Recensione pubblicata in forma molto ridotta sul Mucchio Selvaggio di ottobre


Cormac McCarthy La strada (Einaudi, € 16,80) pp. 218

Su Duellanti dello scorso febbraio/marzo, Matteo Bittanti recensiva l’edizione originale dell’ultimo romanzo di McCarthy come se si trattasse di un videogioco (la recensione si può trovare anche su www.videoludica.com cercando “cormac”). La giustificazione era l’abbinamento al gioco postapocalittico S.T.A.L.K.E.R. che trasporta il giocatore in una Chernobyl devastata da un secondo incidente atomico. Ma per altri versi il nuovo romanzo di McCarthy non potrebbe essere più lontano da un videogioco o da un “moderno” film di fantascienza. Anzi, dato che la fantascienza si è quasi completamente trasformata in fantasy parascientifica, La strada non sembra più potersi etichettare, proprio per la profondità anti spettacolare che contraddice le regole del genere, e che impedisce a priori che tale romanzo possa essere pensato sub specie videoludica. Per trovare qualcosa di paragonabile dobbiamo spostarci, nello spazio e nel tempo, fino almeno ad arrivare allo Stalker tarkovskiano (ed è qui che ritrova un minimo di senso la provocazione bittantiana).

Ma di che parla dunque La strada? Il tempo è il prossimo futuro. Il luogo un angolo imprecisato di quelli che un tempo erano gli Stati Uniti d’America dove un uomo e suo figlio cercano di raggiungere il sud sperando di trovarvi un clima meno inclemente e una minore penuria di risorse. L’ambiente che circonda i protagonisti è un deserto fatto di nubi di cenere che oscurano il sole, di scheletri di città e boschi bruciati. Gli esseri umani, che all’inizio sembrano scomparsi, intersecano più volte il percorso di padre e figlio ma si tratta di mostri che si cibano di carne umana (non a caso la madre/moglie li ha abbandonati proprio per evitare di essere stuprata prima e divorata poi) e la preoccupazione più grande dell’uomo, ancor prima che trovare il cibo, è quella di impedire alla mente del bambino di venire corrotta dalla visione di tali atrocità.

Ma, diversamente dagli altri romanzi di McCarthy, il tema ricorrente del viaggio verso il sud non si rivela una tragedia. Certamente una delusione dato che il mare è un morto ricettacolo di creature morte esattamente come la terra e l’aria, ma l’attraversamento della “waste land” bruciata e percorsa da mostri (il tutto tanto più angosciante in quanto McCarthy nulla dice della causa dell’una o degli altri) non è stato inutile. Il fuoco che entrambi portano non si estinguerà e altri che rifiutano il cannibalismo come estrema ratio della sopravvivenza esistono. Altrove nella prosa mccarthiana (in particolare nella trilogia dei cavalli) il viaggio al sud è la ricerca di una dimensione maggiormente umana e originaria dell’esistenza che viene frustrata per l’impossibilità di conservare un nucleo originario di fronte alla tempesta del progresso. In La strada, il grado assieme zero e ultimo del progresso – la distruzione dell’intero habitat terrestre – rende possibile la conservazione del “fuoco”. Non un caso neppure il fatto che il legame tra i due personaggi non sia immediatamente biologico. Il tramandare il fuoco della civiltà (il rifiuto di mangiare altri esseri umani) e il conservarlo non è affare da donne. Né della madre del bambino che li abbandona prima ancora che abbia inizio il viaggio, né di altre donne e madri incrociate lungo la strada, impegnate a assecondare il lato deteriore dei maschi, o addirittura a divorare i figli appena partoriti. Non un caso neppure che l’amore reciproco ritratto con sublime finezza psicologica (unita ad una felicità letteraria degna di Meridiano di sangue) trovi discordia unicamente sulla considerazione delle storie. Mentre il padre ama narrare di come era il mondo prima di precipitare nell’abisso, il bambino non solo non vuole ascoltare, ma rifiuta di raccontare anche le proprie (i sogni): le prime troppo belle per il mondo, le seconde troppo brutte per servire a tirare avanti. In questo senso La strada è un romanzo soprattutto sulla fine delle storie (e della Storia) necessaria per conservare il senso profondo dell’essere umani.


PS
La recensione è stata scritta prima di vedere la pubblicità della Einaudi per il romanzo che dice testualmente:
La commovente odissea di un padre e di un figlio in un mondo devastato dall’ultima di tutte le guerre.
Ora è evidente e da denunciare la malafede nel cercare di agganciare il romanzo di McCarthy all’angoscia (legittima) per la traballante situazione politica mondiale e per il terrorismo come forma aberrante di conflitto. Nel romanzo non si parla di guerra. Si parla di conflitto, ma del conflitto che gli uomini disperati oltre qualsiasi considerazione razionale o etica portano agli altri esseri umani invece di tentare di costruire assieme a loro un nuovo futuro. Per certi versi allora l’intenzione dell’autore sembra proprio l’esatto contrario del lancio pubblicitario Einaudi: non l’angoscia ci può aiutare, ma la fredda determinazione a portare avanti, contro tutto e contro tutti, la fiamma dell’umanità e della speranza.

http://www.cormacmccarthy.com/
    The Official Web Sites of the Cormac McCarthy  Society
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