimaneggiano l’esperimento hitchcockiano: Hardcore! (Hardcore Henry, 2015) di Ilya Naishuller e Searching (idem, 2018) di Aneesh Chaganty, entrambi prodotti da Timur Bekmambetov.

Hardcore! è un film d’azione e di fantascienza con la caratteristica di essere completamente girato in prima persona (la prospettiva che videoludicamente viene chiamata “first person shooter”). Per quanto gli stacchi (e quindi il montaggio) non siano del tutto assenti, per la maggior parte del tempo lo spettatore assiste a lunghi piani sequenza in soggettiva che ci mostrano il protagonista – Henry – che dopo un misterioso risveglio in laboratorio privo di ricordi viene attaccato ed inseguito da una misteriosa organizzazione criminale che vuole sfruttare i cyber-potenziamente di cui il protagonista progressivamente scopre di essere dotato. 

In Searching invece seguiamo tutto il plot di un padre – interpretato da John Cho, reso famoso per l’interpretazione di Sulu nello Star Trek abramsiano – che indaga sulla scomparsa della figlia attraverso lo schermo del suo computer perennemente accesso per messaggi, videochiamate e ricerca di informazioni.

L’esperimento in Hardcore! in realtà riguarda più la prospettiva dell’inquadratura che il montaggio vero e proprio in quanto come ricordato esistono in effetti stacchi che dividono i piani sequenza. L’idea di Hardcore! nasce dalla visione su Youtube da parte di Bekmambetov dei video in prima persona realizzati da Naishuller per il proprio gruppo rock e dal successivo incontro dei due nasce la sfida di un intero film girato in prima persona con il ritmo e l’azione concitata di un videogioco. A differenza di altri film in cui la soggettiva viene cospicuamente utilizzata, in Hardcore! il protagonista all’inizio del film è praticamente tabula rasa: non sa chi è, dove si trova e cosa gli è successo. In questo senso lo spettatore ha minori difficoltà ad identificarsi con esso rispetto a personaggi “invisibili” ma con una storia e personalità che faticano ad essere “visualizzate” e comprese con una visuale in soggettiva. Del resto anche in molti videogiochi definibili sparatutto in soggettiva il protagonista viene visualizzato in terza persona nelle “cut-scenes” in modo da fornirgli un volto ed un background grafico ed emotivo. E la soggettiva funziona in effetti benissimo nelle scene maggiormente concitate e violente o nel finale in cui si risolve la questione dell’identità del protagonista come una sorta di scatole cinesi o piuttosto di specchi contrapposti. Meno convincente resta quando ci troviamo a visualizzare fasi maggiormente d’intermezzo, dialogiche e/o di confronto non violento con altri personaggi.

In Searching al contrario assistiamo ad un ipermontaggio finalizzato ad eliminare nello spettatore l’esperienza del montaggio cinematografico. In sostanza è come se lo spettatore, per tutta la durata del film guardasse lo schermo del computer del protagonista, David Kim, intento ad indagare sulla scomparsa della figlia. Anche quando David collabora alle ricerche sulle rive di un lago, lo spettatore lo osserva attraverso un notiziario televisivo visto dallo schermo del computer. Ovviamente il clou della storia è inevitabilmente legata allo scandaglio sulla vita social della figlia, alla ricerca dei suoi più ambigui follower, all’apertura delle cartelle all’interno del suo computer alla ricerca di indizi, per quanto dolorosi e controversi per il padre.

In sostanza entrambi i film tentano di utilizzare le grammatiche visive e narrative tipiche dei “new media” (i videogiochi Hardcore! e i social Searching) piegandole alla narrazione cinematografica. E il problema più grosso di questi pur pregevoli ed interessanti esperimenti è che, alla lunga, entrambi annoiano. Il flusso di coscienza a cui si piegano li priva della possibilità di utilizzare un altro espediente (non esclusivamente cinematografico) di cui era maestro Hitchcock: la “suspence”. Hitchcock spiega cosa sia la suspance in modo magistralmente semplice nel suo libro-intervista con François Truffaut: se in una scena all’improvviso in una stanza scoppia una bomba è una sorpresa; se invece vediamo l’attentatore che piazza una bomba in una stanza e poi vediamo dei personaggi che entrano in quella stanza ignari del prossimo esplodere della bomba ecco che s’innesca la suspance. Il tempo della visione non è più un tempo neutro con una sorpresa finale, ma piuttosto una partecipazione angosciata al precipitarsi degli eventi. Lo spettatore vorrebbe avvertire i personaggi, anche se per assurdo quei personaggi fungessero da cattivi, e i questo modo viene coinvolto emotivamente dalla narrazione. Sia in Hardcore! sia in Searching invece la narrazione è sempre un eterno presente osservata dal punto di vista del protagonista. Nessuna suspance e possibile e, fatti salvi i momenti concitati – presenti in misura maggiore nel primo – il resto scorre via senza lasciare particolare traccia. Perché non capita lo stesso davanti ad un videogioco o in un social? Perché lì non siamo esclusivamente spettatori ed abbiamo la possibilità – o almeno l’illusione – di poter contare qualcosa sulla progressione della narrazione. Da qui l’impressione che sia più facile per i new media imparare ad utilizzare ed adattare la grammatica cinematografica che non viceversa. In particolare a livello videoludico osserviamo narrazioni sempre più raffinate (basti pensare anche solo agli ultimi Uncharted) che si integrano in maniera eccellente con l’interattività ludica. Dall’altra parte per il cinema è molto più complicato forzare ed adattare in maniera significativa le proprie grammatiche e si riduce spesso ad essere – per quanto riguarda i film ispirati ai videogiochi – qualcosa di vicino ad una raccolta di cut-scenes.Non di meno questi esperimenti dimostrano un interesse tutt’altro che criticabile ed una ricerca assolutamente da non tralasciare. 

