Conlon Nancarrow o la musica meccanica riportata in vita

MI0003306384E’ da un po’ che mi frulla per la testa di stendere qualche riflessione sulla musica di Conlon Nancarrow. Di origini statunitensi, dopo la sua iscrizione al Partito Comunista e la sua partecipazione alla guerra civile spagnola, per evitare ritorsioni governative, riparò in Messico e lì visse (e lavorò) per il resto della sua fine fino all’anno della morte, il 1997, a 84 anni (fonte: Wikipedia).

La principale produzione musicale di Nancarrow è destinata all’esecuzione su “player piano” o “pianoforte meccanico”. I suoi lavori vista l’estrema complessità (quando non la vera e propria fisica impossibilità) richiesta agli esecutori, sono “scritti” su nastri di carta perforata destinati all’esecuzione “automatica” (nel senso letterale del termine). Tutte le sue composizioni per “player piano” sono di recente state pubblicate dall’etichetta tedesca MDG Scene grazie all’interessamento di Jurgen Hochner che ha messo a disposizione sia i rulli con le composizioni che gli strumenti necessari per la riproduzione: un Bosendorfer Grand Piano dotato di un Ampico Player Piano Mechanism del 1927.

Per avere un’idea della musica di Nancarrow si ascolti lo Studio N. 3c (https://youtu.be/-9bWEvTN6nM).

 Ora la maggior parte della musica che ascoltiamo è musica “meccanica” dato che la riproduzione (ma anche buona parte della produzione) avviene non direttamente dallo o dagli strumenti all’ascoltatore come in un concerto di musica classica ma piuttosto viene mediato da microfoni e amplificatori, registrato, remixato, inciso, riprodotto su apparecchiature molto differenti le une dalle altre. Nancarrow, con assoluta preveggenza, ha esteso la meccanicità della riproduzione alla fonte, all’esecuzione stessa della sua musica. I suoi studi per player piano non sono eseguibili da un essere umano. Pur avendo le proprie radici nella musica folk e blues americana, le sue composizioni sono dis-umane perché possono dall’essere umano essere esclusivamente ascoltate, non suonate.

MI0001190162Per questo è geniale l’idea di trascrivere i suoi studi per quintetto di fiati (con l’aggiunta di un pianoforte) da parte del Calefax Reed Quintet (e di Ivo Janssen al piano). Non a caso il sottotitolo del CD è: “musica meccanica portata alla vita” in quanto le varie linee ritmiche melodico-ritmiche sono suddivise sui 5/6 esecutori, rendendone possibile l’esecuzione da parte degli esseri umani, e contemporaneamente traducendo le sonorità del piano in timbri resi attraverso fiati. Per esempio si ascolti lo stesso studio di prima come eseguito dal Calefax Reed Quintet (https://youtu.be/rQdRTSFMq38).

 Per quanto ovviamente “solo” l’esecuzione torni ad essere umana e tutto il resto del processo di registrazione/incisione/riproduzione resti meccanico, questa esecuzione mostra come la musica di Nancarrow non sia esclusivamente una curiosità per collezionisti musicali, ma che possieda un’espressività di assoluta rilevanza che finora non è stata sufficientemente ascoltata/analizzata. Rilevanza che oggi, nell’epoca della musica elettronica e digitale, assume un significato ancor più pregnante. A differenza che nel secolo scorso, oggi la musica meccanica, nella sua versione digitale, è praticamente ubiqua e indistinguibile da diversamente prodotte musiche. La lezione di Nancarrow in questo senso mi sembra andare in direzione di una spinta all’autenticità “meccanica”: non creare con gli strumenti a disposizione musiche che potrebbero essere realizzate anche analogicamente, ma piuttosto spingere le possibilità dei mezzi a disposizione ai confini estremi delle loro possibilità espressive, piegando non le possibilità tecniche dell’esecuzione all’ascolto ma esigendo dall’ascoltatore di inerpicarsi sulle vette di sonorità in-audite.

