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SCRIVERE PER I VIDEOGIOCHI. Intervista a Drew Karpyshin

drewkIntervista pubblicata sul Manifesto del 1° novembre 2014 e disponibile anche qui: http://ilmanifesto.info/drew-karpyshin-tutto-mouse-e-calamaio/

Di origini ucraine e nazionalità canadese, Drew Karpyshyn è stato per anni uno dei più conosciuti scrittori della BioWare, produttrice di di videogiochi di successo quali Baldur’s Gate, Neverwinter Nights, Star Wars: Knight of the Old Republic e Mass Effect. Oltre ad occuparsi di videogiochi, Karpyshyn ha scritto anche romanzi legati alle serie videoludiche che ha contribuito a creare come la trilogia dedicata a Mass Effect e i cicli di Darth Bane e di The Old Republic legati all’universo di Star Wars (tutti pubblicati in Italia da Multiplayer.it). Drew Karpyshyn è in Italia ospite dal 30 ottobre al 2 novembre a Lucca Comics & Games, per autografare i suoi libri ma anche per incontri e workshop dedicati alla scrittura videoludica. Proprio su questo tema gli abbiamo rivolto qualche domanda.

 

Quali sono le caratteristiche dello scrivere per videogame? Come è cambiata tale attività? 

Penso che ora lo scrivere per videogame abbia molto in comune con lo scrivere per i film. Le tue parole avranno la voce degli attori che le leggono dalla sceneggiatura, e i personaggi all’interno del gioco saranno forniti di animazioni ed espressioni facciali per fornire recitazione ed emozione digitale. Ma quando ho cominciato la maggior parte della storia del gioco era ancora presentata in formato testuale. Per Baldur’s Gate II il team che si occupava della storia ha prodotto una quantità di parole sufficiente a completare 25 sceneggiature cinematografiche, ma si trattava quasi completamente di testo che il giocatore doveva leggere. Questo naturalmente ci portava a scrivere con uno stile maggiormente “letterario”, anche se poi la cosa è stata superata. La scrittura per videogiochi è progredita dallo stile-libro allo stile-film. 

Qual è la differenza tra lo scrivere per videogiochi e lo scrivere libri quando si ha un soggetto non originale e molto caratterizzato come ad esempio la saga di Star Wars? 

I videogiochi tendono a focalizzarsi sull’azione e la storia è spesso molto lunga, almeno nei giochi di BioWare. Gli eventi e il numero dei personaggi nell’originale Knight of the Old Republic, per esempio, sarebbero stati sufficienti per sei romanzi che raccontassero in modo adeguato la medesima storia. C’è troppo contenuto per un solo libro. Ma quando ho scritto il romanzo Revan (della serie di The Old Republic), sono stato in grado di fare cose che mi sarebbero riuscite impossibili in un videogioco. Ho potuto esplorare le motivazioni dei miei personaggi ed aggiungere sottigliezza e profondità a quello che stava succedendo. Personalmente sento i giochi come un’esperienza di tipo viscerale, mentre quella dei libri è di tipo più intimo e personale. 

KotOR_CoverChe cosa ti è piaciuto di più (e di meno) nel contribuire ad espandere l’universo di Star Wars? 

Non c’è stata nessuna esperienza meno che piacevole: ho adorato lavorare su Star Wars sia per i giochi sia per i libri. La cosa più intrigante è stato sapere che stavo facendo parte di questo straordinario fenomeno culturale, con cui sono cresciuto. Ho visto al cinema la trilogia originale, ho comprato i giocattoli, mi sono vestito da personaggio di Star Wars ad Halloween. E’ sempre stata una parte della mia vita, e finalmente ho aggiunto un pezzetto creato da me a questa bellissima creazione… qualcosa che milioni di fan in tutto il mondo vedranno e a cui spero piacerà.

Cosa ti aspetti dal nuovo film dedicato a Star Wars? 

Sono eccitato e ho le stesse informazioni di qualsiasi altro fan. Secondo me la cosa migliore che avrebbero potuto fare è dare alla storia una sensibilità più “adulta” – d’altra parte il target del franchise è costituito da milioni di fan adulti, – invece di rivolgersi ad una nuova generazione di ragazzini.  