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La domanda carpenteriana sulla realtà

All’epoca degli studi universitari un mio caro amico, Antonio Arcuri, mi aveva affibbiato il nomignolo “Mac” riprendendo quello del personaggio McMurphy, interpretato da Jack Nicholson, in Qualcuno volo sul nido del cuculo. Il motivo: il mio essere sempre sopra le righe, ingenuo e pronto a una bella partita a carte. Il nomignolo mi è stato sempre caro pur non riconoscendomi nel McMurphy di Qualcuno volò sul nido del cuculo, ma piuttosto nel MacReady, interpretato da Kurt Russell, de La cosa carpenteriana. Non a caso dato che si tratta di un film che amo particolarmente assieme agli altri due che Carpenter stesso ha raggruppato nella Trilogia dell’Apocalisse. Carpenter, in un’intervista al Wall Street Journal, ha affermato: “all three of those movies are, in one way or another, about the end of things, about the end of everything, the world we know, but in different ways. Each of those things is kind of an apocalyptic kind of movie, but a very different take on it” [tutti e tre i film riguardano, in un modo o nell’altro, la fine delle cose, la fine di tutto, del mondo come lo conosciamo, ma in modi diversi. Ognuno di essi può essere considerato un film apocalittico, ma ognuno in modo diverso – traduzione mia].

In un articolo Mark Harris analizza la trilogia specificando tali diversità:

  1. la distruzione dell’individualità (La cosa, 1982)
  2. la distruzione della divinità (Il signore del male, 1987)
  3. la distruzione della realtà (Il seme della follia, 1995).

Harris conclude sottolineando che l’elemento che accomuna tutti è tre è la distruzione del libero arbitrio inteso come elemento essenziale dell’essere umano.

Recentemente sono riuscito a recuperare una copia in home-video de Il seme della follia (in un’edizione in blu-ray tedesca con la presenza del parlato in italiano, non essendo il film ormai da molti anni più disponibile nel nostro mercato) ed ho rivisto tutti e tre i film della trilogia. In particolare ero curioso di testare quanto di lovecraftiano vi fosse in un momento in cui anch’io – tra giochi, videogiochi, fumetti e riedizioni lussuose – sono presissimo dalla Lovecraft-reinassance. Se elementi lovecraftiani possono essere visti in tutti e tre i film, indubbiamente quello in cui sono maggiormente centrali ed espliciti è Il seme della follia, in cui sono mescolati ai più contemporanei elementi kinghiani. Hobb’s End, la città centrale nel plot del film, è chiaramente un richiamo a Castle Rock, la città del Maine ambientazione di buona parte dei romanzi di Stephen King. Ma ci si può benissimo vedere una qualsiasi delle ambigue città lovecraftiane come Dunwich o Innsmouth. E dall’altra parte non si può non riconoscere l’influenza avuta sulla creazione di Silent Hill. I mostri che risalgono dal pozzo senza fondo e rincorrono il protagonista – John Trent, interpretato da Sam Neill – nel tunnel che apparentemente dovrebbe farlo fuggire da Hobb’s End sono indubbiamente ispirati all’iconografia lovecraftiana. Rivisti oggi, occorre amare alla follia Carpenter per riuscire a far finta che riescano a spaventarci. A differenza dell’alieno di La cosa che ancor oggi è realistico e terrorizzante. In quest’ultimo, nella sua polimorficità – così come nel liquido misterioso in Il signore del male – sono evidenti richiami ai mostri innominabili di tradizione lovecraftiana. Eppure riguardando i tre film sono pronto a sostenere che un altro scrittore più di Lovecraft possa aiutarci ad illuminare le visioni di questa trilogia: Philip K. Dick.

In realtà non so se e quanto di Dick conosca Carpenter, ma un tema centrale della narrativa (e della riflessione) dickiana è centrale in tutta la trilogia: cosa è la realtà? Se quella che consideriamo la realtà è falsa, la sua negazione, la sua alternativa è vera. Spiegandola logicamente: se affermiamo che A è falso, stiamo contemporaneamente affermando che non-A è vero? E viceversa? Per Dick quella in cui viviamo è una realtà illusoria, un’immensa “matrix” virtuale in cui siamo imprigionati per venire sfruttati dall’Impero e impedire che ci liberiamo. Questa ossessione è centrale in tutti e tre i film della Trilogia dell’Apocalisse, esattamente con le coordinate individuate da Harris.

