Perché mi è piaciuto Wonder Woman

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Locandina

Lo confesso: ero un po’ demotivato ad andare a vedere Wonder Woman di Patty Jenkins con Gal Godot nei panni di Diana. Troppi i commenti negativi anche di amici e colleghi letti su Facebook. Chi lo considera peggiore di Suicide Squad (che comunque a me non è dispiaciuto: per citare Colt Ford “I love a girl with a dirty side”), chi si pone domande sulle misure non giunoniche della protagonista a confronto con quelle della “storica” interprete televisiva del personaggio Lynda Carter. In realtà un seno prosperoso (per quanto visivamente piacevole, almeno al pubblico maschile) impedisce l’agevole uso dell’arco e le acrobazie guerresche generosamente esibite, soprattutto nella parte iniziale del nuovo Wonder Woman (giustamente tralasciando invece la non proprio cinematografica usanza tramandata dalla mitologia della mutilazione della mammella).

Ma alla fine è il film che va giudicato. E il film, a dispetto di gufi e detrattori, sta veleggiando verso una cifra record d’incassi. Ovviamente non si giudica la qualità dal successo, soprattutto perché, molto più rispetto ai prodotti Marvel, i film tratti dai fumetti DC sono alquanto altalenanti riguardo ai risultati. A fronte della trilogia nolaniana di assoluto riferimento cinematografico, sta il piacevole Suicide Squad ma anche il quasi inguardabile Batman v Superman.
In realtà la cifra di Wonder Woman mi sembra però che vada cercata altrove. Per la precisione nel Man of Steel di Zack Snyder. Esattamente come la rivisitazione delle origini di Superman da parte di Snyder, quelle di Wonder Woman hanno un respiro “classico”, rallentato sulle dimensioni epiche del personaggio. La decisione di “anticipare” l’esordio mondano di Diana dalla Seconda guerra mondiale in cui originariamente fece il suo esordio nel 1941 alla Prima, sfruttando drammaticamente lo scenario di barbarie esattamente nello stesso modo di Battlefield 1, aggiunge pathos e straniante distanza dalla “ingenua” Diana. La guerra che doveva por fine a tutte le guerre diventa qui, proprio come in Battlefield 1, il simbolo più lampante della capacità autodistruttiva dell’uomo, della crudeltà verso se stesso. E l’eroe allora non è Diana ma piuttosto Steve Trevor (interpretato da Chris “Tiberius” Pine), ambiguo, spia, ma che compie fino alla fine le scelte più difficili ma “giuste”. Wonder Woman, esattamente come Man of Steel, riesce efficacemente a riscrivere ad uso cinematografico contemporaneo un personaggio classico, mantenendone intatto l’appeal ed il significato.
Al cinema ci sono andato con mio figlio e con un suo amico, entrambi di 9 anni. Al ritorno ho chiesto se a loro il film fosse piaciuto e in risposta hanno assegnato i seguenti voti: 8,5 e 9,5. Forse, da vecchio noioso e pelato, non avrei abbondato così tanto, ma è certo che il mio giudizio sul film è abbondantemente positivo.

AGGIORNAMENTO [05/06/2017]: Wonder Woman da record: 100 milioni incassati nel primo week-end (da SkyTG24)

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Suicide Squad: un’opinione diversa