Quale sarebbe stata la trama se ti avessero assunto per scriverne la sceneggiatura? 

Non ci ho pensato molto, ma ovviamente penso che sia necessario far passare il testimone dai personaggi classici – Luke, Leia e Han Solo – ad una nuova generazione. Da quello che ho sentito sembra proprio questa la direzione presa. 

Attualmente non ti stai più dedicando ad universi altrui, ma stai creando una trilogia originale The Chaos Born. Di che si tratta? E’ prevista una traduzione italiana? 

Creare una mia trilogia fantasy è stato il mio sogno fin da quando ho scoperto le opere di scrittori come Tolkien, David Eddings e Terry Brooks. Ho adorato lavorare su Star Wars e Mass Effect, e lavorare su franchise offre sempre un pubblico immenso. Ma non li ho creati io, non li sentivo miei. Con i romanzi di Chaos Born, tutto – i personaggi, il modo, il modo in cui funziona la magia, la storia – è una mia creazione originale. Posso fare tutto ciò che voglio in questo mondo, e posso mostrare la mia versione della classica trilogia fantasy. I primi due libri sono già disponibili in inglese e ho appena finito di scrivere il terzo. Ci sono proposte per una traduzione in tedesco, ma i diritti per la versione italiana non sono ancora stati ceduti.

Tornerai a scrivere per i videogiochi? 

Mi è piaciuto lavorare alla BioWare, ma è stato molto pesante. Avevo bisogno di allontanarmi per qualche anno per ricaricarmi ed offrire a me stesso la possibilità di dedicarmi a progetti diversi, come la trilogia di Chaos Born. Potrei tornare ai videogiochi se arrivasse la giusta offerta, anche se ho già altre idee da sviluppare. Ho appena finito il romanzo conclusivo della trilogia e probabilmente mi dedicherò per un paio di mesi a vacanza e relax e nel frattempo vedrò se arriveranno offerte interessanti. 

Sito ufficiale di Drew Karpyshyn: http://drewkarpyshyn.com/

 

novembre 30, 2014 Posted by | cinema, fantascienza, fantasy, karpyshyn, mass effect, star wars, videogiochi | , , | Lascia un commento

Maschio o femmina?

Normalmente, quando gioco con un videogioco che mi permette di personalizzare l’avatar o di sceglierlo tra un set predefinito, mi ritrovo a preferire avatar di sesso femminile. Anche in base alla suggestione di quanto letto nel libro di Tom Bissell su Mass Effect, quando ho, qualche tempo fa, iniziato ME2 per coprire la mia inqualificabile lacuna nella conoscenza di questa osannata saga, ho subito pensato ad un avatar femminile. Del resto erano femminili gli avatar di alcuni dei miei GDR (Fallout, Diablo, ecc.) e picchiaduro (Nina Williams!) preferiti. Ho iniziato, ho giocato una mezz’oretta, poi ho chiuso tutto e ricominciato. Con un avatar maschile. Pelato come il sottoscritto, ma rudemente fascinoso come il Bruce Willis dell’ultimo Die Hard. Inizialmente ho pensato si trattasse d’una idiosincrasia legata al genere: fantascienza vs. fantasy. Del resto (tralasciando Enterprise) il capitano Janeway è quello che mi piace meno di tutto Star Trek: troppo mamma e troppo poco militare. Dall’altra parte abbiamo tutta la teorie di eroine palestrate e seminude del pantheon fantasy ad alimentare l’immaginario maschile. Ma ovviamente questo non basta a spiegare il cambiamento, perché comunque anche Fallout ha uno scenario fantascientifico, perché stravedo per l’Alice jovovichiana di Resident Evil o per l’Ellen Ripley della saga di Alien. La verità è che in Mass Effect si spara ed a sparare mi vedo meglio nei panni di un maschio. Dove ho utilizzato avatar femminili ho sempre preferito profili “sottotraccia” (ladre, cacciatrici, arciere, ecc.) piuttosto che guerriere muscolose (anche ora che sto giocando a Skyrim e mi sono “ritratto” in un avatar femminile e muscoloso, i potenziamenti che mi ritrovo a scegliere mi riportano verso un profilo ladra/arciere). Shepard al contrario non può esimersi – anche per la sua inderogabile funzione di comandante in prima linea d’una squadra – dal confronto diretto. Non può – come facevo con Diablo – giocare a rimpiattino coi nemici, ma li deve affrontare supportato dalla sua squadra ma contemporaneamente facendo attenzione alla salute della stessa.

