The Turner Diaries: visione di un mondo senza musica

Lo scorso 6 gennaio, seguendo stupefatto l’assalto a Capitol Hill ascoltavo, come un po’ tutti, i reporter che ne parlavano facendo riferimento al romanzo di Andrew Macdonald (pseudonimo di William Luther Pierce), The Turner Diaries, come opera ispiratrice dei suprematisti bianchi supporter ad oltranza di Donald Trump. Ho sentito parlare di questo romanzo come fonte ispiratrice degli attentati e dei folli bombaroli che variamente infestano le strade degli States. Il suo autore non era uno scrittore, ma piuttosto un professore universitario di fisica sostenitore convinto del suprematismo bianco tanto da essersi affiliato negli anni ‘60 al Partito Nazista Americano ed aver fondato nel 1974 la National Alliance (che tradotto diventa “Alleanza Nazionale”: una casualità?) che ha guidato e fatto prosperare fino alla sua morte, avvenuta nel 2002 a poco meno di settant’anni. Pierce dal 1975 al 1978 ha inizialmente pubblicato The Turner Diaries in forma seriale sulla rivista del National Alliance, Attack!, per poi ripubblicarla completa in volume nel 1978. Nonostante le proteste, il libro è stato disponibile in vendita su Amazon per molto tempo, anche se ora non pare più esserlo, ed è stato rimosso anche da Internet Archive (anche se sulla pagina di Wikipedia è ancora presente il link). In compenso non è – come supponevo – particolarmente difficile trovarne copie su Internet (quelle che ho trovate erano tutte la versione predisposta dal sito SolarGeneral.com, White Nationalist News Portal, attualmente non raggiungibile), ad esempio qui, qui e qui (il link è direttamente al pdf), senza neanche il bisogno di girovagare per il dark web. La cosa curiosa però è che ho scoperto esistere anche un’edizione italiana (mai citata in nessun servizio): La Seconda Guerra Civile Americana, pubblicata da Bietti nel 2014 con la traduzione di Diego Sobrà e l’introduzione di Giorgio Galli (di cui una nuova edizione è prevista per la fine di aprile).

Leggere il romanzo di Macdonald/Pierce è sconvolgente. La sua abilità narrativa è prossima allo zero, ma non è la sua noncurante antiestetica a creare repulsione nel lettore, quanto la scoperta esaltazione di un movimento per la purezza bianca che ha come obiettivo la presa del potere per un vero e proprio genocidio non solo dei “negri” e degli ebrei (il protagonista si rammarica esplicitamente che gli Stati Uniti siano entrati in guerra contro i nazisti e non alleati a loro), ma anche di tutti quei bianchi “liberal” che hanno minato le fondamenta della civiltà americana con l’idea dell’uguaglianza dei diritti. Ed è proprio qui forse il motivo del successo di questo romanzo letterariamente inqualificabile: nell’immaginare un’America del futuro (gli eventi sono ambientati agli inizi degli anni ‘90) in cui i bianchi non servi del potere giudaico, non ingenuamente convinti dell’uguaglianza delle razze, non contaminati dal mischiarsi – soprattutto sessualmente – coi “negri”, a cui viene per legge tolta la possibilità di possedere legalmente armi, si coalizzano contro il potere decadente di Washington ed iniziano a finanziarsi, ad organizzarsi in formazione terroristica e a compiere attentati che possano rallentare ed indebolire la possibilità federale di controllare gli individui (ad esempio con le carte d’identità elettroniche collegate ad un elaboratore centrale) e contemporaneamente risvegliare la coscienza dei cittadini bianchi non ancora completamente perduti alla causa. Da un punto di vista narrativo il plot è di una noia estenuante:volendo leggere un bel romanzo di fantascienza che abbia per tema l’insurrezione contro il potere costituito, consiglio piuttosto La luna è una severa maestra di Robert A. Heinlein. Da un punto di vista puramente organizzativo forse Heinlein propone strategie più efficaci, ma dove Macdonald/Pierce si supera è nel descrivere senza troppe remore le modalità migliori per un attacco terroristico (ad esempio: come costruire bombe con il fertilizzante, come modificare la canna di un mortaio per usare proiettili di calibro diverso, come attaccare siti pesantemente difesi – tanto è vero che l’aereo che si è schiantato sul Pentagono negli attacchi dell’11/9 ha utilizzato esattamente la tecnica qui descritta), nel mettere in secondo piano l’ostilità nei confronti dei comunisti (e dei russi: ricordiamoci che siamo ancora nel pieno della Guarra Fredda quando il libro è stato scritto) per concentrarsi piuttosto sull’odio razziale (in fondo i comunisti non sono altro che bianchi che sbagliano…), per il condannare il governo federale rappresentato sia dai democratici liberal sia dai conservatori impegnati non a supportare i bianchi ma a salvaguardare il tornaconto economico che hanno grazie ai rapporti coi “giudei”. Più di ogni altra cosa è evidente e palpitante il disprezzo di Turner e del suo autore per l’“americano medio”, instupidito dalla televisione e dai media, che come la rana nella pentola dell’acqua viene cotta se si ha l’accortezza di non alzare mai il fuoco troppo bruscamente. Ecco le parole che Turner (ed il suo autore) riservano all’“americano medio”:

