Musica durante la pandemia

Durante la pandemia, forse una delle categorie più penalizzate è stata quella dei musicisti. Costretti ad annullare tour e concerti, in molti casi a rinviare le sessioni nelle sale di registrazione.

Nonostante questo alcuni hanno reagito in modo positivo: ad esempio Steve Wynn ha reso disponibili in digitale tracce live dei Dream Syndicate, due album live realizzati in solitaria sia in acustico che elettrificato ed una raccolta di cover di Bob Dylan. In altri casi vediamo emittenti come KEXP di Seattle, che pubblica sul proprio canale Youtube splendidi mini concerti presentando artisti noti e non, inaugurare la serie Live at home dove invece che in studio gli artisti vengono intervistati e si esibiscono nelle loro case. Ma la vera sorpresa – scoperta come ultimamente mi accade grazie a Bandcamp – è l’inglese Edward Allen, aka Etherwood. Già autore di tre album classificati drum&bass, di cui per l’ultimo In Stillness, ha trovato ispirazione girovagando in camper per il nord Europa, durante il lockdown conseguente alla pandemia ha realizzato quello che tecnicamente può essere considerato un “EP” (7 tracce) anche se ha tutti i crismi di un album per la coerenza interna e per la solidità dell’ispirazione: Isolation Jams. In questo album Etherwood abbandona i beat elettronici per abbracciare una chitarra e dare mirabilmente sfogo a tristezza e solitudine, sostituito alla voce solo nell’ultima traccia (Clouds) da Phoebe Freya. Non si può non restare incantati dalla pura tristezza e dolcezza del suono, dalle melodie che sembrano accarezzarci e invece si insinuano sotto la pelle rendendocene – felicemente – addicted.

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Premesso che sono il primo a voler tornare a “vivere” i concerti (per quanto la vita negli ultimi anni non me ne abbia concessi molti), tuttavia se sono questi i frutti della pandemia, è possibile ammettere che anche stavolta non tutti i mali vengono per nuocere…

la maschera e la depressione

Da bambino, a causa di un grave disturbo cardiaco congenito, ero isolato dagli altri miei coetanei, non potendo svolgere le loro stesse attività e il contatto fisico personale per me era soprattutto quello di esami, dottori ed infermiere. Col risultato che fino all’adolescenza sono stato una persona timida ed introversa, che sfuggiva il contatto fisico. Completamente incapace di affrontare una situazione in cui mi trovavo di fronte ad un pubblico.

Col tempo ho imparato a costruirmi attorno una maschera mediante due strategie. La prima il controllo, per il quale sono al limite della maniacalità (per dire: le slide che preparo quando devo parlare in pubblico servono prima di tutto a me, per evitare di correre alla conclusione tralasciando cose importanti). La seconda il feedback che ricevo dagli altri. Quando sono in pubblico non guardo gli altri negli occhi (la cosa da introverso mi risulta quasi insopportabile) ma scruto lo sguardo che mi viene rivolto. A volte si tratta di accordo, di interesse, di supporto, a volte invece di dubbio e perplessità, altre ancora di irritazione o ostilità. Quale che sia l’emozione veicolata, mi serve per confermare la maschera ed eventualmente riposizionarla in base al contesto.

Però mi è successo nei giorni scorsi di andare a fare la spesa in un supermercato. E gli sguardi che intercettavo erano quasi esclusivamente di diffidenza e di timore. Al posto di sguardi che legano e supportano, sguardi che si ritraggono. Questo, unito al disastro sulla strategia del controllo che la situazione emergenziale implica (da mettere in conto la mia situazione professionale che mi sta da un anno causando ansia, l’annullamento di Bologna Children’s Book Fair su cui da mesi stavo lavorando, il rinvio sine die del progetto Tutti in gioco…), mi ha fatto sprofondare in qualcosa di simile alla depressione. E non ho trovato altro rimedio di quello che utilizzavo da bambino. Chiudermi da solo in una stanza al buio. Ci ho passato tutto il pomeriggio. Per fortuna il controllo, completamente inutile all’esterno, funziona ancora sugli stati interni, così mi sono trascinato di sera davanti alla televisione.

La moglie crede che improvvisamente abbia paura della malattia, ma non è così: due operazioni a cuore aperto ed una per ulcera perforata mi fanno mettere in prospettiva il coronavirus. Non ho paura della malattia o del dolore o degli ospedali (in realtà ho una fobia per gli aghi, ma per l’appunto è una fobia, qualcosa di istintivo ed epidermico). Ho paura di sprofondare in me stesso, ho paura di non riuscire più a relazionarmi con un me sociale. Ho paura di non riuscire più a rimettermi la maschera e ad uscire.

Forse già scrivere queste righe, a suo modo, è una forma di terapia. Per questo ho bisogno di scrivere a qualcuno, non perché mi aspetti soluzione, com-passione, sostegno. Semplicemente perché devo dirle, altrimenti ristagnano ed imputridiscono (e so di cosa parlo avendo già affrontato un’ulcera). Se per caso capiti su questa pagina, ti ringrazio per la lettura. Mi stai aiutando anche se non lo sai.

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