Non pretendo che queste siano prerogative maschili, dico solo che, chiamato a tali compiti piuttosto che ad un’avventura sostanzialmente solitaria, mi sento maggiormente a mio agio in un personaggio maschile. Per certi versi forse trovo che un personaggio femminile sia – per quello che riguarda il mio modo di giocare – più completo, mentre in una situazione in cui occorre prevedere uno sbilanciamento (l’eterna corsa in avanti di un FPS) o un bilanciamento esterno mi ritrovo di più in un personaggio maschile che può ovviare alle proprie lacune mediante i membri di supporto. Solo con un personaggio intrinsecamente incompleto potevo avere l’ardire di gestire in maniera equilibrata la mia squadra fino ad arrivare al riconoscimento “Nessun sacrificio” al termine della Suicide Mission, a portare a casa sani e salvi tutti i componenti. Ed è stato meno difficile che ingannare la figlia della Justicar mettere al comando della seconda squadra un elemento come Garrus desideroso di riscattarsi dalla perdita di un’altra squadra che sentiva come fallimento personale. Meno difficile rinunciare ad avere nella squadra per lo scontro finale elementi come il geth o il krogan (che probabilmente avrei scelto per protezione personale se avessi avuto un avatar femminile) in modo che essi potessero contribuire in modo pesante al fuoco di sbarramento contro gli assaltatori anche in assenza di Shepard.

E proprio nella Suicide Mission è emersa un’altra peculiarità che mi consente di fare una sorta d’autoanalisi. Tra i personaggi femminili del gioco, quelli che mi hanno atratto maggiormente, da un punto di vista sessuale (dato che in Mass Effect è anche consentito flirtare), sono stati Tali’Zorah e Jack. Ovvero in qualche modo quelli diametralmente opposti ed estremamente poco “femminili”. Da una parte Tali’Zorah, perennemente rinchiusa nella tuta di protezione, dall’altra Jack, seminuda eppure decisamente poco avvenente nella sua scostante aggressività. Portate entrambe nell’ultima missione per non privare la squadra che dovevo lasciare indietro di “armi pesanti” e nel contempo per portarmi due elementi affidabili e letali. Alla fine è possibile che alle palestrate fantasy preferisca elementi meno sessualmente appariscenti ma più profondi? O è solo che sono attratto dagli elementi contraddittori dei due personaggi – efficiente ma timida Tali’Zorah, mentre Jack sublima nell’aggressività un passato di tremende vessazioni – che non troviamo in altri personaggi apparentemente più attraenti come la “cheerleader” (definizione di Jack) Miranda, ma neanche nella linearità della missione di Samara. Semmai affascinante – ma per lo stesso motivo di Tali’Zorah e Jack – è la ladra Kasumi Goto, anche se lei è troppo presa per il suo defunto amore.

Tuttavia per un’analisi più approfondita è necessario attendere il terzo episodio, prossimamente su questi schermi!

– Bissell, Tom Voglia di vincere (Isbn, 2012)

novembre 5, 2012 Posted by | fantascienza, fantasy, mass effect, videogiochi | 5 commenti

Recensione de
I ragazzi di Anansi
romanzo di Neil Gaiman
(Mondadori)




Sembra all’inizio del nuovo romanzo – I ragazzi di Anansi (Mondadori, 356 p., € 16) – che Neil Gaiman abbia voluto riprendere i temi del precedente American Gods: le vicende delle divinità importate in America dagli immigrati. Se in American Gods l’attenzione veniva puntata sulle divinità dei popoli del nord dell’Europa, in I ragazzi di Anansi sotto i riflettori c’è invece la teogonia africana, ed in particolare Anansi, che rappresenta il ragno e la sua capacità di tessere tele che allo stesso tempo sono anche storie, in grado di affascinare ma anche di abbindolare gli altri animali, in particolare Tigre, precedente signore delle storie. Ma le storie di Tigre erano a senso unico: fatte di zanne affilate, di prede ammazzate, di sangue caldo, di morte. Al contrario le storie, di cui Anansi diventa signore dopo aver ingannato Tigre, sono complesse, labirintiche, intricate come la ragnatela.