posterFinalmente sono andato a vedere Suicide Squad, film tanto felice al botteghino quanto stroncato dalla critica e dai “bene informati”. Su tutte le recensioni prendo quella di Giulia D’Agnolo Vallan sul Manifesto del 13/08/2016. Si inizia a constatare come vi sia “Rottura netta tra le reazioni critiche e quelle del pubblico sta diventando un po’ la regola per la nuova vena di supereroi sfornati dalla collaborazione tra Warner Brothers e Dc Comics.” Si trovano riferimenti alti, anche come limite, ma purtuttavia apparentemente senza meritarsi tutti i pollici versi ricevuti: “Come era successo la primavera scorsa per Batman vs Superman, l’uscita americana di Suicide Squad è infatti stata preceduta da un’unanimità di pollici rivolti verso il basso, ma accolta con entusiasmo dagli spettatori, al punto che il nuovo lavoro di David Ayer – che è poi un libero adattamento di Quella sporca dozzina di Aldrich – ha registrato gli incassi più alti della storia per le uscite nel mese di agosto, superando il record di Guardians of the Galaxy, un film il cui animo anarcoide e irriverente Suicide Squad cerca apertamente di emulare. Purtroppo senza riuscirci; ma anche senza meritare le recensioni devastanti che ha subito.” Però, nonostante tali premesse, la conclusione è che: “Autore interessante quando si confronta con un progetto piccolo e originale come il poliziesco End of Watch, alle prese con un budget di 175 milioni di dollari Ayer è un regista privo di immaginazione. E, se qui è meno statico di quanto lo fosse nel soporifero film di guerra Fury, la sua azione non ha coreografia o coerenza interna. E non sembra nemmeno molto interessato a lavorare su linguaggio del fumetto. Per portare al cinema i supereoi bisogna capirli e amarli almeno un po’, come ci ricorda per esempio Joss Whedon. E, se Christopher Nolan aveva (malamente) celato la sua accondiscendenza nei confronti del loro mondo dietro alla pretenziosità dei suoi film, il suo discendente diretto Zack Snyder (regista di Batman vs Superman e qui produttore/autore) non ha nemmeno quell’ispirazione. Come Batman vs Superman, anche Suicide Squad sembra girato nel catrame, ma il suo «nero» non assume mai la dimensione esistenziale tragica che Tim Burton aveva dato ai suoi film sull’uomo pippistrello [sic]. È un’immagine confusa e basta.” Se non è devastante dire che il film sembra girato nel catrame…

Ebbene, qual è la mia opinione? Penso forse che Suicide Squad sia un capolavoro? Di certo no. Penso che – per restare in ambito DC Comics, Suicide Squad sia meglio della trilogia di Nolan? No. Penso forse che sia meglio del reboot di Superman del presunto privo d’ispirazione Zack Snyder: L’uomo d’acciaio? Ancora no. Al contrario di quanto sostenuto da Giulia D’Agnolo Vallan, almeno in questo film, Snyder dimostri un grande amore e rispetto nei confronti del personaggio e riesce a renderne il respiro epico e drammatico. Penso almeno che sia meglio del successivo Snyder: Batman v Superman: Dawn of Justice? Assolutamente sì. Intanto il più grosso problema per un fan dell’uomo-pipistrello nel guardare questo film è che Batman se ne va in giro per ogni dove sparando ed ammazzando criminali. Per quanto era questo che faceva il personaggio nelle sue origini tra le mani di Bob Kane, la vulgata attuale lo vuole completamente avverso alle armi da fuoco ed all’uccisione dei suoi antagonisti. Nessuno dei protagonisti di Suicide Squad soffre di questo problema per fortuna. E nel complesso, pur senza essere un capolavoro, pur senza essere un film che resterà nella memoria di un cinefilo, Suicide Squad è un film divertente, che non irrita i fan dei personaggi DC ma anzi – come vedremo poco sotto – riesce a deliziarli anche al di là della riuscita formale.

