Halloween e Suspiria: il femminile è horror

Forse è possibile parlare di nuovo corso – “new wave” – per l’horror cinematografico. Dopo anni in cui ho tendenzialmente snobbato un genere che pure amavo alla follia sono tornato acceso fan dopo la visione di due film: Halloween di David Gordon Green e Suspiria di Luca Guadagnino.

locandina hEntrambi i registi non sono specializzati in pellicole di genere, tanto meno di horror, ed entrambi approcciano in modo autoriale l’oggetto seriale. Non siamo in presenza di Carpenter o di Argento ma di registi che probabilmente con i film di Carpenter e di Argento sono cresciuti, metabolizzando le rispettive ossessioni di composizione della storia e dell’immagine. E restituendole non in modo pedissequo – alla stregua di tanti più o meno bravi “replicanti” – ma facendole proprie, facendole oggetto della propria personalissima poetica. Poetica che in entrambi i casi abbandona l’eccesso di splatter con cui il cinema horror si è negli ultimi decenni ammantato, anche facendosi forza di effetti sempre più speciali ed iperrealistici. Non un caso che in Halloween si enunci esattamente il principio che un assassino seriale con un pugno di vittime all’attivo è molto meno terribile di un attentatore dotato di armi improprie quali un camion lanciato sulla folla. Allo splatter cede spazio allora un altro tipo di paura.

aa68_d023_00164rv4.jpg_cmyk_2040.0Iniziamo con Halloween, sicuramente dei due il più fedele all’impianto narrativo consueto della serializzazione. Tanto che la liberazione ed il ritorno ad Haddonfield (IL) di Michael Mayers potrebbe appartenere ad un qualsiasi sequel. Il di più è il ritorno a bomba al primo Halloween (l’originale) di John Carpenter e la costruzione dei suoi antagonisti. Non più una mandria spaventata d’adolescenti in fregola ma un trio di donne, anzi una trinità di donne composta da tre generazioni diverse – nonna, mamma e figlia – che non a caso richiama le tre madri argentiane. Tre donne che la vita ha allontanato, ma che Michael Mayers – l’elemento maschile – riunisce, solo per scoprire che tale trinità è l’unico elemento davvero in grado di fermarlo. Fin dal film di Carpenter, Michael Mayers è rappresentato non come un male generico, come un assassino seriale indistinto, ma come un elemento maschile che utilizza preferibilmente un arma fallica come un coltello per penetrare le proprie vittime, soprattutto femmine giovani e sessualmente attive (da cui il principio ripreso anche in seguito in modo più o meno serio secondo cui il personaggio vergine è l’unico a salvarsi). Ecco allora che per sconfiggerlo non bastano armi ma occorre una rete ben strutturata in cui le tre donne, a partire dalla Laurie dell’originale, intrappolano e distruggono l’elemento malefico maschile. Trappola congegnata all’interno di una casa, rifugio uterino e “focolare domestico” di pertinenza femminile. Al cui interno le tre donne, prima divise, prima discordi, prima diversamente agguerrite o impaurite, si trasformano in un meccanismo perfetto. Laurie, la nonna, facendosi abbattere e gettar giù da un balcone solo per scomparire immediatamente alla vista esattamente come fece Michael nell’Halloween carpenteriano; Karen, la madre, fingendo paura e disperazione solo per richiamare Michael nel seminterrato dove verrà intrappolato; Allyson, la figlia, ruba a Michael il coltello e con quello lo colpisce impedendogli di fuggire prima che sia data fuoco a tutta la trappola. Michael, imprigionato nel seminterrato e con le fiamme che iniziano inesorabilmente a propagarsi guarda, da dietro la maschera, il terzetto, e lo spettatore che in quel momento lo impersona, e il suo sguardo è per la prima volta emotivo, perso e dolorante. Ma il suo coltello non si perde, non si distrugge: lo zoom finale ce lo mostra ancora in mano alla frastornata Allyson. Sarà lei, con la madre e la nonna, la nuova incarnazione del male?