http://conlonnancarrow.org/nancarrow/Home.html

http://www.mdg.de/indexeng.htm

http://calefax.nl/en/

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Nuovo DNA per la pop music

anna_f_dna.jpg___th_320_0Un paio di notti fa ero a fare gli esercizi da vecchietto per la schiena mentre tutto il resto della famiglia era (finalmente) andato a letto. Rapida scorsa sui canali Sky per verificare se c’era qualcosa di minimamente interessante da mettere come sottofondo per la noiosa teoria di allungamenti e flessioni. Nessuna serie e nessun film di mio gradimento così sono finito nell’ultima spiaggia dei canali musicali scoprendo che su uno di quelli targati MTV c’era la programmazione dedicata ai “video sexy”. Se la musica è normalmente di merda, quantomeno si riesce a vedere un quantitativo minimo di pelle scoperta di belle figliole (sempre che non mi capiti come successo una volta una teoria di bei figlioli, meno interessanti al sottoscritto). Un esempio? Kiss Kiss di Holly Valance è uno dei video passati nel palinsesto. Poi passa un video di un’artista sconosciuta: Anna F. Il titolo del video: DNA. La cantante è sì carina, ma non “così” carina (e poco vestita) da giustificare l’inserimento del video nella categoria “sexy”. Però è molto meglio. Nel senso che lei (scopro poi austriaca e trentenne dalla Wikipedia in lingua tedesca) canta bene su una base musicale che sembra elettronica e invece è “claphands”. Ed è quello che fa Anna F. col suo gruppo: elettronica senza l’elettronica. Non solo! Lasciando da parte i pur bei video (non solo musicalmente: anche regia, montaggio e fotografia non sono per niente male!) presenti sul suo sito ufficiale, su Youtube si trovano registrazioni live in cui Anna F. si dimostra portata non solo nel canto ma anche con la chitarra acustica. E la sorpresa più grossa arriva proprio con le versioni live di DNA, che, se non supportano il clapphanding ossessivo della versione nel video (e immagino nel CD), mostrano che il brano viene eseguito con un tamburo costituito da una scatola di cartone e con un bassotuba.

Per uno come me che ormai da una decina d’anni non segue più la stampa musicale e praticamente non si interessa più di gruppi/proposte musicali nuove, è stata una sorta di folgorazione. Vado a vedere la scheda su Allmusic ed ordino immediatamente i due album ufficiali di Anna F.: …For Real (Moerder / Rough Trade, 2010) e King in the Mirror (Island / Polydor / Universal, 2014).

Se vi interessa, i video ufficiali sono sul suo sito: http://www.annaf.com; ed altri possono essere visti sul suo canale Youtube: https://www.youtube.com/user/OfficialAnnaF

Qui di seguito qualche live non presente nelle due risorse riportate sopra:

Anna F. unplugged auf delta radio Funkhausdach mit “DNA”

 

Anna F. “Too far” acoustic Version live beim radioeins Parkfest

 

ANNA F. third opening gig with LENNY KRAVITZ – Debrecen,Hungary June 2009

 

 

MUSICA PER VIDEOGIOCHI

lpo-videogames-eng-srgb72La musica composta per fungere da colonna sonora per i videogiochi comincia ad avere riconoscibilità ed appetibilità anche al di fuori della cerchia degli appassionati. Testimonianza ne sono i concerti dedicati ad essa e CD come quelli della London Philharmonic Orchestra diretta da Andrew Skeet (X5 Music Group) che propongono The Greatest Video Game Music. Ovviamente si tratta di musica che si deve adattare alle situazioni proposte dal videogioco come succede per la musica cinematografica. Anche se il compito del compositore è meno semplice perché lo sviluppo di un videogioco non è forzatamente lineare come quello di un film ma può variare e determinate azioni del giocatore possono e devono innescare parti del gioco accompagnate da un’adeguato commento musicale. Questo, se complica la vita al compositore, gli permette tuttavia di far sì che il giocatore – coinvolto “fisicamente” nel mondo di gioco – viva la musica in maniera estremamente diretta ed emotiva.

Un esempio personale. Il gioco di ruolo fantasy Gothic 3. Durante una quest, giunta la notte, ho fatto dormire il protagonista in una capanna al limitare di un bosco. Quando mi sono svegliato era l’alba. All’uscita della capanna il mondo del gioco era illuminato da una luce soffusa e magica ed è partito il brano Vista Point dalla colonna sonora realizzata dai Kai Rosenkranz: uno stupendo brano d’impostazione “pastorale” che ha contribuito a rendere indelebile nella mia memoria quel risveglio, quasi fosse un evento vissuto realmente.