Harley-Quinn-1Molti hanno fissato la loro attenzione sulla interpretazione del Joker offerta da Jared Leto valutando se potesse essere paragonabile a quelle offerta da – tra gli altri – Cesar Romero, Jack Nicholson, Heath Ledger. Quello che invece vorrei sottolineare è il ruolo di Harley Quinn – perfettamente interpretato da Margot Robbie -. In un confronto con entità di potere mistico come l’Incantatrice e suo fratello, razionalmente una ex psichiatra psicopatica ed assassina senza nessun potere non sarebbe forse la scelta più logica. Ma non è un caso se il film si risolleva, anche nelle risate e nel rumoreggiare di consenso del pubblico ogni qual volta che Harley se ne esce con qualche candida e contemporaneamente acidissima battuta. Non è un caso se Harley sia il vero collante dell’improbabile squadra, e allora se un vero difetto vogliamo trovarvi è che avrebbe dovuto avere un ruolo ancora maggiore nell’economia della trama. E la cosa buffa è che Harley Quinn è un personaggio relativamente nuovo, essendo stata creata da Paul Dini per Batman: The Animated Series (serie animata prodotta dal 1992 al 1995 per la televisione). Non solo il personaggio è sopravvissuto alla serie animata, ma è stato inserito nel canone di Batman ed ha già offerto eccelsi esempi di sé dentro e fuori dal fumetto, ad esempio nel videogioco Batman: Arkham Asylum o nella graphic novel The Joker di Azzarello e Bermejo. Il punto di forza del personaggio di Harley Quinn – perfettamente messo in luce nella sequenza in cui Incantatrice le mostra i suoi più reconditi desideri – è che fondamentalmente è una ragazzina borghese che vuole una vita borghese con tanto di casetta, marito amorevole e figli da accudire. Ma l’incontro col Joker – lui sì completamente dis-umano, elementale incarnazione del male – la spoglia della moralità collegata a quel sogno trasformandola in un ibrido assolutamente affascinante di candore (fantastica la sequenza in cui Harley in cella legge l’equivalente di un Harmony) e perversione. Ed ogni battuta di Harley nel film è – volutamente – densa di questa ambiguità. In sostanza basterebbe da sola Harley/Margot Robbie a salvare questo film (come mi disse una volta una persona a proposito del Resident Evil di Paul W. Anderson: “basta la presenza di Milla Jovovich a giustificare il costo del biglietto”) ma non per mera maschile predilezione per le forme femminili. D’Agnolo Vallan descrivendo Harley come un mix di cheerleader e stripper non ne coglie che la superficie. Harley Quinn è la donna finalmente postfemminista, libera dalla necessità di ottenere l’approvazione maschile e se da tutta se stessa al Joker non lo fa per conformismo sociale, ma esclusivamente per libera ed autonoma scelta (ed è per questo che Joker non può non amarla e salvarla: oltre il legame con l’umano per il male non ci sarebbe che l’autodistruzione). La stessa libera scelta che la fa proseguire nella missione suicida anche se è libera dal ricatto che costringe il gruppo di criminali a non andarsene per i fatti propri, convincendo anche gli altri a seguirla (nella scena del bar).

Infine, per quanto sia innamorato del Joker di Nicholson, Leto offre un’interpretazione di questo personaggio decisamente degna di un maggiore sviluppo. Non una persona semplicemente sconvolta da un incidente che ne abbia deturpato il volto, ma una forza malefica in sembianze umane. Assolutamente fantastica la scena del club dove lo scagnozzo che definisce “puttana” Harley (anche se in senso di apprezzamento) fa scattare – e sembra di sentire il “click” nella sua testa – la furia del Joker che porta lo scagnozzo in un tunnel senza uscita. Per questo, pur convenendo che molte cose potevano essere migliori (uno dei miei principi universali di valutazione è che quando in un opera sia esso libro/film/fumetto/videogioco/ecc. – che non sia esplicitamente un horror con zombie – saltano fuori degli zombie o creature ad essi assimilabili è perché lo scrittore non sapeva più che pesci pigliare), considero Suicide Squad un discreto film e spero che i personaggi di Harley Quinn e di Joker, magari interpretati dagli stessi attori, possano essere ripresi per un film con un più cospicuo e soddisfacente spazio a loro dedicato (e perché non qualcosa ispirato alla graphic novel di Azzarello e Bermejo?).

 

 

La poetica del bianco e nero

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Tanya Girardi by Adolfo Valente
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Chet Baker by Bruce Weber

Quando ho visto su Facebook l’annuncio delle foto di Adolfo Valente a Tanya Girardi nel magazine online PointSevenMach (qui la home: http://www.pointsevenmach.com/ qui la pagina con la raccolta dedicata a Tanya Girardi by Adolfo Valente: http://www.pointsevenmach.com/journal/tanya-girardi-by-adolfo-valente) sono corso ad ammirare le foto, abbagliato dal contrasto tra il bianco ed il nero che il fotografo è riuscito stupendamente ad esaltare. Qualcuno potrà pensare che il merito sia della bellissima modella, e di certo avere un soggetto così per le proprie foto aiuta, ma non è sufficiente.

