IL CERVELLO CHE LEGGE E LA LETTERATURA ERGODICA

Recentemente ho letto il libro di Maryanne Wolf Lettore, vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale (Vita e Pensiero, 2018). Il tema del libro è l’analisi della neurofisiologia della lettura vista come un sistema complesso di abilità del cervello messo a rischio dal mondo digitale con le sue convenzioni di lettura frammentata, superficiale, disattenta. In realtà qui mi interessa però l’analisi neurofisiologica della lettura che mostra come tale attività – squisitamente artificiale – sia un mezzo per permettere alla persona che legge di apprendere sfruttando l’abilità dei “neuroni “specchio” di attivare aree del cervello corrispondenti alle abilità descritte nella narrazione che stiamo leggendo. Per fare un esempio pratico se io leggo di cowboy che stanno cavalcando esausti nella prateria, il mio cervello attiverà le aree relative all’attività del cavalcare, ma anche quelle relative alla stanchezza. Di più: attraverso la lettura possiamo sperimentare altri modi di vita, possiamo immergerci nella vita e nelle abitudini di altre persone, facendo esperienza della diversità materiale e culturale. Nelle parole della Wolf:

…quando leggiamo narrativa, il cervello simula attivamente la coscienza di un’altra persona, incluse quelle che altrimenti neppure immagineremmo. Questo ci consente, per alcuni momenti, di provare davvero ciò che significa essere un altro, con tutte le emozioni e gli sforzi simili, o molto diversi, che governano la vita degli altri. I circuiti della lettura sono sviluppati o raffinati da tali simulazioni; lo stesso succede alla vita quotidiana, anche alla vita di chi vorrebbe diventare un leader e guidare gli altri. (p. 54, corsivo mio)

Il meccanismo qui presentato in opera nella lettura è quello della simulazione. La simulazione ci permette di conoscere (con il grado di conoscenza più alto: quello derivante dall’esperienza personale) qualcosa di cui non abbiamo attualmente o di cui non possiamo fisicamente avere esperienza. Questo meccanismo opera anche nei – anzi, è alla base dei – videogiochi.

E questo mi riporta al concetto di letteratura ergodica proposto da Espen J. Aarseth nel suo libro – considerato un testo fondamentale dei “game studies” – Cybertext. Perspectives on Ergodic Literature (John Hopkins University Press, 1997). Per Aarseth i videogiochi sono “letteratura ergodica” in quanto, a differenza della letteratura “tradizionale” richiedono espressamente al fruitore/giocatore uno sforzo fisico (l’attività ludica) per essere fruiti. Aarseth cita espressamente alcuni testi letterari liminali tra il puramente letterario e l’ergodico. Di questi, negli anni scorsi, ne ho letti tre per cercare di capire la transizione tra il letterario “puro” e l’ergodico. I tre testi erano: Rayuela di Julio Cortazar, Dizionario dei Chazari di Milorad Pavic e Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. In Rayuela una storia sostanzialmente lineare viene divisa in segmenti ed arricchita con elementi aggiuntivi. Cortazar fornisce al lettore la possibilità sia di leggere linearmente la storia, sia di leggere in modo consequenziale la storia stessa con i materiali aggiuntivi fornendo una mappa (non esaustiva) di lettura. Pur trattandosi a parer mio (che amo visceralmente la scrittura cortazariana) del più affascinante dei tre, tuttavia al lettore non è richiesto particolare sforzo di ricomposizione, tanto più che la maggior parte dei materiali aggiuntivi in realtà servono a dar “colore” piuttosto che ad aggiungere elementi cruciali alla narrazione. In Se una notte d’inverno un viaggiatore il caso del libro introvabile, nel senso che ogni volta che si pensa di averlo trovato esso in qualche modo muta, è interessante dal punto di vista della riflessione su cosa sia effettivamente un testo e come in realtà continui a mutare anche quando lo crediamo immutabilmente fissato sulla carta stampata, ma si tratta di uno sforzo d’immaginazione e riflessione intellettuale piuttosto che un’attività ergodica propriamente detta. Da questo punto di vista forse il testo effettivamente più interessante è il Dizionario dei Chazari perché ricostruisce la presunta storia del mitologico popolo dei Chazari attraverso frammenti ricavati da tre prospettive diverse ed alternative: islamica, ebraica e cristiana. Ogni prospettiva fornisce un quadro ed un’interpretazione valoriale diversa di personaggi ed eventi apparentemente uguali o simili pur presentandone anche di originali non presenti nelle altre versioni. Al lettore, senza alcuna indicazione o mappa fornita a monte dallo scrittore, è lasciato il compito di ricostruire la “vera” natura dei Chazari. Ma anche attestando il fascino del complesso labirinto narrativo intessuto da Pavic, ho desistito dall’impresa, perché qualsiasi tra i più banali e prosaici libri-game hanno maggiore “ergodicità” di questi tre capolavori della letteratura. La parziale conclusione a cui all’epoca ero giunto era dunque che l’unico legame tra letteratura e videogiochi restassero appunto i libri-game in cui la ludicità era inserita non come gioco intellettuale all’interno della narrazione ma piuttosto come sistema ludico necessario per la lettura dell’opera.