In La cosa la realtà messa in dubbio è quella dell’individualità, del sapere chi sono gli altri e ancor più importante chi sono io. L’alieno è in grado di simulare perfettamente, a livello cellulare, gli organismi che assimila: per questo non è possibile sapere se chi ci sta di fronte è umano o no e il film si conclude con Mac e Childs uno di fronte all’altro, ognuno che dubita che l’alieno sia l’altro ed entrambi ne hanno fondati motivi. La mostruosità dell’alieno è esattamente il suo non avere una forma propria, un’identità, un po’ come gli ultracorpi, ma ancor peggio perché non esprime una conformità, a suo modo caratterizzante seppur in negativo.

In Il signore del male invece la situazione è più complessa. La sceneggiatura – scritta direttamente da Carpenter – ci parla di un rispecchiarsi della fisica quantistica nella fede. Della perdita dei riferimenti del senso comune quando si scende a livello delle particelle subatomiche. Quando scopriamo che tempo e materia sono concetti illusori e che la fede serve a difenderci dalla consapevolezza che un’entità negativa ha sempre dominato l’universo ed ora sta tramando per “incarnarsi” sul piano dell’esistenza. Ci avverte una trasmissione onirica dal futuro, ma il futuro che i protagonisti alla fine credono di aver prevenuto, hanno invece contribuito a realizzare.

Infine ne Il seme della follia la realtà presunta comune viene sostituita da quella narrata da uno scrittore horror che in realtà descrive non una realtà immaginaria quanto una realtà alternativa che attraverso le sue opere si insinua nella nostra.

Personalmente penso che Il seme della follia sia il più debole dei tre: i continui stravolgimenti del reale terremotano il plot creando zone morte e lasciando inesplorati personaggi come il Dottor Wrenn. Per quanto La cosa sia quello realizzato meglio (si vedono tutti i soldi in più messi nella produzione rispetto agli altri), io comunque continuo a preferire Prince of Darkness. Pur in maniera in alcuni casi un po’ ingenua e velleitaria è quello che più di tutti interpella lo spettatore sulla questione della realtà, della fede, di quello che ognuno di noi sa del mondo o crede sull’oltremondo. È quello maggiormente focalizzato sulla domanda su cosa ci aspetta e su cosa ci aspettiamo in quanto esseri umani dal nostro futuro. Non una caso che la trasmissione dal futuro arrivasse dal 1999, dall’anticamera dell’apocalisse millenaria. Che fine ha fatto quell’apocalisse? Chi era presente a vedere il film di Carpenter nelle sale come il sottoscritto può dire che sia per davvero cambiato qualcosa? O al contrario che continua l’incubo di un’umanità diretta ostinatamente verso l’autodistruzione che continua a camminare sulla terra come se niente fosse. La profezia autoavverante dal futuro è che il dominio dell’impero millenario dickiano continua a tenere saldamente in pugno ognuno di noi. Noi, nonostante le apparenze, siamo morti. Immersi in un sogno irreale di vita al di qua dello specchio convinti che la nostra realtà sia reale mentre siamo noi l’illusione della realtà che vive oltre lo specchio, oltre la porta, oltre la nostra stessa pelle, carne, ossa.



Halloween e Suspiria: il femminile è horror

Forse è possibile parlare di nuovo corso – “new wave” – per l’horror cinematografico. Dopo anni in cui ho tendenzialmente snobbato un genere che pure amavo alla follia sono tornato acceso fan dopo la visione di due film: Halloween di David Gordon Green e Suspiria di Luca Guadagnino.

locandina hEntrambi i registi non sono specializzati in pellicole di genere, tanto meno di horror, ed entrambi approcciano in modo autoriale l’oggetto seriale. Non siamo in presenza di Carpenter o di Argento ma di registi che probabilmente con i film di Carpenter e di Argento sono cresciuti, metabolizzando le rispettive ossessioni di composizione della storia e dell’immagine. E restituendole non in modo pedissequo – alla stregua di tanti più o meno bravi “replicanti” – ma facendole proprie, facendole oggetto della propria personalissima poetica. Poetica che in entrambi i casi abbandona l’eccesso di splatter con cui il cinema horror si è negli ultimi decenni ammantato, anche facendosi forza di effetti sempre più speciali ed iperrealistici. Non un caso che in Halloween si enunci esattamente il principio che un assassino seriale con un pugno di vittime all’attivo è molto meno terribile di un attentatore dotato di armi improprie quali un camion lanciato sulla folla. Allo splatter cede spazio allora un altro tipo di paura.