Fortunatamente però in I ragazzi di Anansi non c’è un intrecciarsi di trame e sottotrame come in American Gods e la storia narrata rimane maggiormente lineare e godibile. Non che le due cose – lineare e godibile – siano necessariamente collegate, ma Gaiman, con romanzi come Nessun dove, Stardust, Coraline ha dimostrato di saper dare il proprio meglio in storie in cui l’intricatezza dello svolgimento non inficia la linearità della trama.

In quest’ultimo romanzo il protagonista è l’afroamericano Charles Nancy, andato a vivere assieme alla madre in Inghilterra per allontanarsi il più possibile dal padre, fonte per lui di continua vergogna ed imbarazzo a causa degli scherzi di lui e per il suo modo perennemente disinibito e anticonformista di comportarsi. La storia comincia proprio quando Charles – soprannominato dal padre Ciccio Charlie, nomignolo che sembra seguirlo come una maledizione, nonostante non sia affatto grasso – riceva da un’anziana conoscente la notizia della morte del padre dovuta ad un infarto mentre si esibiva in un karaoke bar attorniato da un gruppo di divertite ed avvenenti donne assai più giovani di lui. Ciccio Charlie vola in Florida solo per scoprire d’avere un fratello che aveva completamente dimenticato e che, quando decide d’andarlo a trovare in Inghilterra, sconvolge completamente la sua vita: fa innamorare di sé la fidanzata di Ciccio Charlie facendogli credere d’essere lui, gli rivolta contro il capo – direttore di un’agenzia artistica -, gli mostra la magia che gli scorre nel sangue come discendente di un dio (Nancy=Anansi). Le conseguenze sono terribili: la fidanzata decide di abbandonare entrambi; il capo addossa su Ciccio Charlie le ruberie compiute nei confronti dei clienti, la divinità che Ciccio invoca per liberarsi dal fratello minaccia di distruggere entrambi.

Per salvare se stesso ed il fratello – sia sul piano divino sia su quello umano – Ciccio Charlie Nancy dovrà riappropriarsi del proprio retaggio, della consapevolezza del proprio discendere da un dio con i doveri, ma anche le opportunità che questo comporta.

Se American Gods era un romanzo “americano”, I ragazzi di Anansi, benché abbia inizio in Florida e si concluda in un’isola dei Caraibi, è un romanzo tipicamente inglese che mostra, ancora una volta dopo Nessun dove, la banalità del male della borghesia urbana, in questo caso il dirigente di Ciccio Charlie che truffa i clienti, ammazza chi scopre il suo gioco, addossa la colpa ai suoi dipendenti e poi fugge col maltolto in un’isola che non ha accordi di estradizione con l’Inghilterra. Nonostante la distanza culturale dalle divinità africane egli diventa il ricettacolo ideale per il tentativo di Tigre di strappare ad Anansi il dominio sulle storie. Ecco allora che questo romanzo è la medesima conferma di come Gaiman sappia impastare la materia di cui sono fatte le leggende e i sogni con i drammi dell’oggi e con la cruda realtà, e di come sappia con tutto ciò tessere – è lui stesso uno dei figli di Anansi, come ogni buon scrittore – una tela impalpabile ed assolutamente affascinante.

Sito di Neil Gaiman:

www.neilgaiman.com

Questa recensione avrebbe dovuto essere pubblicata sul Manifesto, anticipata però dalla recensione di Benedetto Vecchi uscita il 6 agosto.

Qui di seguito la recensione di Vecchi e la discussione sul romanzo di Gaiman avuta dal sottoscritto con lo stesso Vecchi.