suspiria-maxw-644Relativamente a Suspiria di Dario Argento, uscito nelle sale nel 1977, due elementi lo spingono a diventare un cult: il gore delle uccisioni (comunque già presente nei precedenti film e ricordiamo solo che Suspiria arriva subito dopo un altro masterpiece argentiano: Profondo Rosso del 1975) ed il decor della messa in scena tra ambienti liberty e colori primari, principalmente il rosso che conferiscono all’ambientazione un’aura fantastica e morbosamente incantata. Nulla di più opposto poteva scegliere Guadagnino: la Berlino della fine anni ’70: il grigiore più opprimente stretto nella morsa tra la lacerazione del muro e gli attentati terroristici della Rote Armee Fraktion (o Banda Baader-Meinhof). Già l’originale argentiano era un film femminile e potrebbe essere scontata come cosa trattandosi di un film sulle streghe, ma non lo è, almeno non nel senso pregnante e “politico” in cui lo è per Suspiria (argentiana e guadagniniana), a piori: basti vedere ad esempio Le streghe di Salem di Rob Zombie che di questa impostazione femminista non ha nulla. Già il Suspiria argentiano viveva in una dimensione a-morale: non abbiamo buone e cattive, Susy Benner, la protagonista, ha dalla sua solo l’ingenuità e la fortuna. Nella versione guadagniniana sono epurati (apparentemente) i personaggi maschili: il ballerino interpretato da Miguel Bosè per cui sgolosavano le giovani allieve della scuola di danza o il pianista cieco impersonato da Flavio Bucci spariscono e resta solo lo psicanalista Klemperer (non a caso interpretato dalla bravissima Tilda Swinton che si prodiga anche a realizzare Madam Blanc e Helena Marcos), unico a contrastare le macchinazioni delle streghe eppure da esse alla fine “liberato”. Il grigio della Berlino “attuale” non è per nulla mitigato dal plumbeo dell’Ohio che ci mostra i flashback/ricordi di Susie Bannion tra campi da arare, madri in fin di vita da accudire e sopra a tutto l’opprimente cappa del credo mennonita. In questo senso l’orrore femminile della scuola di danza e i crimini delle streghe contro le allieve ribelli o i poliziotti ficcanaso sono ben poca cosa rispetto agli orrori maschili del nazismo, del terrorismo, della politica del Novecento. L’orrore femminile è in realtà un rito orgiastico, un impulso dionisiaco di vita che crea vittime per eccesso di vitalità o addirittura per profonda pietà piuttosto che per crudeltà, come invece accade per la maschile pulsione politica di morte collettiva.

suspiria-ecco-il-remake-di-guadagnino-maxw-1280Entrambi i film parlano del femminile. Un femminile che il maschile vorrebbe contenere e/o annichilire. Un femminile che nonostante tutto si ripara, si aiuta, si difende e si vendica. Entrambi i film (e forse qui non è inutile ricordare che anche il regista di Halloween, David Gordon Green, aveva lavorato ad un remake di Suspiria, progetto però naufragato) opere di registi e sceneggiatori maschili (a differenza del Suspiria argentiano a cui aveva collaborato per soggetto e sceneggiatura Daria Nicolodi). Ritratto entrambi, in maniera più o meno consapevole, di un sesso che si sente messo in discussione e minacciato nella propria secolare supremazia dal sesso opposto: la volontà di potenza maschile che ha portato al collasso il pianeta e l’umanità costretto a confrontarsi con un pensiero diverso, accogliente, ecologico, che ha la cura e la comunità come cifra essenziale. Per questo – ancora per quanto? – il femminile è horror.

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Wolfenstein the Movie? Ah, no: Overlord…

Quando ho visto la prima volta il trailer ho pensato: “Finalmente si sono decisi a fare un film ispirato a Wolfenstein!”


Da ulteriori informazioni ho saputo che no, non era per davvero una trasposizione del videogioco, ma i riferimenti mi sembravano comunque palesi. Così, appena uscito in sala, sono corso a vederlo. E lo dico subito: non è un brutto film, si lascia piacevolmente guardare, ma…

220px-Overlord,_2018_film_posterAlmeno due sono i riferimenti videoludici di Overlord: ovviamente Wolfenstein (e in particolare Return to Castle Wolfenstein del 2001) ma anche Resident Evil. La storia è quella di una piccola squadra di soldati americani che il giorno prima del D-Day devono paracadutarsi dietro le linee nemiche in Francia per distruggere un dispositivo che disturba il supporto aereo alleato. Ovviamente la maggior parte della squadra muore prima o subito dopo aver toccato terra su suolo francese. Resta un drappello, sparuto ma deciso a portare a termine la missione. La torre radio tedesca si scopre essere parte di un più vasto e sinistro complesso nazista che comprende laboratori in cui vengono condotti sinistri esperimenti. Il riferimento a Wolfenstein si palesa nella prima esplorazione della chiesa trasformata dai nazisti: esplorazione fortuita da parte del soldato di colore Boyce che tremebondo s’aggira per i meandri del castello… pardon della chiesa infestata di nazisti e dei loro terribili esperimenti. E decisamente sembra di scorgere William B.J. Blazkowicz che si aggira per le segrete del castello tedesco con un misero arsenale per far fronte ad un’intera guarnigione di nazisti intenti a creare supersoldati con l’aiuto di poteri occulti. Il riferimento a Resident Evil parte non appena scopriamo che il misterioso siero che i laboratori nazisti stanno mettendo a punto serve per rianimare i morti e renderli quasi inarrestabili per quanto poco controllabili supersoldati. Insomma una sorta di predecessore del T-Virus. E nel secondo tour nella chiesa-laboratorio nazista abbiamo un assaggio della potenza di questi supersoldati.