Pensando a ciò ho riflettuto ad un film che ho riacquistato di recente in DVD: Let’s Get Lost che il fotografo Bruce Weber dedica alla biografia del grande Chet Baker (purtroppo scomparso tra la fine della lavorazione del film e la sua uscita in sala). Benché Chet fosse da giovane un gran bel ragazzo e lo testimoniano le fotografie ed il fotografo stesso che le scattò, intervistato nel film da Weber, rimane affascinante anche il modo in cui Weber accarezza e mette in risalto il musicista ormai invecchiato ed abbruttito dagli eccessi.

Ma non è una questione meramente fotografica: da sempre ho adorato quei disegnatori di fumetti (e non) che riuscivano a parlare al loro lettore più ancora che con la storia e con le didascalie, con il furioso contrasto tra i bianchi ed i neri nella tavola. Come esempi ne ho presi due: il Kriminal di Magnus ed il Gotham by Gaslight batmaniano di Mike Mignola, che è sì stato pubblicato a colori, ma in cui i colori non riescono a nascondere la “linea scura” del loro autore che erompe prepotente se solo riusciamo a recuperare tavole non colorate.

Si tratta di una poetica bidimensionale, ma non per questo semplice dato che deve dire molte cose con un vocabolario essenziale. Una situazione che mi riporta al bel romanzo di fantascienza Noir di K.W. Jeter il cui protagonista, in omaggio dei film anni ‘50, si è fatto operare gli occhi in modo che possa vedere il mondo esclusivamente in bianco e nero come uno dei “private eye” impersonati da Humphrey Bogart ed altri mitici attori. Ma vedere in bianco e nero non basta, e quello che ci sembrava semplice e pulito si rivela più complesso dell’insieme caotico di colori che si indistinguono l’uno nell’altro.

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Kriminal by Magnus
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Batman by Mike Mignola

Tanya, Chet, Kriminal e Batman emergono dalle rispettive immagini come eroine ed eroi titanici, che si stagliano prometeicamente nel loro mondo per portarci luce, anche quando quella luce è fatta di violenza e morte come nel caso di Kriminal. Nulla, dopo il loro passaggio, può più rimanere come prima e la cacofonia di colori e dettagli delle altre immagini ci sembra più vuota. In un certo senso si tratta di una poetica nichilista: il bianco contro il nero, l’aut-aut invece di un confronto che sappia farsi dialogo. Ma questo deve essere il rischio e l’affronto dell’arte: la capacità di metterci di fronte alle nostre luci ed alle nostre ombre per poterle riconoscere ed affrontare. Del resto Hitchcock decise di girare Psycho in bianco e nero non perché non avesse a disposizione il colore, ma perché sapeva che il rosso del sangue è molto più potente quando viene colorato dalla nostra immaginazione (anche se marpionamente la raccontava in altro modo). Perché sapeva che colorando di rosso il sangue ognuno con la propria fantasia, ognuno si sarebbe riscoperto, a proprio modo, un pezzetto di Norman Bates dentro di sé, ognuno sarebbe a suo modo stato la figura indistinta che vibra colpi al corpo nudo di Marion Crane.

Ecco allora che i nostri prometeici eroi del bianco abbagliante sul nero accecante diventano oggetto di desiderio e proiezione ben più degli omologhi già colorati, perché richiedono a noi di essere completati. Un po’ come la storia su un libro ha bisogno delle immagini nella nostra mente che noi creiamo a nostro piacere: l’ammiccamento erotico, il decadente romanticismo, l’inumana violenza, la grottesca vendetta, siamo noi a colorarli sulle immagini rappresentate e in questo modo le immagini non sono più solo dei fotografi o dei disegnatori, ma diventano, ma sono anche nostre.

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Psycho by Alfred Hitchcock

 

 

 

 

 

 

La magia di Darth Vader

0datrhQuest’estate, nel ripulire la cantina (leggi: eliminare vecchie videocassette, carta di varia provenienza, aggeggi inutilizzati da anni, ecc.) ho rispolverato (nel senso letterale del termine) i miei “vecchi” fumetti, ed in particolare la raccolta di albi di miniserie dedicate a Star Wars raccolte in volume da Magic Press e pubblicate alla fine degli anni ’90.