Analoghe sensazioni si possono avere con la colonna sonora di Metal Gear Solid in cui dopo tutto un gioco passato ascoltando una martellante musica elettronica si arriva al finale, mentre scorrono i titoli di coda, con la sigla The best is yet to come che (oltre a promettere i meravigliosi sviluppi che i videogiocatori hanno potuto sperimentare con i titoli successivi) spiazza l’udito con una dolce ballata in gaelico; o nel video introduttivo di Final Fantasy VIII, che è anche una sorta di trailer del gioco presentando i principali antagonisti impegnati in un furioso duello.

In alcuni casi alla musica originale vengono affiancati brani preesistenti come per BioShock dove ad una colonna sonora che richiama i cromatismi di Edgard Varese si aggiungono classici jazz anni ’50 che si inseriscono perfettamente nell’ambiente della godereccia città sottomarina trasformatasi in incubo, oppure nella serie di Grand Theft Auto dove viene ricreata l’illusione di smanettare sull’autoradio delle autovetture che rubiamo potendo sintonizzarci su varie stazioni tematiche.

Comunque uno dei compositori di musiche per videogiochi ad aver raggiunto maggiore fama personale è Akira Yamaoka, autore delle colonne sonore della serie horror Silent Hill a partire dell’indimentacabile tema della title track, che rimane anche l’elemento melodico distintivo della serie, per arrivare alle canzoni che segnano il passaggio negli incubi infernali di ogni episodio, come You’re Not Here che introduce a Silent Hill 3 con la protagonista che si risveglia da un incubo solo per rendersi lentamente conto che la realtà è un’incubo ancora peggiore.

Infine da citare sono le colonne sonore per i blockbuster bellici come Battlefield o Modern Warfare, che non hanno nulla da invidiare al tronfio ma trascinante “pompierismo” dei blockbuster action cinematografici. Come ad esempio il tema di Battlefield 2, già trascinante di suo, che Skeet arrangia per la London Philharmonic in modo che il martellante motivo sia impossibile da dimenticare.

Vista Point

 

The Best Is Yet To Come

 

Final Fantasy VIII Intro

 

You’re Not Here

 

Battlefield 2: Theme

 

Questo pezzo è già da un po’ che è stato scritto, ed onestamente non so se sia stato pubblicato o meno.

 

 

Not only Nashville: a country playlist

Non guardo molto la televisione, chi mi conosce lo sa, ma ultimamente sono rimasto intrigato dal nuovo serial di FOXLife Nashville. Non è un caso che come produttore musicale della serie ci sia un nome di assoluto spicco come T-Bone Burnett. Questo mi ha spinto a riprendere ed a riascoltare i miei CD di musica country, e, visto che c’ero, a preparare una playlist da portarmi in auto e da condividere con gli amici. Eccola:

Hobo’s Prayer di Marty Stuart (da The Pilgrim, 1999)

Miles of Blues di Kate Campbell (da Blues and Lamentations, 2005)

Winter in the Hamptons di Josh Rouse (da Nashville, 2004)

Not Ready to Make Nice di Dixie Chicks (da Taking the Long Way, 2006)

The Wound That Never Heals di Jim White (da No Such Place, 2001)

If I Should Fall Behind di Robin e Linda Williams (da Visions of Love, 2002)

Blue Moon di Ian Tyson (da Live at Longview, 2002)

Nashville’s Gone Hollywood di Heather Myles (da Sweet Talk & Good Lies, 2002)

Callin’ Baton Rouge di Garth Brooks (da In Pieces, 1993)

Garth Brooks-Callin Baton Rouge (Live vs Studio) from DVDJ XTC on Vimeo.

Starway To Heaven di Dolly Parton (da Halos & Horns, 2002)

Johnny Hart di John Mellencamp (da Trouble No More, 2003)

Demon di Elizabeth Cook (da Hey Y’all, 2002)

Tom Ames’ Prayer di Steve Earle (da Train a Comin’, 1995)

Black Cadillac di Rosanne Cash (da Black Cadillac, 2006)

Arizona Star di Guy Clark (da The Dark, 2002)

New Favorite di Alison Krauss + Union Station (da New Favorite, 2001)


 

Kaki King tra Buckethead e il Mucchio (ex Selvaggio)

mucchioAnche quest’anno ho acquistato il Mucchio (ex Selvaggio) di gennaio (inciso: pur ripromettendomi che non l’avrei più fatto considerando che dopo la defenestrazione di Max Stefani nessuno si è degnato di farmi sapere nulla, neppure John Vignola, con cui per anni ho avuto un rapporto che mi permetto di definire d’amicizia) andando immediatamente a curiosare tra gli “Oscar” musicali dell’anno appena trascorso. Ma devo dire che, esattamente del resto come accade ormai da molti anni, non solo non mi ritrovo assolutamente con le scelte dei critici del Mucchio, ma peggio nemmeno capisco le motivazioni delle loro scelte.