Ciò che è veramente prezioso per l’“americano medio” non è la libertà o l’onore o il futuro della razza, ma la busta paga. Ha protestato, vent’anni fa, quando il Sistema l’ha costretto a mandare i propri figli in scuole frequentate prevalentemente da negri, ma poteva ancora permettersi la station wagon e la barchetta in vetroresina, così non ha combattuto.

Si è lamentato quando, cinque anni fa, gli è stato tolto il diritto di avere armi, ma aveva ancora il televisore a colori e il barbecue in giardino, così non ha combattuto.

Si lamenta, oggi, quando i negri stuprano a volontà le loro donne e il Sistema li obbliga a mostrare un documento d’identità quando fanno la spesa o ritirano il bucato, ma ha ancora la pancia piena, così non combatterà.

Non ha un’idea in testa che non provenga dalla televisione. Vuole disperatamente essere “ben inserito” e fare, pensare e dire esattamente quel che crede ci si aspetti da lui. È diventato, in breve, proprio ciò che il Sistema ha cercato di fare di lui in questi ultimi cinquant’anni: un uomo-massa, un membro di un grande proletariato lobotomizzato, un animale da pascolo, un vero democratico. (p. 191-192, corsivo mio)

Il discorso – a parte le uscite sul “futuro della razza” o sui “negri che stuprano” – non è poi così lontano da un radicalismo anti-sistema, che potrebbe essere anche di sinistra. La condanna della lobotomizzazione mediale del proletariato come massa indistinta potremmo portarlo di peso in un manifesto di qualche sinistra antagonista, tanto più che il mondo liberato dai “negri” e dagli ebrei è organizzato in maniera sostanzialmente collettivistica. Di più: Macdonald/Pierce è abile nel manipolare il discorso (e le idee di chi lo legge) rivoltando fondamentalmente l’idea della “banalità del male” contro chi non si ribella al sistema democratico che impone l’uguaglianza razziale. Il passo che segue, estrapolato dal contesto, potrebbe benissimo servire per descrivere l’inerzia dei tedeschi nei confronti della presa del potere di Hitler (sostituendo “bravi cittadini tedeschi” a “bianchi”):

Il fatto è che la gente comune non è meno colpevole delle persone “non-così-comuni” che sono i pilastri del Sistema. Prendete la polizia politica [del Sistema], ad esempio. La maggior parte di essa, costituita da bianchi, non è particolarmente malvagia. Servono padroni malvagi, ma razionalizzano quel che fanno, giustificano loro stessi, in termini patriottici (“Proteggere il nostro stile di vita libero e democratico”), religiosi o ideologici (“Difendere gli ideali cristiani di uguaglianza e giustizia”).

Si potrebbe chiamarli ipocriti, far notare che hanno deliberatamente evitato di mettere in discussione la validità di quelle frasi a effetto con cui si giustificano. Ma, d’altra parte, non è forse ipocrita chiunque abbia tollerato il Sistema, sostenendolo attivamente o no? Non è forse da biasimare chi ripeteva a pappagallo le stesse frasi a effetto, rifiutandosi di esaminarne le implicazioni e contraddizioni, che le utilizzasse per giustificare le proprie azioni o no? (p. 336)