Per lo più la qualità è discreta, ma hey!, se è Star Wars è ok per me! In realtà all’epoca i volumi si erano accumulati, poi il matrimonio ed il cambio di passo nella vita me li aveva fatti accantonare in scatoloni passati per varie cantine. Poi tante sono le cose da fare, tanti i libri da leggere, che mai fino ad ora mi era venuta la voglio di andarli a recuperare. Ma ritrovandomeli per le mani nelle settimane scorse, ispirato anche dalle recenti letture e recensioni dei romanzi pubblicati da Multiplayer.it e dal nuovo film affidato a J.J. Abrahams in arrivo, ha fatto sì che mi venisse la voglia di leggerli e rileggerli.

Come già scritto la qualità sia di testi sia di disegni è mediamente discreta, ma sono improvvisamente capitato sulla miniserie di Darko Macan e Dave Gibbons dedicata a Darth Vader. Si tratta in realtà della miniserie in 4 numeri Vader’s Quest pubblicata da Dark Horse nel 1999 e da Magic Press in Italia nel decimo volume della collana dedicata a Star Wars. Per quanto occorra dire che qui Gibbons non è al suo meglio (troppo si somigliano i volti dei ribelli), riesce comunque ad ergersi sopra a molti altri illustratori della serie anche nella realizzazione “tecnica” di caccia spaziali ed astronavi. Ma la vera maestria è quella di Macan (scrittore croato di cui non sapevo nulla e che scopro essere noto a livello internazionale solo proprio per le sceneggiature dei fumetti della saga ideata da George Lucas dopo i quali ritorna a lavorare esclusivamente su fumetti e libri noti esclusivamente a livello locale) che ci descrive in maniera estremamente efficace il momento in cui Darth Vader scopre il nome del pilota responsabile della Morte Nera, la sua ricerca e al contempo la ritrosia nello svelare tale scoperta all’Imperatore. Macan è un vero maestro nel farci immaginare le emozioni di Darth Vader -invisibili dietro la sua maschera oscura – al risuonare sulle labbra del ribelle torturato del nome di Luke, che sappiamo essere il suo stesso nome. Reagendo nell’unico modo possibile ad un signore oscuro dei Sith, Darth Vader ordina l’uccisione di tutti i possibili testimoni e si lancia alla ricerca del pilota, innescando una piccolo (e onestamente non particolarmente interessante) dramma su un pianeta fedele all’Impero.

Ma se la trama non brilla per intensità compensa il contrasto tra le vicende contrapposte di Darth Vader, sconfitto nel suo primo faccia a faccia con Luke dal proprio turbamento interiore, e del pilota ribelle che, dopo aver dubitato della bontà delle intenzioni dell’Alleanza, si sacrifica da eroe per salvare un intero pianeta. Una grande sceneggiatura di un autore di cui sarei curioso di leggere di più, molto di più!

La malattia dei supereroi si chiama “reboot”

Superior-Spider-Man-5_CIl fumetto dei supereroi è in una fase di crisi. Tanto più grave perché la crisi è determinata principalmente dalle strategie di rilancio. La crisi ha un nome: “reboot”. “Reboot” è il ripartire dall’inizio per raccontare un personaggio come se fosse la prima volta che se ne parla senza essere condizionati dalle narrazioni precedenti. In particolare è una tecnica che al cinema ha dato ottimi risultati: pensiamo al Batman di Christopher Nolan o a The Amazing Spider-Man di Mark Webb che si è brillantemente scrollato di dosso la pesante eredità di Sam Raimi. Con il medesimo stratagemma si è pensato di risolvere anche i problemi derivati dall’accumulo non sempre razionale di storie, personaggi, svolte narrative delle serie a fumetti. Ecco ad esempio che la testata Amazing Spider-Man dopo il numero 600 (pubblicato in Italia il 29 agosto da Panini) riparte come Superior Spider-Man con un numero 1 che vede Peter Parker (apparentemente?) morto all’interno del corpo del Dottor Octopus dopo che questo è riuscito ad effettuare una scambio di mente col suo arcinemico e si prepara ad una nuova carriera da supereroe nel corpo di Spider-Man. Le risposte della redazione alle perplessità sollevate dai fan è stata sventolare le vendite del nuovo numero 1. Ovviamente senza riflettere che al di là del successo di un singolo numero (che viene acquistato anche per meri motivi collezionistici) la fedeltà (o meno) ad una serie la si ottiene anche con una intelligente perpetuazione del personaggio che deve – gattopardescamente – mutare in continuazione continuando ad essere coerente con se stesso.