Fino appunto al libro di Maryanne Wolf che spiega neurofisiologicamente come la lettura, la lettura profonda di un testo cartaceo, sia un’attività intrinsecamente ergodica. Un’attività che vede in opera il lavoro del cervello per creare una simulazione delle situazioni e delle attività di cui stiamo leggendo con cui “allenare” i diversi altri circuiti cerebrali a quelle attività preposti. Questo in realtà risponde a molti miei dubbi e chiarisce alcune delle intuizioni che ho sempre sostenuto: quella in particolare della somiglianza tra la passione videoludica e la passione letteraria. Dal punto di vista neurofisiologico la letteratura è un videogioco in forma letteraria e il videogioco è letteratura in forma ludica. Il “sistema” in gioco è fondamentalmente lo stesso: nel videogioco, a differenza che nella lettura, la maggior parte del lavoro di simulazione viene spostato all’elaboratore per permettere l’attività ludica vera e propria; mentre nella lettura profonda l’attività ludica è un piacere intellettuale derivante dal lavoro di simulazione e decodifica affidato al cervello.

Non si pensi che lo stesso valga automaticamente per qualsiasi altro media. La visione di un film ad esempio è spesso un’attività passiva, indipendentemente dall’attività cerebrale o intellettuale che impieghiamo, così come l’ascolto di un brano musicale o l’osservazione di un’opera d’arte. Al contrario la lettura, soprattutto la lettura profonda, non procede, non può procedere passivamente e richiede al contrario un espresso investimento di energie da parte del lettore. Esattamente alla stregua del videogioco. Ecco allora che quando la Wolf parla dei videogiochi come ausilio all’introduzione alla lettura mediante un’attenta scelta e valutazione degli stessi da parte di educatori, genitori ed insegnanti, ha ragione probabilmente al di là delle sue intenzioni. Non si tratta infatti solo di scegliere quei videogiochi che possano contenere in misura maggiore testo o che possano piacevolmente e intelligentemente rimandare all’universo letterario, ma piuttosto di trovare e forse ancora più importante di creare quei videogiochi che possano mostrare in maniera diretta ed esplicita il legame intrinseco già presente tra videogiochi e letteratura. E sto espressamente pensando alle vecchie avventure testuali (ricordate Zork?) ed alle possibilità che questo genere potrebbe avere con le tecnologie oggi a disposizione e con la consapevolezza letteraria ed educativa dei traguardi possibili con le nuove dimensioni digitali. Potrebbe essere oggi cominciare ad essere pensabile la creazione di un Sussidiario illustrato della giovinetta?

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Libri letti nel 2018

  • Preacher. Libro secondo di Garth Ennis e Steve Dillon

  • Rise of the Videogame Zinester di Anna Anthropy

  • Libraries Got Game di Brian Mayer e Christopher Harris

  • Superman. Red Son di Millar, Dave Johnson, Kilian Plunkett

  • An Introduction To Game Studies. Games In Culture di Frans Mäyrä

  • 30 giorni di notte di Steve Niles e Ben Templesmith

  • Preacher. Libro terzo di Garth Ennis, Steve Dillon, Steve Pugh e Carlos Ezquerra

  • Storytelling crossmediale di Diego Cajelli e Francesco Toniolo

  • La leggenda di Arslan 8 di Hiromu Arakawa e Yoshiki Tanaka

  • Aliens. 30° anniversario di Mark Verheiden e Mark A. Nelson

  • Preacher. Libro quarto di Garth Ennis, Steve Dillon, Peter Snejbjerg, Richard Case e Carlos Ezquerra

  • Daodejing. Il canone della Via e della Virtù di Laozi

  • Diabolik fuori dagli schemi a cura di Daniele Brolli e Mario Gomboli

  • Providence 1 di Alan Moore e Jacen Burrows

  • La leggenda di Arslan 9 di Hiromu Arakawa e Yoshiki Tanaka

  • Safari Honeymoon di Jesse Jacobs

  • E così conoscerai l’universo e gli dei di Jesse Jacobs

  • Crawl space di Jesse Jacobs

  • I nostri valori. La biblioteconomia nel XXI secolo di Michael Gorman [riletto]

Un giovanotto in Afghanistan

apsRecentemente ho visto 12 Soldiers, film di Nicolai Fuglsig con Chris Hemsworth su un commando di soldati americani nell’Afghanistan post 11 settembre. La visione del film che mi ha colpito non tanto per la retorica bellicistica quanto per la rappresentazione dello spaesamento degli americani, paracadutati in un paese di cui non conoscono nulla, neppure la lingua (ed i rapporti all’inizio sono tenuti tramite la lingua dell’antico comune nemico: i russi) mi ha fatto ricordare che ancora dovevo leggere il primo libro di uno dei miei autori preferiti: William T. Vollmann. Si tratta di Afghanistan Picture Show ovvero, come ho salvato il mondo rimasto a prendere polvere in cantina per oltre dieci anni. Ma nonostante l’edizione italiana sia (per i tipi di Alet) del 2005, Vollmann lo pubblicò in origine nel 1992 e lo terminò almeno cinque anni prima.