aa68_d023_00164rv4.jpg_cmyk_2040.0Iniziamo con Halloween, sicuramente dei due il più fedele all’impianto narrativo consueto della serializzazione. Tanto che la liberazione ed il ritorno ad Haddonfield (IL) di Michael Mayers potrebbe appartenere ad un qualsiasi sequel. Il di più è il ritorno a bomba al primo Halloween (l’originale) di John Carpenter e la costruzione dei suoi antagonisti. Non più una mandria spaventata d’adolescenti in fregola ma un trio di donne, anzi una trinità di donne composta da tre generazioni diverse – nonna, mamma e figlia – che non a caso richiama le tre madri argentiane. Tre donne che la vita ha allontanato, ma che Michael Mayers – l’elemento maschile – riunisce, solo per scoprire che tale trinità è l’unico elemento davvero in grado di fermarlo. Fin dal film di Carpenter, Michael Mayers è rappresentato non come un male generico, come un assassino seriale indistinto, ma come un elemento maschile che utilizza preferibilmente un arma fallica come un coltello per penetrare le proprie vittime, soprattutto femmine giovani e sessualmente attive (da cui il principio ripreso anche in seguito in modo più o meno serio secondo cui il personaggio vergine è l’unico a salvarsi). Ecco allora che per sconfiggerlo non bastano armi ma occorre una rete ben strutturata in cui le tre donne, a partire dalla Laurie dell’originale, intrappolano e distruggono l’elemento malefico maschile. Trappola congegnata all’interno di una casa, rifugio uterino e “focolare domestico” di pertinenza femminile. Al cui interno le tre donne, prima divise, prima discordi, prima diversamente agguerrite o impaurite, si trasformano in un meccanismo perfetto. Laurie, la nonna, facendosi abbattere e gettar giù da un balcone solo per scomparire immediatamente alla vista esattamente come fece Michael nell’Halloween carpenteriano; Karen, la madre, fingendo paura e disperazione solo per richiamare Michael nel seminterrato dove verrà intrappolato; Allyson, la figlia, ruba a Michael il coltello e con quello lo colpisce impedendogli di fuggire prima che sia data fuoco a tutta la trappola. Michael, imprigionato nel seminterrato e con le fiamme che iniziano inesorabilmente a propagarsi guarda, da dietro la maschera, il terzetto, e lo spettatore che in quel momento lo impersona, e il suo sguardo è per la prima volta emotivo, perso e dolorante. Ma il suo coltello non si perde, non si distrugge: lo zoom finale ce lo mostra ancora in mano alla frastornata Allyson. Sarà lei, con la madre e la nonna, la nuova incarnazione del male?

suspiria-maxw-644Relativamente a Suspiria di Dario Argento, uscito nelle sale nel 1977, due elementi lo spingono a diventare un cult: il gore delle uccisioni (comunque già presente nei precedenti film e ricordiamo solo che Suspiria arriva subito dopo un altro masterpiece argentiano: Profondo Rosso del 1975) ed il decor della messa in scena tra ambienti liberty e colori primari, principalmente il rosso che conferiscono all’ambientazione un’aura fantastica e morbosamente incantata. Nulla di più opposto poteva scegliere Guadagnino: la Berlino della fine anni ’70: il grigiore più opprimente stretto nella morsa tra la lacerazione del muro e gli attentati terroristici della Rote Armee Fraktion (o Banda Baader-Meinhof). Già l’originale argentiano era un film femminile e potrebbe essere scontata come cosa trattandosi di un film sulle streghe, ma non lo è, almeno non nel senso pregnante e “politico” in cui lo è per Suspiria (argentiana e guadagniniana), a piori: basti vedere ad esempio Le streghe di Salem di Rob Zombie che di questa impostazione femminista non ha nulla. Già il Suspiria argentiano viveva in una dimensione a-morale: non abbiamo buone e cattive, Susy Benner, la protagonista, ha dalla sua solo l’ingenuità e la fortuna. Nella versione guadagniniana sono epurati (apparentemente) i personaggi maschili: il ballerino interpretato da Miguel Bosè per cui sgolosavano le giovani allieve della scuola di danza o il pianista cieco impersonato da Flavio Bucci spariscono e resta solo lo psicanalista Klemperer (non a caso interpretato dalla bravissima Tilda Swinton che si prodiga anche a realizzare Madam Blanc e Helena Marcos), unico a contrastare le macchinazioni delle streghe eppure da esse alla fine “liberato”. Il grigio della Berlino “attuale” non è per nulla mitigato dal plumbeo dell’Ohio che ci mostra i flashback/ricordi di Susie Bannion tra campi da arare, madri in fin di vita da accudire e sopra a tutto l’opprimente cappa del credo mennonita. In questo senso l’orrore femminile della scuola di danza e i crimini delle streghe contro le allieve ribelli o i poliziotti ficcanaso sono ben poca cosa rispetto agli orrori maschili del nazismo, del terrorismo, della politica del Novecento. L’orrore femminile è in realtà un rito orgiastico, un impulso dionisiaco di vita che crea vittime per eccesso di vitalità o addirittura per profonda pietà piuttosto che per crudeltà, come invece accade per la maschile pulsione politica di morte collettiva.