(le immagini che seguono sono interpretazioni grafiche di Anansi riprese dalla Rete)

Una ragnatela per i produttori di illusioni
«I ragazzi di Anansi» di Neil Gaiman, un romanzo fiaba per svelare il potere effimero e tuttavia consolatorio dell’industria culturale
Benedetto Vecchi

Chi ha il potere sulla parola ha nelle sue mani il potere di condizionare la storia. E se poi di arti ne ha otto, come un dio ragno che ha il potere di assumere sembianze umane, il suo potere è smisurato. Neil Gaiman ritorna nelle librerie italiane con la traduzione del suo ultimo romanzo Anansi boys («I ragazzi di Anansi», Mondadori, pp. 356, euro 16, traduzione di Katia Bagnoli) che condensa in una storia fiabesca e a tratti onirica il leit motiv della sua produzione letteraria e dell’attività di sceneggiatore di Sandman, uno dei fumetti che tra gli anni Ottanta e Novanta ha raggiunto tirature da record in Inghilterra e negli Usa.
Chi sa manipolare, ben coniugare, giustapporre le parole ha dunque desiderio di esercitare il potere, deviando il corso «naturale delle cose» e indicare agli uomini e alle donne alternative finora impensate. Oppure svelando ciò che la superficie addomesticata della realtà celava. Sono queste le idee sugli intellettuali. Ma Neil Gaiman è un inglese cresciuto quando gli intellettuali erano diventati intrattenitori televisivi e opinion makers acquistabili sul mercato delle idee. Inoltre, era entrato dalla porta di servizio dell’industria culturale quando la retorica sulle virtù redentrici dell’impero britannico era ritornata nell’arena pubblica di un paese con i conti in rosso.
Trasgressione creatrice, Deindustrializzazione, morte politica della working class e speranze di riscatto dell’underclass costituiva il pane quotidiano di giovane e intraprendente giornalista, sceneggiatore televisivo e cinematografico. Per Gaiman, la parola era l’arma da usare per sfuggire alla cappa di piombo di uno stato delle cose dalle tonalità fosche. Mai quindi per oltrepassare la linea d’ombra dell’impegno politico, ma solo per affermare il potere della creatività espressa da un’intelligenza collettiva ridotta a materia prima della produzione di merci. Dunque, uso trasgressivo, ma non sovversivo di questa intelligenza collettiva per costruire storie che facciano soprattutto sognare.
Ed è stato così infatti nell’ambizioso American Gods, vera storia parallela della modernità a partire da quel residuo di arcaico che è sopravvissuto al terremoto capitalistico (gli dei egiziani, nibelunghi, indiani, cinesi, africani) che cerca una rivincita verso quell’arrogante, feroce e illusorio libero arbitrio che sostiene le retoriche dominanti nel mondo «civilizzato». Ma per fare esperienza di questo residuo arcaico il protagonista del romanzo deve però varcare gli oceani per approdare nel «nuovo mondo», dove passato, presente e futuro convivono nelle route che, attraversandoli, riducono a brandelli gli Stati Uniti. Ma è anche il mondo che spinge un Odino baro e cinico a richiamare le sue armate per lanciare una guerra tanto feroce come quelle combattute, qua e là nel mondo, in nome del dio ebraico o cristiano o musulmano. La sua sconfitta è certa, ma alla fine il protagonista umano ha finalmente compreso il potere mefistofelico della parola orale.
Tema che aveva preso ben altra direzione in quel Nessun dove (Fanucci), proiettando i protagonisti e il lettore in una Londra underground, dove gli outsiders dell’Inghilterra thatcheriana danno vita a una società parallela in cui il potere veniva esercitato a partire dalla conoscenza dei segni che consentivano il passaggio da una dimensione all’altra di un’unica realtà. Nei «Ragazzi di Anansi», invece, la contesa è sull’abilità o meno di raccontare storie che si discostano dalla grande Storia che tutto racchiude e tutto comprende. Chi ha questo potere può dunque restituire grammi di libertà a chi ne stato spossessato, sapendo però che il saldo sarà sempre negativo. Nel romanzo di Gaiman questo potere è esercitato da Anansi, ragno millenario che può assumere sembianze umane, sposarsi, generare figli e vivere alla giornata sfuggendo alle maglie del regno della necessità. E come ogni altro umano fa soffrire, oppure imbroglia, oppure tradisce. Ma Anansi uomo è mortale e deve consegnare la sua eredità ai due figli.
L’infelice nomadismo
Due ragazzi con personalità oppositive e incomunicanti. Il primo è un perdente: viene tartassato dal boss dove lavora, la sua fidanzata lo tratta come un bambino da consolare, negandogli ogni intimità sessuale. Infine dice cose sempre fuori posto che meritano sguardi sprezzanti o compassionevoli. Il fratello è l’opposto. Sa che è, per quanto minore pur sempre un dio. Le donne lo idolatrano come si può idolatrare un oggetto desiderato da gettare però nel cestino una volta posseduto; gli altri maschi invidiano il suo glamour e l’assenza di tutti i sentimenti che compongono il rompicapo della responsabilità. Eppure sente che il suo nomadismo, la sua mancanza di legami forti è un limite alla sua, mai parola fu più usata a sproposito, felicità. Quando Anansi muore i due giovani si incontrano, visto che da entrambi avevano rimosso l’esistenza dell’altro.
L’incontro tra i due ha del fiabesco. Apprendono l’esistenza di Tigre, il dio spossessato del potere della parola dal loro genitore. Conoscono la crudeltà della regina degli uccelli, che è stata l’amante di Anansi e da lui abbandonata. Conoscono il mondo del sogno che diventa realtà. Intorno, il romanzo scivola nel feuilleton prima, nel giallo dopo. E’ un romanzo senza fine, anche se apparentemente tutti i tasselli ritornano al loro posto e la vita dei protagonisti umani risulterà radicalmente modificata dall’incontro con il mondo degli dei che hanno dato origine al mondo, sostituiti da un dio che si è appropriato dei loro segni e delle loro parole per marchiare con il suo logo il mondo.
Un romanzo dunque fiabesco, allegorico con moderazione, che scarnifica le ambivalenze del linguaggio al fine di costruire una bella «storia» da leggere con leggerezza perché introduce a un immaginario «deviante» senza la pretesa di decostruire quello dominante. E tuttavia I ragazzi di Anansi ha un’altra chiave di lettura, ben più problematica di quella che il dio ragno propone quando sostiene che il governo del mondo è commisurato al «ciclo della vita», dove la vita si alterna alla morte con i brevi interludi della nascita. Il libro di Gaiman ha infatti tutte le caratteristiche di un’autobiografia di chi manipola segni e parole per lavoro.
La storia manipolata
Tutti i protagonisti di Gaiman lavorano infatti nell’industria culturale, sia che riscuotano i diritti d’autore che «confezionino» illusioni volte a distrarre per soli tre minuti dalla fatica del vivere. Illusioni, tuttavia, percepite come tali sia da chi le consuma che da chi le produce. Il potere di «manipolare» segni e parole consiste dunque solo in questo: produrre illusioni. Dunque, non c’è mai nessuno che illumina la caverna, ne chi potrà mai cambiare il corso della grande Storia attraverso le tecniche della comunicazione di massa. Nell’era del disincanto non ci sono più intellettuali posti a difesa dell’ordine costituito, né quelli organici a un’idea di trasformazione radicale dell’esistenza. Ma solo produttori di «illusioni» che hanno il potere di cambiare la vita solo nel breve tempo in cui vengono consumate. I ragazzi di Anansi altro non sono che funzionari, free-lance, dipendenti a tempo determinato della fabbrica del consenso.