Se possibile di peggio è accaduto a Batman. Da uno scrittore del calibro di Grant Morrison è stato fatto morire per mano del cattivo di proporzioni cosmiche Darkseid nel ciclo Crisi finale. La morte di Bruce Wayne porta alla Battaglia per il mantello dove i vari Robin si confrontano per capire chi sia il più degno ad ereditare la missione di Bruce Wayne. Alla fine è Dick Grayson, il primo Robin, a deporre i panni di Nightwing (figura creata dopo l’abbandono del mentore) per vestire quelli di Batman, affiancato nelle vesti di Robin dal figlio di Bruce e Talia al’Ghul: Damian. Nonostante il profondo trauma narrativo, ben presto il ritmo si assesta su ottimi livelli con un Batman più scanzonato che conduce un gustoso gioco “buddy-buddy” con Damian, ed il ritorno di Bruce (non morto ma scagliato in un’altra dimensione temporale) invece di rimettere tutto in discussione lo giustifica lasciando a Dick il compito di difensore di Gotham mentre egli stesso fonda la Batman Inc. una società che recluta vigilanti in costume al fine di garantire l’ordine mondiale.

batman-darkseidQuesta complessa architettura narrativa costruita nell’arco di circa 4 anni nel 2012 viene improvvisamente stravolta: la serie riparte col n. 1 (in Italia pubblicato da Lion in maggio), Dick riprende i panni di Nightwing ed un ringiovanito Bruce Wayne riprende la sua crociata a Gotham assieme al figlio. Poteva durare? Dopo solo 12 numeri la DC Comics sente l’esigenza di un nuovo reboot propinando ai lettori un albo con numerazione doppia (in Italia il n. 13 è contemporaneamente il n. 0) dove si riparte a narrare di nuovo le origini del personaggio.

In tutto questo continuo ripartire il mantenimento di una pur minima coerenza narrativa (prevista invece all’epoca di Morrison, nonostante tutti gli stravolgimenti) è pregiudicato.

Anche nel medium videoludico iniziamo ad assistere ai reboot perché siamo in presenza di serie ormai consolidate che nella loro forma sembrano aver ormai esaurito il carburante. Ecco allora il Tomb Raider di Crystal Dynamics o il DmC: Devil May Cry di Ninja Theory che rileggono in modo intelligentemente irrispettoso le rispettive saghe di riferimento. Batman: Arkham Origins, che si inserisce nel solco videoludico di quel capolavoro che è stato Batman: Arkham Asylum di Rocksteady, propriamente non è neppure un reboot, ma piuttosto un prequel che narra le vicende antecedenti sia al primo citato capitolo, sia al secondo: Batman: Arkham City. Lo fa, orfano dello sviluppatore originale, grazie ad un team interno di Warner Bros. Games, ampliando la già considerevole mappa a disposizione del giocatore in Arkham City e in ciò mostrando di non aver capito gli errori compiuti nel secondo capitolo. In Arkham Origins impersoniamo un Bruce Wayne più giovane che percorre le strade steampunk di Gotham City cercando di catturare Maschera Nera mentre quest’ultimo gli scatena contro 10 supervillain desiderosi d’intascare la taglia che ha batman-arkham-origins-headermesso sulla nostra testa. Ovviamente ci sono anche stavolta gli enigmi dell’Enigmista da risolvere e numerose sub-quest e sfide ambientali da risolvere, senza contare che Gotham sembra un’immensa Arkham City, percorsa esclusivamente da criminali desiderosi di prenderci a legnate. E allora il gameplay di Arkham Origins ricorda fin troppo Knightfall, la prima parte della saga (pubblicata tra il 1993 ed il 1995) che vede Batman impegnato ad arginare muscolarmente l’esplosione di criminalità a Gotham, scatenata da Bane al fine d’indebolirlo ed alla fine distruggerlo mentre un giovanissimo Tim Drake, non ancora terza incarnazione di Robin, tenta di farlo rinsavire ricordandogli le sue doti investigative. In Arkham Origins non è che non ci sia la modalità detective, ma è quasi ininfluente l’utilizzarla mentre in Arkham Asylum era una risorsa fondamentale. Ecco, alla fine Arkham Origins è un – sia pur buono – picchiaduro a scorrimento con qualche più o meno interessante enigma da risolvere e con numerosi boss davvero impegnativi da sconfiggere. Ma non aspettatevi una storia di Batman che vi cambi la vita com’era successo per Arkham Asylum, fumetto o videogioco.