Tuttavia il problema del film è che, di fronte a questi due potenzialmente promettenti alternative, decide di non scegliere e rifugiarsi piuttosto in un improbabile genere bellico, cercando di riproporre il pathos tipico nello scontro tra gli ordini e gli imperativi morali di salvare i civili, o tramite siparietti tanto spielberghiani quanto fuori luogo quando il bambino francese imita le pose dello scostante soldato americano. Ma il pubblico di Overlord non è al cinema per vedere un film bellico, quanto un film horror o quanto meno un film d’azione. Il richiamo alla cultura (e all’iconografia) videoludica si dimostra qui altrettanto sprecata e sviata quanto nel Doom di Bartkowiak: in entrambi c’è la costruzione del “boss” contro cui far terminare il film nell’apoteosi finale ma non c’è il “crescendo” in cui lo scontro con il boss si colloca, senza il quale anche il finale risulta forzato ed artificioso. In questo senso Wolfenstein è la lotta impari contro le forze del male e Resident Evil è il tentativo di sopravvivere al dilagare della pestilenza degli zombie. Non è un mostro ignoto al di là di una porta o un comandante carogna: è la lotta di uno o di pochi contro il cosmo diventato ostile. Alla fine questa sensazione l’abbiamo in Overlord solo all’inizio, quando i soldati sono sull’aereo bersagliato e sforacchiato dalla contraerea tedesca, e tremano e vomitano, e trasformano i primi 5/10 minuti nel film in un film davvero appassionante. Il resto, tranne qualche brivido qua e la, è un “fumettone” relativamente innoquo.

Summer Bond

Quest’estate, complice la notizia del previsto ritorno di James Bond nel venticinquesimo film della saga a novembre 2019, ho deciso di rivedermi (ancora) tutti i film della saga. Partendo dai 4 con Daniel Craig protagonista e andando a ritroso: i 4 con Brosnan protagonista, ecc. Ok, so che avrò il problema del film con Lazenby, che sta in mezzo a quelli di Sean Connery, ma ci penserò quando ci arrivo.

Quest’attività mi ha però suscitato riflessioni e perplessità.

Intanto i quattro film interpretati da Pierce Brosnan li ho tutti visti alla loro uscita al cinema, li ho rivisti più volte sia in televisione sia in DVD ed ero arciconvintissimo che la loro successione fosse: GoldeneyeIl mondo non bastaIl domani non muore maiLa morte può attendere. Rivedendoli più volte, il mio preferito tra i quattro è sicuramente Il domani non muore mai dove scopriamo un Bond più maturo ed umano, qualità che si riscoprono all’inizio di La morte può attendere, quando deve affrontare l’accusa di tradimento da parte di M. Di più: mentre Goldeneye Il mondo non basta presentano un plot legato alle rovine della Guerra Fredda, sia Il domani non muore mai, sia La morte può attendere aggiornano il quadro spionistico a soggetti nuovi e ancor oggi attuali come i tycoon dell’informazione e le pretese belliciste della Corea del Nord. E invece la cronologia corretta dei due film centrali è invertita. Ovviamente il problema è solo mio, però è comunque interessante notare l’alternanza dei temi, alternanza giustificata anche dal fatto che ognuno dei quattro film ha avuto un regista diverso.