suspiria-ecco-il-remake-di-guadagnino-maxw-1280Entrambi i film parlano del femminile. Un femminile che il maschile vorrebbe contenere e/o annichilire. Un femminile che nonostante tutto si ripara, si aiuta, si difende e si vendica. Entrambi i film (e forse qui non è inutile ricordare che anche il regista di Halloween, David Gordon Green, aveva lavorato ad un remake di Suspiria, progetto però naufragato) opere di registi e sceneggiatori maschili (a differenza del Suspiria argentiano a cui aveva collaborato per soggetto e sceneggiatura Daria Nicolodi). Ritratto entrambi, in maniera più o meno consapevole, di un sesso che si sente messo in discussione e minacciato nella propria secolare supremazia dal sesso opposto: la volontà di potenza maschile che ha portato al collasso il pianeta e l’umanità costretto a confrontarsi con un pensiero diverso, accogliente, ecologico, che ha la cura e la comunità come cifra essenziale. Per questo – ancora per quanto? – il femminile è horror.

Wolfenstein the Movie? Ah, no: Overlord…

Quando ho visto la prima volta il trailer ho pensato: “Finalmente si sono decisi a fare un film ispirato a Wolfenstein!”


Da ulteriori informazioni ho saputo che no, non era per davvero una trasposizione del videogioco, ma i riferimenti mi sembravano comunque palesi. Così, appena uscito in sala, sono corso a vederlo. E lo dico subito: non è un brutto film, si lascia piacevolmente guardare, ma…

220px-Overlord,_2018_film_posterAlmeno due sono i riferimenti videoludici di Overlord: ovviamente Wolfenstein (e in particolare Return to Castle Wolfenstein del 2001) ma anche Resident Evil. La storia è quella di una piccola squadra di soldati americani che il giorno prima del D-Day devono paracadutarsi dietro le linee nemiche in Francia per distruggere un dispositivo che disturba il supporto aereo alleato. Ovviamente la maggior parte della squadra muore prima o subito dopo aver toccato terra su suolo francese. Resta un drappello, sparuto ma deciso a portare a termine la missione. La torre radio tedesca si scopre essere parte di un più vasto e sinistro complesso nazista che comprende laboratori in cui vengono condotti sinistri esperimenti. Il riferimento a Wolfenstein si palesa nella prima esplorazione della chiesa trasformata dai nazisti: esplorazione fortuita da parte del soldato di colore Boyce che tremebondo s’aggira per i meandri del castello… pardon della chiesa infestata di nazisti e dei loro terribili esperimenti. E decisamente sembra di scorgere William B.J. Blazkowicz che si aggira per le segrete del castello tedesco con un misero arsenale per far fronte ad un’intera guarnigione di nazisti intenti a creare supersoldati con l’aiuto di poteri occulti. Il riferimento a Resident Evil parte non appena scopriamo che il misterioso siero che i laboratori nazisti stanno mettendo a punto serve per rianimare i morti e renderli quasi inarrestabili per quanto poco controllabili supersoldati. Insomma una sorta di predecessore del T-Virus. E nel secondo tour nella chiesa-laboratorio nazista abbiamo un assaggio della potenza di questi supersoldati.

Tuttavia il problema del film è che, di fronte a questi due potenzialmente promettenti alternative, decide di non scegliere e rifugiarsi piuttosto in un improbabile genere bellico, cercando di riproporre il pathos tipico nello scontro tra gli ordini e gli imperativi morali di salvare i civili, o tramite siparietti tanto spielberghiani quanto fuori luogo quando il bambino francese imita le pose dello scostante soldato americano. Ma il pubblico di Overlord non è al cinema per vedere un film bellico, quanto un film horror o quanto meno un film d’azione. Il richiamo alla cultura (e all’iconografia) videoludica si dimostra qui altrettanto sprecata e sviata quanto nel Doom di Bartkowiak: in entrambi c’è la costruzione del “boss” contro cui far terminare il film nell’apoteosi finale ma non c’è il “crescendo” in cui lo scontro con il boss si colloca, senza il quale anche il finale risulta forzato ed artificioso. In questo senso Wolfenstein è la lotta impari contro le forze del male e Resident Evil è il tentativo di sopravvivere al dilagare della pestilenza degli zombie. Non è un mostro ignoto al di là di una porta o un comandante carogna: è la lotta di uno o di pochi contro il cosmo diventato ostile. Alla fine questa sensazione l’abbiamo in Overlord solo all’inizio, quando i soldati sono sull’aereo bersagliato e sforacchiato dalla contraerea tedesca, e tremano e vomitano, e trasformano i primi 5/10 minuti nel film in un film davvero appassionante. Il resto, tranne qualche brivido qua e la, è un “fumettone” relativamente innoquo.