articolo pubblicato su Alias del 23 novembre 2013

Nessun dove revisited

Avevo scritto a suo tempo la recensione dell’edizione italiana di Nessun dove per il Mucchio Selvaggio esprimendomi entusiasticamente considerando l’emozione che l’opera mi aveva suscitato. Devo dire però di essere stato roso dal dubbio di aver esagerato quando una mia frase è stata utilizzata come presentazione delle successive edizioni da parte dell’editore (ancora oggi si può leggere sulle edizioni dopo la prima e anche sul sito dell’editore – http://www.fanucci.it/libro.php?id=11100 -): “Neil Gaiman con Nessun dove scrive un’epopea assolutamente indimenticabile su come avremmo potuto essere e su cosa siamo invece diventati”. Ciò nonostante abbia sempre estremamente apprezzato le prove narrative di Gaiman (con la parziale eccezione di American Gods) continuando per lo più a scriverne il meglio possibile.
È perciò con qualche trepidazione che ho preso in prestito dalla biblioteca (per la quale del resto io stesso l’ho a suo tempo acquistata) la versione a fumetti di Nessun dove. E se mi fosse capitato con Gaiman quello che che m’è successo ad esempio con Alfred E. Van Vogt, uno dei miei autori di fantascienza preferiti ai tempi dell’adolescenza che oggi non riesco a rileggere neanche sotto tortura?
Tolgo subito me stesso dall’impiccio e il lettore dalla curiosità svelando: niente affatto, ho divorato la storia e mi sono ritrovato commosso alle lacrime alla fine. Certo, qui il merito va anche agli autori del fumetto, Mike Carey ai testi e Glenn Fabri ai disegni (la scheda completa del volume: *Nessun dove / [basato sul romanzo di] Neil Gaiman ; [Mike Carey testi ; Glen Fabry disegni ; Tanya & Richard Horie colori ; Neil Gaiman consulenza]. – Barcelona : Planeta De Agostini, ©2007. – 1 v. : ill. ; 26 cm. ((Questo v. raccoglie Neil Gaiman’s Neverwhere 1-9 (2005, 2006).). Un unico appunto forse è possibile farlo proprio al disegnatore: la sequenza della battaglia con la bestia di Londra di sotto è forse eccessivamente “tirata via” considerando la potenzialità spettacolare dello scontro. Ma è davvero un piccolissimo neo per una storia ben raccontata ed eccelsamente disegnata (a proposito a qualcun altro il modo in cui Fabry visualizza il marchese di Carabas ricorda i personaggi manariani?). E che ci fa essere tutti alla fine tanti Richard Mayhew esiliati nelle banalità del mondo ordinario a dispetto appunto di quello che avremmo potuto essere. E allora, riandando alla citazione della mia recensione, Gaiman ci ricorda quello che avremmo potuto essere – eroi, furfanti, angeli decaduti, killer spietati, cacciatori infallibili – e che in qualche modo sembravano traguardi alla nostra portata durante l’infanzia, ma a cui abbiamo in qualche modo volontariamente rinunciato per avere accesso alla vita “normale”. In fondo Nessun dove, come Peter Pan, è una storia sull’amarezza del dover crescere, del dover diventare adulti essendo costretti ad abbandonare i sogni (e gl’incubi) dell’infanzia, sull’amarezza di chi, a differenza di Richard e di Peter, non può restare/ritornare sull’Isola che non c’è o nella Londra di sotto. Il cumulo di banali ma soverchianti incombenze della vita “normale” ci fa solitamente dimenticare, da adulti, dei sogni e delle emozioni che abbiamo provato da ragazzi e da ragazze e il merito di Gaiman (forse un merito doloroso, ma non meno grande) è quello di avercele, almeno per un attimo, ricordate e fatte rivivere.