Per quanto invece riguarda l’ipotetica presenza di Craig nel nuovo 007 le mie perplessità non sono legate tanto al fatto che ormai l’attore non sia più giovanissimo, o che avesse detto peste e corna del personaggio dopo SPECTRE, quanto al fatto che, diversamente da quanto successo in passato, i quattro film (di cui gli ultimi due anche stilisticamente molto coerenti anche grazie al medesimo regista Sam Mendes) costituiscono un segmento narrativo coerente con una conclusione che pone un punto fermo (ed un problema narrativo alla serialità). James molla tutto e se ne va con Madeline. Come farlo tornare? Soluzione Al servizio segreto di Sua Maestà: arriva un cattivone, uccide Madeline e James risponde al richiamo del dovere. Soluzione: fanno sesso, si stufano, si mollano e James risponde al richiamo del dovere. Soluzione causa di forza maggiore: la minaccia è talmente grave che anche se felice ed appagato James risponde al richiamo del dovere. Ma il problema non è questo. Fin da Casinò Royale tutta la ragion d’essere degli ultimi 4 film ruota attorno alla società segreta Spectre ed ai suoi piani per controllare il mondo. Anche supposto che la cattura del suo capo supremo non abbia automaticamente significato la sua sconfitta, quale potrebbe essere il seguito? Soprattutto in questi 4 film le motivazioni che muovevano James erano sempre fondamentalmente personali: l’amore e la vendetta, e quasi solo incidentalmente la risoluzione di complotti internazionali veniva di conseguenza.

Ovviamente come tutti attenderò con trepidazione le news sulla vicenda e sarò a vedere tra un paio d’anni il nuovo film. Appuntamento per allora su queste onde…

Perché mi è piaciuto Wonder Woman

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Locandina

Lo confesso: ero un po’ demotivato ad andare a vedere Wonder Woman di Patty Jenkins con Gal Godot nei panni di Diana. Troppi i commenti negativi anche di amici e colleghi letti su Facebook. Chi lo considera peggiore di Suicide Squad (che comunque a me non è dispiaciuto: per citare Colt Ford “I love a girl with a dirty side”), chi si pone domande sulle misure non giunoniche della protagonista a confronto con quelle della “storica” interprete televisiva del personaggio Lynda Carter. In realtà un seno prosperoso (per quanto visivamente piacevole, almeno al pubblico maschile) impedisce l’agevole uso dell’arco e le acrobazie guerresche generosamente esibite, soprattutto nella parte iniziale del nuovo Wonder Woman (giustamente tralasciando invece la non proprio cinematografica usanza tramandata dalla mitologia della mutilazione della mammella).

Ma alla fine è il film che va giudicato. E il film, a dispetto di gufi e detrattori, sta veleggiando verso una cifra record d’incassi. Ovviamente non si giudica la qualità dal successo, soprattutto perché, molto più rispetto ai prodotti Marvel, i film tratti dai fumetti DC sono alquanto altalenanti riguardo ai risultati. A fronte della trilogia nolaniana di assoluto riferimento cinematografico, sta il piacevole Suicide Squad ma anche il quasi inguardabile Batman v Superman.
In realtà la cifra di Wonder Woman mi sembra però che vada cercata altrove. Per la precisione nel Man of Steel di Zack Snyder. Esattamente come la rivisitazione delle origini di Superman da parte di Snyder, quelle di Wonder Woman hanno un respiro “classico”, rallentato sulle dimensioni epiche del personaggio. La decisione di “anticipare” l’esordio mondano di Diana dalla Seconda guerra mondiale in cui originariamente fece il suo esordio nel 1941 alla Prima, sfruttando drammaticamente lo scenario di barbarie esattamente nello stesso modo di Battlefield 1, aggiunge pathos e straniante distanza dalla “ingenua” Diana. La guerra che doveva por fine a tutte le guerre diventa qui, proprio come in Battlefield 1, il simbolo più lampante della capacità autodistruttiva dell’uomo, della crudeltà verso se stesso. E l’eroe allora non è Diana ma piuttosto Steve Trevor (interpretato da Chris “Tiberius” Pine), ambiguo, spia, ma che compie fino alla fine le scelte più difficili ma “giuste”. Wonder Woman, esattamente come Man of Steel, riesce efficacemente a riscrivere ad uso cinematografico contemporaneo un personaggio classico, mantenendone intatto l’appeal ed il significato.
Al cinema ci sono andato con mio figlio e con un suo amico, entrambi di 9 anni. Al ritorno ho chiesto se a loro il film fosse piaciuto e in risposta hanno assegnato i seguenti voti: 8,5 e 9,5. Forse, da vecchio noioso e pelato, non avrei abbondato così tanto, ma è certo che il mio giudizio sul film è abbondantemente positivo.

