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Recensione di Le mille luci di Shanghai

(dal Manifesto del 22 febbraio 2007)


Andy Oaks, inglese, al suo esordio narrativo, confeziona un denso romanzo (oltre 500 pagine) su un misterioso ed efferato omicidio plurimo a Shanghai. Il romanzo, intitolato Dragon’s Eye e in italiano tradotto con Le mille luci di Shanghai (Fanucci, € 18,50), narra le peripezie dell’investigatore capo del dipartimento di sicurezza di Shanghai alle prese con il caso che si dimostra fin da subito un groviglio inestricabile di sangue e politica. Otto corpi trovati incatenati sulle rive fangose del fiume che attraversa Shanghai, lo Huangpu: gli occhi levati, i crani e denti fracassati, le dita delle mani tagliate, cuori, reni ed altri organi sottratti. L’identificazione sembra impossibile e fin dall’inizio c’è l’intromissione dei funzionari del partito che vorrebbero togliere alla polizia il caso. Ma l’investigatore Sun Piao, sconvolto dal massacro, rifiuta di passare la mano e riuscirà lentamente – perdendo colleghi, amici e parenti che vengono uccisi per dissuaderlo dall’impresa – a sbrogliare la matassa. Apparentemente si tratta di un omicidio legato al traffico della droga, tanto più che si scopre che tre degli otto cadaveri appartengono a cittadini americani, liberi a differenza di quelli cinesi di muoversi attraverso confini interni ed esterni. Ma lentamente emergono traffici ben più lucrosi e “politici”: di manufatti archeologici e addirittura di organi umani tolti ai condannati a morte e destinati ai trapianti per i ranghi più facoltosi della Repubblica e ad un lucrativo export.

Benché le descrizioni di panorami ed usanze cinesi fatte da Oakes, siano accurate, dispiace un po’ il solito atteggiamento occidentale di diffidenza integrale del sistema di vita cinese, dalla pena di morte (e va bene) alle tradizioni religiose e familiari. Ma in un romanzo quello che conta non è l’accuratezza della descrizione del reale (che pure ha il suo peso), quanto l’oliato funzionamento del meccanismo del verosimile. E sta qui il problema maggiore del romanzo di Oakes: ovvero l’indecisione del suo autore se scrivere un noir o un thriller. Attenzione: indecisione, non contaminazione. Per buona parte del libro infatti il genere di riferimento è il noir e l’apparentemente inesorabile discesa di Sun Piao nei meccanismi della cospirazione culminata nell’omicidio plurimo coincide con il disvelamento degli stessi. La relazione dell’investigatore con Barbara Haynes, funzionaria del governo statunitense e madre di uno dei cadaveri, non fa che approfondire questo senso di ineluttabile rovina. Eppure, a più riprese, assistiamo ad improvvisi colpi di scena (non sempre eccessivamente coerenti), ad inseguimenti, sparatorie, a stravolgimenti degni più di un thriller, ed addirittura di una spy story, piuttosto che di un noir. Il libro sarebbe dovuto finire con Sun Piao morto su una chiatta ormeggiata sulla riva dello Huangpu dopo aver finalmente svelato l’intrigo ed essendo o meno riuscito ad uccidere il relativo deus ex-machina, e invece viene salvato grazie addirittura al suo antagonista, per poi essere inviato dagli stessi su cui aveva indagato ad ucciderlo con improbabili inseguimenti in stile 007 a Pechino.

Se qualche capriola di troppo nell’intreccio fosse stata evitata saremmo qui a parlare non di un’opera comunque avvincente per intreccio e per stile di narrazione, ma di un piccolo capolavoro nel proprio genere. Ma trattandosi di un’opera prima, è lecito attendersi miglioramenti da quelle che seguiranno.

marzo 9, 2007 Posted by | oaks | Lascia un commento