RICOMINCIA BATMAN

Batman/Dick (con Damian)
Batman/Dick (con Damian)

Col mese di maggio, assieme a tutte le altre testate DC (ovvero Flash, Justice League, Lanterna Verde, Superman, Wonder Woman e Freccia Verde e Giovani Titani) pubblicate in Italia da Lion Comics/RW Edizioni, Batman riparte dal numero 1. Il ricominciare da zero (o meglio, da uno) non è una particolare novità per prodotti seriali longevi: non è possibile riproporre per decenni la stessa cosa, occorre aggiornare temi, personaggi, ambientazioni, ecc. A volte gli aggiornamenti s’accavallano producendo mostruosità, a cui è necessario imporre un drastico ordine. La prima volta che è successo, nell’universo DC, è stato a metà degli anni ‘80 col mega cross-over Crisis on Infinite Earth. L’enorme saga di Crisis era servita per fare piazza pulita di tutte le varie dimensioni alternative che erano state create di volta in volta dagli sceneggiatori per giustificare le varie ucronie prodotte dalla necessità di aggiornare i personaggi senza contemporaneamente cancellare del tutto le avventure precedentemente vissute.

Un intento analogo, ma con furore creativo decisamente minore, è presente in questa nuova ripartenza. Il problema è che lo scenario, con gli ultimi numeri della “vecchia” numerazione, si era fatto alquanto interessante: Batman/Bruce Wayne era riuscito a ritornare indenne dal vortice temporale in cui lo aveva scagliato il confronto con Darkseid ma non aveva soppiantato Dick Grayson che durante la sua assenza lo aveva sostituito nei panni di Batman preferendo lasciare alla coppia Dick/Damian la cura di Gotham per creare un coordinamento mondiale di supereroi sotto l’egida della Batman Incorporated. Il “nuovo” Batman impersonato da Dick Grayson non soffre degl’incubi di morte che perseguitano Bruce rendendo il suo personaggio più allegro e dinamico, per certi versi più debole e meno granitico (negli scontri coi criminali) ma più atletico e maggiormente sicuro di sé. A fargli da controcanto c’è Damian Wayne, figlio irascibile e intrattabile di Bruce e di Talia Al Ghul, che veste i panni di Robin per seguire l’esempio del padre e che accetta di malavoglia la guida di Dick criticandolo e facendo spesso di testa propria. In questo scenario Bruce si inserisce quando gli “interessi” della Batman Inc. tornano a farsi sentire a Gotham e quando occorre rinserrare le fila della squadra di vigilantes che opera nella metropoli.

Batman/Bruce
Batman/Bruce

Dopo lo shock della morte di Batman/Bruce Wayne e il contro-shock dello scoprirlo (come sempre sostenuto da Tim Drake/Red Robin) vivo ma perso nel tempo, lo scenario si era stabilizzato su un livello eccellente ed assai promettente per le storie future… quand’ecco l’azzeramento e la ripartenza. Contrordine: Dick torna a fare Nightwing e Bruce a occuparsi dei criminali gothamiti assieme al figlio. Per quanto la storia sia interessante ed ottimamente disegnata, non può lasciare un po’ d’amaro in bocca. Allora a questo punto perché non mandare a scuola Damian e rispolverare il buon Tim, forse il Robin con le migliori doti investigative? Ovviamente ogni ripartenza suscita traumi e perplessità, ma c’era davvero bisogno di un tale stravolgimento più che altro cosmetico, dopo stravolgimenti narrativi ben più significativi succedutisi ai danni della Bat-family almeno dal 2006 quando Grant Morrison aveva preso le redini del personaggio?