AGGIORNAMENTO [05/06/2017]: Wonder Woman da record: 100 milioni incassati nel primo week-end (da SkyTG24)

Suicide Squad: un’opinione diversa

posterFinalmente sono andato a vedere Suicide Squad, film tanto felice al botteghino quanto stroncato dalla critica e dai “bene informati”. Su tutte le recensioni prendo quella di Giulia D’Agnolo Vallan sul Manifesto del 13/08/2016. Si inizia a constatare come vi sia “Rottura netta tra le reazioni critiche e quelle del pubblico sta diventando un po’ la regola per la nuova vena di supereroi sfornati dalla collaborazione tra Warner Brothers e Dc Comics.” Si trovano riferimenti alti, anche come limite, ma purtuttavia apparentemente senza meritarsi tutti i pollici versi ricevuti: “Come era successo la primavera scorsa per Batman vs Superman, l’uscita americana di Suicide Squad è infatti stata preceduta da un’unanimità di pollici rivolti verso il basso, ma accolta con entusiasmo dagli spettatori, al punto che il nuovo lavoro di David Ayer – che è poi un libero adattamento di Quella sporca dozzina di Aldrich – ha registrato gli incassi più alti della storia per le uscite nel mese di agosto, superando il record di Guardians of the Galaxy, un film il cui animo anarcoide e irriverente Suicide Squad cerca apertamente di emulare. Purtroppo senza riuscirci; ma anche senza meritare le recensioni devastanti che ha subito.” Però, nonostante tali premesse, la conclusione è che: “Autore interessante quando si confronta con un progetto piccolo e originale come il poliziesco End of Watch, alle prese con un budget di 175 milioni di dollari Ayer è un regista privo di immaginazione. E, se qui è meno statico di quanto lo fosse nel soporifero film di guerra Fury, la sua azione non ha coreografia o coerenza interna. E non sembra nemmeno molto interessato a lavorare su linguaggio del fumetto. Per portare al cinema i supereoi bisogna capirli e amarli almeno un po’, come ci ricorda per esempio Joss Whedon. E, se Christopher Nolan aveva (malamente) celato la sua accondiscendenza nei confronti del loro mondo dietro alla pretenziosità dei suoi film, il suo discendente diretto Zack Snyder (regista di Batman vs Superman e qui produttore/autore) non ha nemmeno quell’ispirazione. Come Batman vs Superman, anche Suicide Squad sembra girato nel catrame, ma il suo «nero» non assume mai la dimensione esistenziale tragica che Tim Burton aveva dato ai suoi film sull’uomo pippistrello [sic]. È un’immagine confusa e basta.” Se non è devastante dire che il film sembra girato nel catrame…

Ebbene, qual è la mia opinione? Penso forse che Suicide Squad sia un capolavoro? Di certo no. Penso che – per restare in ambito DC Comics, Suicide Squad sia meglio della trilogia di Nolan? No. Penso forse che sia meglio del reboot di Superman del presunto privo d’ispirazione Zack Snyder: L’uomo d’acciaio? Ancora no. Al contrario di quanto sostenuto da Giulia D’Agnolo Vallan, almeno in questo film, Snyder dimostri un grande amore e rispetto nei confronti del personaggio e riesce a renderne il respiro epico e drammatico. Penso almeno che sia meglio del successivo Snyder: Batman v Superman: Dawn of Justice? Assolutamente sì. Intanto il più grosso problema per un fan dell’uomo-pipistrello nel guardare questo film è che Batman se ne va in giro per ogni dove sparando ed ammazzando criminali. Per quanto era questo che faceva il personaggio nelle sue origini tra le mani di Bob Kane, la vulgata attuale lo vuole completamente avverso alle armi da fuoco ed all’uccisione dei suoi antagonisti. Nessuno dei protagonisti di Suicide Squad soffre di questo problema per fortuna. E nel complesso, pur senza essere un capolavoro, pur senza essere un film che resterà nella memoria di un cinefilo, Suicide Squad è un film divertente, che non irrita i fan dei personaggi DC ma anzi – come vedremo poco sotto – riesce a deliziarli anche al di là della riuscita formale.