Summer Bond

Quest’estate, complice la notizia del previsto ritorno di James Bond nel venticinquesimo film della saga a novembre 2019, ho deciso di rivedermi (ancora) tutti i film della saga. Partendo dai 4 con Daniel Craig protagonista e andando a ritroso: i 4 con Brosnan protagonista, ecc. Ok, so che avrò il problema del film con Lazenby, che sta in mezzo a quelli di Sean Connery, ma ci penserò quando ci arrivo.

Quest’attività mi ha però suscitato riflessioni e perplessità.

Intanto i quattro film interpretati da Pierce Brosnan li ho tutti visti alla loro uscita al cinema, li ho rivisti più volte sia in televisione sia in DVD ed ero arciconvintissimo che la loro successione fosse: GoldeneyeIl mondo non bastaIl domani non muore maiLa morte può attendere. Rivedendoli più volte, il mio preferito tra i quattro è sicuramente Il domani non muore mai dove scopriamo un Bond più maturo ed umano, qualità che si riscoprono all’inizio di La morte può attendere, quando deve affrontare l’accusa di tradimento da parte di M. Di più: mentre Goldeneye Il mondo non basta presentano un plot legato alle rovine della Guerra Fredda, sia Il domani non muore mai, sia La morte può attendere aggiornano il quadro spionistico a soggetti nuovi e ancor oggi attuali come i tycoon dell’informazione e le pretese belliciste della Corea del Nord. E invece la cronologia corretta dei due film centrali è invertita. Ovviamente il problema è solo mio, però è comunque interessante notare l’alternanza dei temi, alternanza giustificata anche dal fatto che ognuno dei quattro film ha avuto un regista diverso.

Per quanto invece riguarda l’ipotetica presenza di Craig nel nuovo 007 le mie perplessità non sono legate tanto al fatto che ormai l’attore non sia più giovanissimo, o che avesse detto peste e corna del personaggio dopo SPECTRE, quanto al fatto che, diversamente da quanto successo in passato, i quattro film (di cui gli ultimi due anche stilisticamente molto coerenti anche grazie al medesimo regista Sam Mendes) costituiscono un segmento narrativo coerente con una conclusione che pone un punto fermo (ed un problema narrativo alla serialità). James molla tutto e se ne va con Madeline. Come farlo tornare? Soluzione Al servizio segreto di Sua Maestà: arriva un cattivone, uccide Madeline e James risponde al richiamo del dovere. Soluzione: fanno sesso, si stufano, si mollano e James risponde al richiamo del dovere. Soluzione causa di forza maggiore: la minaccia è talmente grave che anche se felice ed appagato James risponde al richiamo del dovere. Ma il problema non è questo. Fin da Casinò Royale tutta la ragion d’essere degli ultimi 4 film ruota attorno alla società segreta Spectre ed ai suoi piani per controllare il mondo. Anche supposto che la cattura del suo capo supremo non abbia automaticamente significato la sua sconfitta, quale potrebbe essere il seguito? Soprattutto in questi 4 film le motivazioni che muovevano James erano sempre fondamentalmente personali: l’amore e la vendetta, e quasi solo incidentalmente la risoluzione di complotti internazionali veniva di conseguenza.

Ovviamente come tutti attenderò con trepidazione le news sulla vicenda e sarò a vedere tra un paio d’anni il nuovo film. Appuntamento per allora su queste onde…

Perché mi è piaciuto Wonder Woman

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Locandina

Lo confesso: ero un po’ demotivato ad andare a vedere Wonder Woman di Patty Jenkins con Gal Godot nei panni di Diana. Troppi i commenti negativi anche di amici e colleghi letti su Facebook. Chi lo considera peggiore di Suicide Squad (che comunque a me non è dispiaciuto: per citare Colt Ford “I love a girl with a dirty side”), chi si pone domande sulle misure non giunoniche della protagonista a confronto con quelle della “storica” interprete televisiva del personaggio Lynda Carter. In realtà un seno prosperoso (per quanto visivamente piacevole, almeno al pubblico maschile) impedisce l’agevole uso dell’arco e le acrobazie guerresche generosamente esibite, soprattutto nella parte iniziale del nuovo Wonder Woman (giustamente tralasciando invece la non proprio cinematografica usanza tramandata dalla mitologia della mutilazione della mammella).