Francesco:
Complimenti per l'approfondimento, ma almeno su una cosa sono in
disaccordo, ovvero sulla tua interpretazione "politica". Mi sembra
infatti abbastanza chiaro vedere - del resto in linea con quanto c'era
già in Nessun dove - una netta critica se non al capitalismo come
sistema economico, alla modalità - mortificante - di organizzare il
lavoro. Ciccio Charlie è un impiegatuccio alla mercé del principale e
delle norme non scritte della convivenza civile interpretate nel loro
contesto più retrivo (la fidanzata che non gliela dà) - come il
protagonista di Nessun dove -. Ma è lui a poter cambiare la sua stessa
vita grazie alla capacità di riscrivere le storie, di cantare - e
d'incantare. Magari non si tratta di una rivoluzione, ma sicuramente di
una liberazione. Non a caso è il principale che viene cavalcato (come i
loa non a caso caraibici) dalla Tigre, che sente affinità proprio perché
egli incarna la visione prettamente capitalista dell'arricchimento
rapace, a scapito degli altri, dell'economia come gioco a somma chiusa
dove io vinco solo se tu contemporaneamente perdi. E se tale liberazione
non s'inscrive nell'ottica marxiana della lotta di classe (ma quali sono
le classi oggi, dove gli operai votano Berlusconi che promette di
abbassare loro le tasse e gli impiegati di banca votano Rifonadazione
perché difende gli interessi degli impiegati?) s'iscrive certamente in
un'ottica forse stirneriana ma sicuramente almeno cooperiana (nel senso
di David Cooper) ovvero nella liberazione dal padre (/padrone) mentale,
unica possibilità di riconciliazione - nel caso raccontato da Gaiman -
col padre sia biologico che culturale. Unica possibilità di liberarsi
dal retaggio non tanto mitologico, quanto ideologico, senza di cui ogni
rivoluzione è destinata inevitabilmente a fallire.