Harley-Quinn-1Molti hanno fissato la loro attenzione sulla interpretazione del Joker offerta da Jared Leto valutando se potesse essere paragonabile a quelle offerta da – tra gli altri – Cesar Romero, Jack Nicholson, Heath Ledger. Quello che invece vorrei sottolineare è il ruolo di Harley Quinn – perfettamente interpretato da Margot Robbie -. In un confronto con entità di potere mistico come l’Incantatrice e suo fratello, razionalmente una ex psichiatra psicopatica ed assassina senza nessun potere non sarebbe forse la scelta più logica. Ma non è un caso se il film si risolleva, anche nelle risate e nel rumoreggiare di consenso del pubblico ogni qual volta che Harley se ne esce con qualche candida e contemporaneamente acidissima battuta. Non è un caso se Harley sia il vero collante dell’improbabile squadra, e allora se un vero difetto vogliamo trovarvi è che avrebbe dovuto avere un ruolo ancora maggiore nell’economia della trama. E la cosa buffa è che Harley Quinn è un personaggio relativamente nuovo, essendo stata creata da Paul Dini per Batman: The Animated Series (serie animata prodotta dal 1992 al 1995 per la televisione). Non solo il personaggio è sopravvissuto alla serie animata, ma è stato inserito nel canone di Batman ed ha già offerto eccelsi esempi di sé dentro e fuori dal fumetto, ad esempio nel videogioco Batman: Arkham Asylum o nella graphic novel The Joker di Azzarello e Bermejo. Il punto di forza del personaggio di Harley Quinn – perfettamente messo in luce nella sequenza in cui Incantatrice le mostra i suoi più reconditi desideri – è che fondamentalmente è una ragazzina borghese che vuole una vita borghese con tanto di casetta, marito amorevole e figli da accudire. Ma l’incontro col Joker – lui sì completamente dis-umano, elementale incarnazione del male – la spoglia della moralità collegata a quel sogno trasformandola in un ibrido assolutamente affascinante di candore (fantastica la sequenza in cui Harley in cella legge l’equivalente di un Harmony) e perversione. Ed ogni battuta di Harley nel film è – volutamente – densa di questa ambiguità. In sostanza basterebbe da sola Harley/Margot Robbie a salvare questo film (come mi disse una volta una persona a proposito del Resident Evil di Paul W. Anderson: “basta la presenza di Milla Jovovich a giustificare il costo del biglietto”) ma non per mera maschile predilezione per le forme femminili. D’Agnolo Vallan descrivendo Harley come un mix di cheerleader e stripper non ne coglie che la superficie. Harley Quinn è la donna finalmente postfemminista, libera dalla necessità di ottenere l’approvazione maschile e se da tutta se stessa al Joker non lo fa per conformismo sociale, ma esclusivamente per libera ed autonoma scelta (ed è per questo che Joker non può non amarla e salvarla: oltre il legame con l’umano per il male non ci sarebbe che l’autodistruzione). La stessa libera scelta che la fa proseguire nella missione suicida anche se è libera dal ricatto che costringe il gruppo di criminali a non andarsene per i fatti propri, convincendo anche gli altri a seguirla (nella scena del bar).

Infine, per quanto sia innamorato del Joker di Nicholson, Leto offre un’interpretazione di questo personaggio decisamente degna di un maggiore sviluppo. Non una persona semplicemente sconvolta da un incidente che ne abbia deturpato il volto, ma una forza malefica in sembianze umane. Assolutamente fantastica la scena del club dove lo scagnozzo che definisce “puttana” Harley (anche se in senso di apprezzamento) fa scattare – e sembra di sentire il “click” nella sua testa – la furia del Joker che porta lo scagnozzo in un tunnel senza uscita. Per questo, pur convenendo che molte cose potevano essere migliori (uno dei miei principi universali di valutazione è che quando in un opera sia esso libro/film/fumetto/videogioco/ecc. – che non sia esplicitamente un horror con zombie – saltano fuori degli zombie o creature ad essi assimilabili è perché lo scrittore non sapeva più che pesci pigliare), considero Suicide Squad un discreto film e spero che i personaggi di Harley Quinn e di Joker, magari interpretati dagli stessi attori, possano essere ripresi per un film con un più cospicuo e soddisfacente spazio a loro dedicato (e perché non qualcosa ispirato alla graphic novel di Azzarello e Bermejo?).

 

 

La fiera del non necessario: The Hateful Eight

locandinaSabato scorso sono andato a vedere l’ultimo film di Tarantino, The Hateful Eight, e mi permetto qui di fare qualche considerazione, non perché mi consideri esperto di cinema, ma piuttosto nelle vesti di fan di Quentin, fan però critico e attento, fin dai tempi di Reservoir Dogs e di Pulp Fiction (con tanto di colonne sonore acquistate e di videogioco provato e recensito).

La necessità di scrivere a proposito di questo film arriva dalle perplessità provate guardandolo e dalla speranza che ci sia qualcuno (magari più esperto di me) disposto a discuterne.

ATTENZIONE:

DA QUI IN POI SONO PRESENTI SPOILER!