Afghanistan Picture Show è la storia di come Vollmann nel 1979, ventenne, si appassionò alle sorti dell’Afghanistan invaso dall’Unione Sovietica e di come preparò ed attuò un viaggio in Pakistan e in Afghanistan nel 1982 per documentare le violenze sovietiche e raccogliere fondi negli Stati Uniti a favore dei ribelli afghani. In realtà la maggior parte del tempo Vollmann la trascorre in Pakistan, a Peshawar, in casa di un generale afghano in esilio, parlando con i capi della resistenza in Pakistan, con funzionari pakistani ed internazionali che gestiscono gli aiuti per i profughi, con i profughi stessi, sia quelli più fortunati che si possono pagare la permanenza in città sia con i moltissimi costretti a vivere in condizioni miserrime nei campi. Ma Afghanistan Picture Show non è solo un diario ma, come perfezionerà lo stile Vollmann nelle sue opere successive è una vera e propria opera narrativa, dove un Vollmann più adulto e maturo osserva il vagabondare di se stesso “giovanotto” che ingenuamente pone domande sbagliate a gente sbagliata mentre si contorce tra i dolori della dissenteria. Che vede (quasi per tutto il libro) l’Afghanistan lontano come la proiezione del campo di battaglia infantile costituito dalle coperte del proprio letto piegate a montagne e valli in cui non voleva immaginarsi per timore che la guerra lo coinvolgesse davvero. Che paragona l’attraversamento dei torrenti afgani, trascinato e talvolta trasportato pietosamente dai mujahiddin, al trekking estremo a cui lo costringeva una ragazza di cui era innamorato.

Ma al fondo del libro sta la futilità delle buone intenzioni di quel giovanotto (e di qualsiasi altro giovanotto, magari non più così giovane ma comunque accecato dai buoni ideali) di fronte agli interessi materiali di potenze che paiono quasi aliene. Non un caso che il giovanotto alla fine i russi li vedrà solo di lontano e assisterà ad una battaglia di cui praticamente non riuscirà a raccontare nulla, prima che venga riportato a Peshawar prima e in America poi. Solo per scoprire che a pochi o a nessuno tra la gente “normale” importa delle sofferenze afghane e che la questione resta un mero strumento di politica estera per spostare gli equilibri tra più-o-meno-super potenze. In tutto il suo viaggio Vollmann si deve affidare a traduttori perché il suo pashtun malamente masticato a partire da dizionari non viene capito dalle persone che lo piegano ognuno al proprio dialetto specifico. Così il vero alieno della situazione è lo stesso Vollmann, e in qualche modo tutti gli americani (e occidentali) che credono di informarsi ed essere vicini alle situazioni di crisi. E il libro è tanto più affascinante quanto più – come già osservato – non si riduce a diario o a cronaca ma diventa contemporaneamente riflessione, autobiografia, studio storico, psicologico, politico…

Un libro da leggere assolutamente, tanto più oggi che viviamo nel mondo frutto dell’evento epocale non solo americano del 9/11/2001 che trova radici anche nel mondo e negli uomini (e donne) così minuziosamente raccontati da Vollmann nel suo libro.

Vollmann

Libri letti nel 2017

la peccerella

Veronica La Peccerella Video Game Diaries

millennium

Mike Costa et al. Avengers: Millennium

rayuela

Julio Cortazar Rayuela

disassembled

Brian Michael Bendis Avengers Disassembled: divisi, cadiamo

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Julio Cortazar Componibile 62

chazari

Milorad Pavic Dizionario dei Chazari

marsano

Martina Marsano Serious game e lifelong learning: apprendere nella società della conoscenza

gasparello

Anna Gasparello Libri per bambini (con bisogni) speciali

nexus

Jason M. Hough e K. C. Alexander Mass Effect: Andromeda. Nexus Uprising

soggettazione

Maria Chiara Giunti Soggettazione

superbetter

Jane McGonigal SuperBetter

arslan6

Yoshiki Tanaka e Hiromu Arakawa La leggenda di Arslan 6

coco

Nicola Coco Videogiochi e copyright

costantino

Maria Antonella Costantino Costruire libri e storie con la CAA

calvino

Italo Calvino Se una notte d’inverno un viaggiatore

arslan7

Yoshiki Tanaka e Hiromu Arakawa La leggenda di Arslan 7

preacher

Garth Ennis e Steve Dillon Preacher. Libro primo

gomme

Alain Robbe-Grillet Le gomme