Qualcuno potrebbe pensare che questo sia dovuto all’essere legato – vista l’età – a musicisti del mio passato e a non essere riuscito ad aggiornarmi musicalmente. Ma l’obiezione mi sembra quantomeno opinabile dato che almeno fino all’anno scorso acquistavo quantità industriali di CD, poi, da quando la “spending review” si è abbattuta anche alla mia famiglia in seguito alla perdita del lavoro della consorte, mi sono anch’io rassegnato al download, continuando per altro a seguire le recensioni del suddetto mensile. E poi i titoli su cui posso concordare con le scelte dei critici sono in fondo proprio quelle di musica “vecchia”: il nuovo Bob Mould (pieno d’energia più di quelli esangui di tanti giovani), il nuovo Neil Young, posso capire – anche se io l’avrei lasciato fuori – il nuovo Bob Dylan. È sulle cose nuove che non mi tornano i conti. In realtà qualche nome che condivido c’è: l’ultimo degli Orbital, quello dei Magnetic Fields. Quello che non capisco proprio è invece che nessuno abbia inserito l’ultimo album di Kaki King. Posso anche immaginare che non abbia fatto impazzire nessuno dei critici – de gustibus non disputandum est – ma la assegnazione degli Oscar da parte di una rivista è anche un lavoro di redazione dove occorre verificare se i singoli critici hanno lasciato fuori album comunque musicalmente significativi. Ora io mi sto scaricando gli imperdibili segnalati dai suddetti critici e il relativo ascolto mi lascia onestamente perplesso. Un album come quello dei Lotus Plaza, segnalato da Chiara Colli come il migliore dell’anno, mi sembra non brutto, ma peggio: completamente anonimo. Non è insensato mettere a fianco Glow e Spooky Action At A Distance perché di quest’ultimo così Chiara Colli scrive:

Lockett Pundt è (…) un chitarrista immaginifico con i suoi briosi ricami jangle, un autore malinconico creatore di strutture ripetitive quanto basta per far perdere chi ascolta. L’aviatore sonico perfetto del 2012.

Lotus_plaza_spooky_action_at_a_distanceOra non è che ce l’abbia con Chiara Colli: non la conosco e non è neppure mia amica su Facebook. Ma se vogliamo parlare di chitarristi immaginifici che possono condurci ai voli più alti dobbiamo andare a chiamare Kaki King (di soli tre anni più “vecchia” di Pundt): col suo nuovo Glow torna ad abbandonare la voce per concentrarsi sull’amata chitarra e quello che realizza non è semplicemente un prodotto per amanti del virtuosismo chitarristico ma qualcosa in grado di ammaliare e sedurre chiunque ami la musica (anche senza ulteriori qualificazioni).

Per capire quello che intendo può essere interessante provare a confrontare Glow con un altro album pubblicato nel 2012 da un superbo chitarrista: Electric Sea di Buckethead. In Electric Sea (come già avvenuto nel precedente Electric Tears) il chitarrista col secchiello in testa si concentra sulla chitarra lasciando fuori altri strumenti e principalmente le percussioni per ottenere sonorità maggiormente “intimiste” ed emotive. Fin dall’inizio, anche solo per chi non strimpella altro che qualche nota come il sottoscritto,è impossibile non immaginarsi ad eseguire i giri ascoltati come del resto dev’essere trattandosi di un virtuoso dello strumento. In Glow al contrario non siamo attirati tanto dalla – pur immensa – abilità tecnica di Kaki, quanto piuttosto dalla musica stessa, dalla ricerca, non sempre semplice delle influenze, delle contaminazioni, della geografia variabile in cui si muove.

kk_glow_coverartIn realtà quello che da anni, nei suoi vari album, Kaki sta facendo è creare un proprio genere che ha come spina dorsale un robusto suono chitarristico intersecato dalla tecnica rumoristica, ma che non disdegna elementi folk o addirittura classici, senza peraltro ricadere nella posa un po’ stucchevole di riproporre sic et simpliciter brani di musica classica come fa Buckethead in Electric Sea. In questo senso è sicuramente comprensibile che l’album di Kaki possa non piacere, ma occorrerebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere il contributo che la sua ricerca sta dando alla musica leggera. O anche solo, si parva licet, ad un modo di suonare la chitarra che s’accosta idealmente al modo in cui John Cage si rapportava al pianoforte e che ha portato al “piano preparato”.