Tim-Roth-Kurt-Russel-og-Jennifer-Jason-Leigh-i-The-Hateful-EightIl primo giudizio a caldissimo, mentre ancora stavano scorrendo i titoli di coda è: Tarantino ha fatto un film su un gruppo di bastardi figli di puttana, ognuno a modo suo ma nessuno escluso, che si fronteggiano e finiscono per ammazzarsi tutti l’un l’altro (alla fine del film due in realtà sono ancora vivi, ma la loro stessa previsione sul proprio destino è funesta). Di per se non si tratta di un giudizio negativo, ma riflettiamo su come la storia è arrivata a questo punto. Sostanzialmente il plot vede il cacciatore di taglie John Ruth che porta la ricercata Daisy Domergue a Red Rock per affrontare il processo ed il patibolo. La diligenza che li trasporta si ferma a raccogliere un paio di passeggeri e fa tappa all’emporio di Minnie per ripararsi da una bufera di neve che ha cominciato ad infuriare. Qui si trovano diversi personaggi che si scopre essere complici di Daisy che la vogliono far fuggire. Tra di essi il fratello di Daisy che si è nascosto prima dell’arrivo della diligenza sotto il pavimento dell’emporio e in un momento clou si rivela sparando all’inguine del cacciatore di taglie nero Marquis Warren che tiene sotto scacco tre complici, ma non spara allo sceriffo Mannix il che consente al secondo di prendere in mano la situazione e costringerlo ad uscire. Intanto il fatto che ci sia il fratello di Daisy nascosto sotto il pavimento per lo spettatore è una completa sorpresa che si rivela esclusivamente quando all’improvviso esplode il colpo che ferisce a morte Marquis, tanto è vero che Tarantino a questo punto è costretto a fare una lunga digressione mostrando con un flashback l’arrivo dei complici di Daisy all’emporio in anticipo sulla diligenza con il cacciatore di taglie, il massacro del personale presente e la predisposizione della trappola. Da un punto di vista di economia cinematografica però la sorpresa è qualitativamente peggiore di una situazione di suspense (Hitchcock docet) e soprattutto costringe alla lunga spiegazione che toglie equilibrio e tensione alla narrazione (dato che non siamo in presenza ad una frammentazione cubista come quella presente in Pulp Fiction in cui ogni segmento apparentemente slegato dagli altri va a completare inestricabilemente la narrazione come il pezzo di un puzzle), una narrazione già rallentata da altri elementi deliziosi per il cinefilo ma decisamente non necessari come il piantare i picchetti per segnare la strada per la latrina (che certo fa tanto La cosa, tanto più per la presenza di Kurt Russell, ma non è esattamente essenziale allo sviluppo della storia) o tutta la manfrina su come Marquis ha ucciso il figlio del generale sudista interpretato da Bruce Dern. Di più, da un punto di vista banalmente strategico, tutta la messinscena organizzata dai complici è palesemente inutile dato che, vista la loro preponderanza numerica, avrebbero potuto facilmente avere ragione di John Ruth quando entra la prima volta nell’emporio e deve voltare le spalle a tutti per inchiodare la porta rotta. Ma anche prendendo per buono quanto segue, perché alla fine il fratello di Daisy spara a Marquis e non a Mannix? Di fatto perché per questo film Tarantino aveva decisamente presente come farlo finire e cosa metterci dentro (oltre alle sequenze già citate, la lettere di Abramo Lincoln, il boia gentlemen, il cowboy scrittore, ecc.) mentre mi sembra che si sia lasciato scappare di mano il “come” mettercelo dentro, come costruire un plot che sia credibile ed essenziale. La tragedia tarantiniana rispetta alla perfezione le unità aristoteliche di tempo e di luogo ma si perde clamorosamente quella di azione, perché è costretta – per rispondere all’esigenza del suo autore di inserirvi tante cose non necessarie – a dilatarsi fuori misura e, a differenza che in altri casi, a tracimare nel puro splatter che non convince esattamente perché spesso lo spettatore non riesce a vederne la necessità.

the-hateful-eight-quentin-tarantino-2Sono sicuro che di questa presenza di troppe cose non necessarie che appesantiscono la pellicola fosse accorto e convinto lo stesso Tarantino che ipostatizza tale situazione nella condizione stessa della prigioniera Daisy: la sua taglia la vuole viva o morta e diversi personaggi sottolineano a John Ruth come si stia complicando inutilmente la vita cercando di portarla viva a Red Rock per la condanna quando sarebbe molto più semplice ucciderla e trasportarla come semplice bagaglio inerte. Allo stesso modo Tarantino si complica la vita per non rinunciare a nulla di quello che ha in mente per il film e completa il quadro di ogni personaggio (comunque tutti impersonati da attori eccezionali) anche subendo lo scotto di un film grandiosamente imperfetto.