Ma alla fine è il film che va giudicato. E il film, a dispetto di gufi e detrattori, sta veleggiando verso una cifra record d’incassi. Ovviamente non si giudica la qualità dal successo, soprattutto perché, molto più rispetto ai prodotti Marvel, i film tratti dai fumetti DC sono alquanto altalenanti riguardo ai risultati. A fronte della trilogia nolaniana di assoluto riferimento cinematografico, sta il piacevole Suicide Squad ma anche il quasi inguardabile Batman v Superman.
In realtà la cifra di Wonder Woman mi sembra però che vada cercata altrove. Per la precisione nel Man of Steel di Zack Snyder. Esattamente come la rivisitazione delle origini di Superman da parte di Snyder, quelle di Wonder Woman hanno un respiro “classico”, rallentato sulle dimensioni epiche del personaggio. La decisione di “anticipare” l’esordio mondano di Diana dalla Seconda guerra mondiale in cui originariamente fece il suo esordio nel 1941 alla Prima, sfruttando drammaticamente lo scenario di barbarie esattamente nello stesso modo di Battlefield 1, aggiunge pathos e straniante distanza dalla “ingenua” Diana. La guerra che doveva por fine a tutte le guerre diventa qui, proprio come in Battlefield 1, il simbolo più lampante della capacità autodistruttiva dell’uomo, della crudeltà verso se stesso. E l’eroe allora non è Diana ma piuttosto Steve Trevor (interpretato da Chris “Tiberius” Pine), ambiguo, spia, ma che compie fino alla fine le scelte più difficili ma “giuste”. Wonder Woman, esattamente come Man of Steel, riesce efficacemente a riscrivere ad uso cinematografico contemporaneo un personaggio classico, mantenendone intatto l’appeal ed il significato.
Al cinema ci sono andato con mio figlio e con un suo amico, entrambi di 9 anni. Al ritorno ho chiesto se a loro il film fosse piaciuto e in risposta hanno assegnato i seguenti voti: 8,5 e 9,5. Forse, da vecchio noioso e pelato, non avrei abbondato così tanto, ma è certo che il mio giudizio sul film è abbondantemente positivo.

AGGIORNAMENTO [05/06/2017]: Wonder Woman da record: 100 milioni incassati nel primo week-end (da SkyTG24)

Suicide Squad: un’opinione diversa

posterFinalmente sono andato a vedere Suicide Squad, film tanto felice al botteghino quanto stroncato dalla critica e dai “bene informati”. Su tutte le recensioni prendo quella di Giulia D’Agnolo Vallan sul Manifesto del 13/08/2016. Si inizia a constatare come vi sia “Rottura netta tra le reazioni critiche e quelle del pubblico sta diventando un po’ la regola per la nuova vena di supereroi sfornati dalla collaborazione tra Warner Brothers e Dc Comics.” Si trovano riferimenti alti, anche come limite, ma purtuttavia apparentemente senza meritarsi tutti i pollici versi ricevuti: “Come era successo la primavera scorsa per Batman vs Superman, l’uscita americana di Suicide Squad è infatti stata preceduta da un’unanimità di pollici rivolti verso il basso, ma accolta con entusiasmo dagli spettatori, al punto che il nuovo lavoro di David Ayer – che è poi un libero adattamento di Quella sporca dozzina di Aldrich – ha registrato gli incassi più alti della storia per le uscite nel mese di agosto, superando il record di Guardians of the Galaxy, un film il cui animo anarcoide e irriverente Suicide Squad cerca apertamente di emulare. Purtroppo senza riuscirci; ma anche senza meritare le recensioni devastanti che ha subito.” Però, nonostante tali premesse, la conclusione è che: “Autore interessante quando si confronta con un progetto piccolo e originale come il poliziesco End of Watch, alle prese con un budget di 175 milioni di dollari Ayer è un regista privo di immaginazione. E, se qui è meno statico di quanto lo fosse nel soporifero film di guerra Fury, la sua azione non ha coreografia o coerenza interna. E non sembra nemmeno molto interessato a lavorare su linguaggio del fumetto. Per portare al cinema i supereoi bisogna capirli e amarli almeno un po’, come ci ricorda per esempio Joss Whedon. E, se Christopher Nolan aveva (malamente) celato la sua accondiscendenza nei confronti del loro mondo dietro alla pretenziosità dei suoi film, il suo discendente diretto Zack Snyder (regista di Batman vs Superman e qui produttore/autore) non ha nemmeno quell’ispirazione. Come Batman vs Superman, anche Suicide Squad sembra girato nel catrame, ma il suo «nero» non assume mai la dimensione esistenziale tragica che Tim Burton aveva dato ai suoi film sull’uomo pippistrello [sic]. È un’immagine confusa e basta.” Se non è devastante dire che il film sembra girato nel catrame…

Ebbene, qual è la mia opinione? Penso forse che Suicide Squad sia un capolavoro? Di certo no. Penso che – per restare in ambito DC Comics, Suicide Squad sia meglio della trilogia di Nolan? No. Penso forse che sia meglio del reboot di Superman del presunto privo d’ispirazione Zack Snyder: L’uomo d’acciaio? Ancora no. Al contrario di quanto sostenuto da Giulia D’Agnolo Vallan, almeno in questo film, Snyder dimostri un grande amore e rispetto nei confronti del personaggio e riesce a renderne il respiro epico e drammatico. Penso almeno che sia meglio del successivo Snyder: Batman v Superman: Dawn of Justice? Assolutamente sì. Intanto il più grosso problema per un fan dell’uomo-pipistrello nel guardare questo film è che Batman se ne va in giro per ogni dove sparando ed ammazzando criminali. Per quanto era questo che faceva il personaggio nelle sue origini tra le mani di Bob Kane, la vulgata attuale lo vuole completamente avverso alle armi da fuoco ed all’uccisione dei suoi antagonisti. Nessuno dei protagonisti di Suicide Squad soffre di questo problema per fortuna. E nel complesso, pur senza essere un capolavoro, pur senza essere un film che resterà nella memoria di un cinefilo, Suicide Squad è un film divertente, che non irrita i fan dei personaggi DC ma anzi – come vedremo poco sotto – riesce a deliziarli anche al di là della riuscita formale.