Xavier Rudd

Mi sono imbattuto per la prima volta nella musica di Xavier Rudd 4 anni fa. Il percorso è stato il solito: letta su una rivista una recensione che m’ha incuriosito. Ordinato il CD. Quando il CD è effettivamente arrivato, Qualche tempo dopo, il primo ascolto sul lettore casalingo non m’ha subito impressionato. Nonostante ciò mi sono duplicato il CD per ascoltarlo anche in auto. Ricordo con esattezza che l’ho messo nel lettore per andare a Reggio Emilia, ad un evento legato ai videogiochi. Non sono più riuscito a toglierlo dal lettore per almeno un mese. Si trattava di Dark Shades Of Blue (Salt X/Anti, 2008). Il mix straordinario di suoni estranei alla “tradizione” rock, di impostazione a tratti “dure” insieme a cadenze folk ed a ballate, il fatto che Rudd, australiano, fosse un polistrumentista e riuscisse praticamente da solo a creare gli splendidi impasti sonori presenti sull’opera e, last but not least, che nonostante la poliedricità Rudd fosse anche un notevole chitarrista  mi ha conquistato a tal punto da metterlo come miglior album dell’anno nella mia personale classifica (https://ossessionicontaminazioni.wordpress.com/2009/04/06/post-105/).
Ovviamente mi sono al più presto procurato tutti (per lo meno tutti tranne il primo, To Let, che non ha avuto distribuzione internazionale e che anche sul sito di Rudd si acquistare esclusivamente sullo store australiano): Solace (Salt X/Anti, 2004), Food In The Belly (Salt X/Anti, 2005) e White Moth (Salt X/Anti, 2007). Tra tutti, nonostante la strepitosa title-track live di Solace e una piacevole cover sullo stesso della marleyana No Woman No Cry, il migliore album è comunque Dark Shades Of Blue anche per il suo discostarsi dalla “pura” estetica folk ed arricchirsi di tonalità maggiormente “ruvide”.
Per lo stesso motivo mi ha lasciato tiepido il successivo Koonyum Sun (Salt X/Anti, 2010), in cui la consueta autarchia cede il posto alla programmatica collaborazione con Izintaba (ovvero il bassista Tio Moloantoa e il percussionista Andile Nqubezelo, entrambi sudafricani), mentre l’entusiasmo torna alle stelle con il recente Spirit Bird (Salt X/Side One Dummy, 2012) in cui il nostro torna a fare praticamente tutto da solo.
Certo, possiamo mettere nel carniere di Rudd anche l’impegno extramusicale (vegetariano, difensore dei diritti delle minoranze etniche, ecologista, un “barefooter” cioè non indossa mai scarpe) ma quello che deve rimanere al centro dell’attenzione è ovviamente la musica. E in Spirit Bird ritorna tutto quello che mi aveva incantato in Dark Shades Of Blue: l’intro (quasi) strumentale con strumenti tipici della tradizione musicale aborigena (yidaki, conosciuto anche come didgeridoo), il blues interlocutorio di Comfortable In My Skin e poi l’anthem appassionante della title track. Seguono altri blues, altre ballate – su tutte svetta Follow The Sun -, altre folk song in cui si alternano cori d’uccelli e di parlate aborigene. Un vero peccato – per me – non esserlo ancora riuscito a vedere dal vivo, ma se cercate su Youtube Rudd, in particolare dove si esibisce live in uno studio (con la possibilità quindi di osservare “da vicino” il modo in cui suona, anche se con il difetto di non vederlo all’opera con tutti gli strumenti che utilizza nei concerti), non potrete non rimanerne incantati. Il paragone che mi viene è necessariamente extramusicale: Tusitala, ovvero come gli indigeni samoani chiamavano Robert Louis Stevenson: raccontastorie, colui che riesce ad incantarci, nel nostro caso non con storie raccontate, ma con storie cantate.

Sito ufficiale: http://xavierrudd.com/
Facebook: http://www.facebook.com/XavierRuddOfficial