Benedetto:
E' strano il tuo dissenso perché io affermo proprio che
Gaiman critica il capitalismo, offrendo però una via d'uscita individuale
dai suoi meccanismi. I mercanti di illusioni sono proprio questo: criticano
e vivono con fastidio il loro asservimento all'industria culturale, ma oltre
non vanno. Interessante la tua lettura "psicoanalitica" dell'affranamento
dal padre/padrone, ma alla fine sia Ciccio che il fratello acquisistono
l'indipendenza dal padre, ma consapevolmente seguono la stessa strada.
Raccontano storie (attraverso le canzoni Ciccio; attraverso la cucina il
fratello), anche se con qualche disincanto in più rispetto al padre, mentre
la Tigre recupera le forze.

Francesco:
La "via d'uscita individuale": ok la lettura è analoga, ma il tuo
giudizio è negativo mentre il mio è positivo. Quello che mi fa
considerare positiva la cosa è che mettersi contro l'industria, il
capitalismo, ecc. se è positivo dal punto di vista ideologico, rischia
di essere meramente velleitario e di far ricadere nei medesimi vizi, a
meno che (come sostenevano Cooper e l'antipsichiatria) non sia sia
riusciti a "uccidere" la famiglia interiore. Ovvero: possiamo fare i
rivoluzionari, ma se dentro di noi non ci siamo affrancati dal padre,
ovvero dalla struttura di potere mentale che si perpetua proprio
mediante le categorie psicologiche con cui ci comportiamo -
consapevolmente o meno - in realtà riproporremo in ogni situazione gli
stessi meccanismi di potere.
Allora non importa tanto criticare la struttura economica
(l'asservimento all'industria) se prima non ci siamo disfatti - o
riappropriati - delle strutture base del potere - anche economico -,
quelle che si apprendono fin dalla nascita attraverso la famiglia.
In questo senso Ciccio non ricalca semplicemente le orme del padre
quanto si riappropria consapevolmente della sua funzione di tessitore di
storie. C'è una bella differenza. C'è anche la consapevolezza che i
nemici (Tigre) non possono e forse neppure è giusto o conveniente che
siano sconfitti una volta per tutte, altrimenti saremmo di fronte ad una
dittatura (e poi non si potranno più raccontare nuove storie delle loro
sconfitte!). Essi saranno comunque sconfitti se Ciccio continuerà ad
essere consapevole della propria forza e del proprio retaggio.
Fuor di metafora: la rivoluzione non può essere fatta una volta per
tutte. Occorre che sia fatta ogni volta, che ognuno di noi la faccia
individualmente prima di tutto in interiore homine (ed ecco che salta
fuori Gentile). Se non saremo semplici prostitute del sistema economico
(io ti do il mio lavoro e le mie capacità e tu mi dai i soldi) ma
riusciremo ad essere comunque quello che vogliamo essere (io faccio
quello che mi piace e dato che lo so fare bene tu sei contento è mi dai
una controparte) allora idealmente la rivoluzione è già fatta: si tratta
semplicemente di raggiungere la massa critica sufficiente affinché non
si tratti semplicemente di una scelta di vita individuale quanto
piuttosto di una rivoluzione (in senso astronomico ancor prima che
politico) sociale.


agosto 8, 2006 Posted by | anansi, fantasy, gaiman | Lascia un commento