Harley-Quinn-1Molti hanno fissato la loro attenzione sulla interpretazione del Joker offerta da Jared Leto valutando se potesse essere paragonabile a quelle offerta da – tra gli altri – Cesar Romero, Jack Nicholson, Heath Ledger. Quello che invece vorrei sottolineare è il ruolo di Harley Quinn – perfettamente interpretato da Margot Robbie -. In un confronto con entità di potere mistico come l’Incantatrice e suo fratello, razionalmente una ex psichiatra psicopatica ed assassina senza nessun potere non sarebbe forse la scelta più logica. Ma non è un caso se il film si risolleva, anche nelle risate e nel rumoreggiare di consenso del pubblico ogni qual volta che Harley se ne esce con qualche candida e contemporaneamente acidissima battuta. Non è un caso se Harley sia il vero collante dell’improbabile squadra, e allora se un vero difetto vogliamo trovarvi è che avrebbe dovuto avere un ruolo ancora maggiore nell’economia della trama. E la cosa buffa è che Harley Quinn è un personaggio relativamente nuovo, essendo stata creata da Paul Dini per Batman: The Animated Series (serie animata prodotta dal 1992 al 1995 per la televisione). Non solo il personaggio è sopravvissuto alla serie animata, ma è stato inserito nel canone di Batman ed ha già offerto eccelsi esempi di sé dentro e fuori dal fumetto, ad esempio nel videogioco Batman: Arkham Asylum o nella graphic novel The Joker di Azzarello e Bermejo. Il punto di forza del personaggio di Harley Quinn – perfettamente messo in luce nella sequenza in cui Incantatrice le mostra i suoi più reconditi desideri – è che fondamentalmente è una ragazzina borghese che vuole una vita borghese con tanto di casetta, marito amorevole e figli da accudire. Ma l’incontro col Joker – lui sì completamente dis-umano, elementale incarnazione del male – la spoglia della moralità collegata a quel sogno trasformandola in un ibrido assolutamente affascinante di candore (fantastica la sequenza in cui Harley in cella legge l’equivalente di un Harmony) e perversione. Ed ogni battuta di Harley nel film è – volutamente – densa di questa ambiguità. In sostanza basterebbe da sola Harley/Margot Robbie a salvare questo film (come mi disse una volta una persona a proposito del Resident Evil di Paul W. Anderson: “basta la presenza di Milla Jovovich a giustificare il costo del biglietto”) ma non per mera maschile predilezione per le forme femminili. D’Agnolo Vallan descrivendo Harley come un mix di cheerleader e stripper non ne coglie che la superficie. Harley Quinn è la donna finalmente postfemminista, libera dalla necessità di ottenere l’approvazione maschile e se da tutta se stessa al Joker non lo fa per conformismo sociale, ma esclusivamente per libera ed autonoma scelta (ed è per questo che Joker non può non amarla e salvarla: oltre il legame con l’umano per il male non ci sarebbe che l’autodistruzione). La stessa libera scelta che la fa proseguire nella missione suicida anche se è libera dal ricatto che costringe il gruppo di criminali a non andarsene per i fatti propri, convincendo anche gli altri a seguirla (nella scena del bar).

Infine, per quanto sia innamorato del Joker di Nicholson, Leto offre un’interpretazione di questo personaggio decisamente degna di un maggiore sviluppo. Non una persona semplicemente sconvolta da un incidente che ne abbia deturpato il volto, ma una forza malefica in sembianze umane. Assolutamente fantastica la scena del club dove lo scagnozzo che definisce “puttana” Harley (anche se in senso di apprezzamento) fa scattare – e sembra di sentire il “click” nella sua testa – la furia del Joker che porta lo scagnozzo in un tunnel senza uscita. Per questo, pur convenendo che molte cose potevano essere migliori (uno dei miei principi universali di valutazione è che quando in un opera sia esso libro/film/fumetto/videogioco/ecc. – che non sia esplicitamente un horror con zombie – saltano fuori degli zombie o creature ad essi assimilabili è perché lo scrittore non sapeva più che pesci pigliare), considero Suicide Squad un discreto film e spero che i personaggi di Harley Quinn e di Joker, magari interpretati dagli stessi attori, possano essere ripresi per un film con un più cospicuo e soddisfacente spazio a loro dedicato (e perché non qualcosa ispirato alla graphic novel di Azzarello e Bermejo?).