La poetica del bianco e nero

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Tanya Girardi by Adolfo Valente
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Chet Baker by Bruce Weber

Quando ho visto su Facebook l’annuncio delle foto di Adolfo Valente a Tanya Girardi nel magazine online PointSevenMach (qui la home: http://www.pointsevenmach.com/ qui la pagina con la raccolta dedicata a Tanya Girardi by Adolfo Valente: http://www.pointsevenmach.com/journal/tanya-girardi-by-adolfo-valente) sono corso ad ammirare le foto, abbagliato dal contrasto tra il bianco ed il nero che il fotografo è riuscito stupendamente ad esaltare. Qualcuno potrà pensare che il merito sia della bellissima modella, e di certo avere un soggetto così per le proprie foto aiuta, ma non è sufficiente.

Pensando a ciò ho riflettuto ad un film che ho riacquistato di recente in DVD: Let’s Get Lost che il fotografo Bruce Weber dedica alla biografia del grande Chet Baker (purtroppo scomparso tra la fine della lavorazione del film e la sua uscita in sala). Benché Chet fosse da giovane un gran bel ragazzo e lo testimoniano le fotografie ed il fotografo stesso che le scattò, intervistato nel film da Weber, rimane affascinante anche il modo in cui Weber accarezza e mette in risalto il musicista ormai invecchiato ed abbruttito dagli eccessi.

Ma non è una questione meramente fotografica: da sempre ho adorato quei disegnatori di fumetti (e non) che riuscivano a parlare al loro lettore più ancora che con la storia e con le didascalie, con il furioso contrasto tra i bianchi ed i neri nella tavola. Come esempi ne ho presi due: il Kriminal di Magnus ed il Gotham by Gaslight batmaniano di Mike Mignola, che è sì stato pubblicato a colori, ma in cui i colori non riescono a nascondere la “linea scura” del loro autore che erompe prepotente se solo riusciamo a recuperare tavole non colorate.

Si tratta di una poetica bidimensionale, ma non per questo semplice dato che deve dire molte cose con un vocabolario essenziale. Una situazione che mi riporta al bel romanzo di fantascienza Noir di K.W. Jeter il cui protagonista, in omaggio dei film anni ‘50, si è fatto operare gli occhi in modo che possa vedere il mondo esclusivamente in bianco e nero come uno dei “private eye” impersonati da Humphrey Bogart ed altri mitici attori. Ma vedere in bianco e nero non basta, e quello che ci sembrava semplice e pulito si rivela più complesso dell’insieme caotico di colori che si indistinguono l’uno nell’altro.

kriminal201p.111
Kriminal by Magnus
Gaslight Batman Mignola-CAF
Batman by Mike Mignola

Tanya, Chet, Kriminal e Batman emergono dalle rispettive immagini come eroine ed eroi titanici, che si stagliano prometeicamente nel loro mondo per portarci luce, anche quando quella luce è fatta di violenza e morte come nel caso di Kriminal. Nulla, dopo il loro passaggio, può più rimanere come prima e la cacofonia di colori e dettagli delle altre immagini ci sembra più vuota. In un certo senso si tratta di una poetica nichilista: il bianco contro il nero, l’aut-aut invece di un confronto che sappia farsi dialogo. Ma questo deve essere il rischio e l’affronto dell’arte: la capacità di metterci di fronte alle nostre luci ed alle nostre ombre per poterle riconoscere ed affrontare. Del resto Hitchcock decise di girare Psycho in bianco e nero non perché non avesse a disposizione il colore, ma perché sapeva che il rosso del sangue è molto più potente quando viene colorato dalla nostra immaginazione (anche se marpionamente la raccontava in altro modo). Perché sapeva che colorando di rosso il sangue ognuno con la propria fantasia, ognuno si sarebbe riscoperto, a proprio modo, un pezzetto di Norman Bates dentro di sé, ognuno sarebbe a suo modo stato la figura indistinta che vibra colpi al corpo nudo di Marion Crane.

Ecco allora che i nostri prometeici eroi del bianco abbagliante sul nero accecante diventano oggetto di desiderio e proiezione ben più degli omologhi già colorati, perché richiedono a noi di essere completati. Un po’ come la storia su un libro ha bisogno delle immagini nella nostra mente che noi creiamo a nostro piacere: l’ammiccamento erotico, il decadente romanticismo, l’inumana violenza, la grottesca vendetta, siamo noi a colorarli sulle immagini rappresentate e in questo modo le immagini non sono più solo dei fotografi o dei disegnatori, ma diventano, ma sono anche nostre.

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Psycho by Alfred Hitchcock