Ancora di più: Macdonald/Pierce ci fa entrare quasi sommessamente nella sua storia come se fossimo in una sorta di versione suprematista di Alba rossa per portarci progressivamente a giustificare non solo la deportazione dei “negri” dalle zone “liberate” ma pure la barbara uccisione indiscriminata di tutti quei bianchi che abbiano con loro avuto rapporti: le donne rapporti sessuali, avvocati e politici rapporti legati alla difesa e all’approvazione di leggi anti-razziste. Nella California “liberata” tutti quelli denunciati per avere in qualche modo aver avuto rapporti o affari in comuni coi “negri” vengono, senza appello, trascinati fuori di casa ed impiccati agli alberi o ai cartelli stradali. La carneficina viene giustificata col valore pedagogico per i sopravvissuti, che siano stati o meno anche loro colpevoli, dopo l’orrendo spettacolo si saranno ben guardati per il futuro di qualsiasi azione che vada contro agli interessi della razza bianca. Alla fine Turner ed i suoi accoliti del grado più alto dell’Organizzazione, che non a caso alle riunioni di vertice si presentano incappucciati, non disdegano l’uso dei missili atomici di cui si sono impossessati non solo per colpire Israele (e la Russia che aveva interpretato il primo lancio di missili come un attacco a lei) ma le stesse città americane con gli ultimi resti del governo federale, del Sistema. Seguendo il principio che la vita e gli interessi di pochi bianchi di fede pura è più importante di quella di tutti gli altri, compresi altri bianchi, magari anche loro di fede pura, ma che si sono trovati tra i “liberatori” ed il loro obiettivo di sterilizzazione. Le pagine in questione sono di una crudezza che ha le caratteristiche dello “snuff movie”:

Quando sono cominciati i primi arresti, la gente non si è resa conto di cosa stava succedendo e molti cittadini erano arroganti e insolenti. Ero presente, poco prima dell’alba, quando i soldati hanno trascinato una dozzina di giovani fuori da una grande casa vicino a uno dei campus universitari; urlavano, così come i loro coinquilini che non erano stati arrestati, insultando e sputando contro i nostri uomini. […]

L’ultima era una ragazza bianca, di circa diciannove anni, un po’ flaccida, ma ancora bella. Le uccisione l’avevano calmata abbastanza da farle smettere di urlare: “Maiali razzisti!” ai soldati, ma quando, poco dopo, sono cominciati i preparativi per la sua impiccagione e ha compreso il suo destino, è diventata isterica. Informata che stava per pagare il prezzo per avere contaminato la sua razza vivendo con un amante negro, la ragazza si è lamentata: “Ma perché proprio io?”.

Non appena la corda le è stata annodata attorno al collo, ha singhiozzato: “Stavo solo facendo quello che facevano tutti. Perché ve la state prendendo con me? Non è giusto! Ed Helen? Anche lei è andata a letto con lui”. Dopo quest’ultimo grido, il respiro della ragazza si è mozzato per sempre, mentre una delle altre giovani (presumibilmente Helen) tra gli spettatori silenziosi sul prato si è ritratta, in preda al panico.

Naturalmente, nessuno ha risposto alla domanda della ragazza: “Perché io?”. La risposta è che semplicemente il suo nome era venuto a trovarsi sulla nostra lista e quello di Helen no. Non c’è niente di “giusto” o ingiusto in questo. La ragazza meritava di essere impiccata. Helen probabilmente meritava la stessa sorte e indubbiamente, adesso, soffre le pene dell’inferno, con il timore di venire scoperta e costretta a pagare come la sua amica. (p. 293-294)

L’espediente narrativo è che il libro sia in realtà una riproposizione di un documento storico risalente all’era della Rivoluzione presentato, nel 2099, ai lettori della Nuova Era. In questa nuova era ovviamente il pianeta Terra è un Eden abitato esclusivamente da persone di razza bianca che possono condurre un’esistenza prospera e degna. E con la sua prosa piatta ed insapore Macdonald/Pierce è arrivato a far credere ai lettori più sprovveduti che la colpa dei loro insuccessi – economici e soprattutto sessuali (l’insistenza nel mostrare il “negro” come “macchina predatrice sessuale” pronto a stuprare qualsiasi femmina gli venga a tiro, meglio se bianca, dovrebbe dirci qualcosa sulle turbe psicologiche di inadeguatezza dello scrittore e dei suoi lettori?) – non sia legata ad una pessima conduzione personale, ma piuttosto ad agenti esterni: gli ebrei del capitalismo internazionale e i “negri” per la qualità urbana della vita. Addirittura Macdonald/Pierce si spinge a notare come lo Stato d’Israele si comporti per primo in modo razzista nei confronti degli arabi/palestinesi, anche se alla fine agli arabi sarà comunque riservato il medesimo trattamento da parte dei suoi rivoluzionari somministrato agli israeliani.

Mi sono chiesto: come potrebbe essere questo mondo futuro della Nuova Era? La risposta che mi sono dato: senza musica. La musica – l’arte in generale – è quanto nei diari di Turner è completamente espunto. L’arte è inessenziale e in quanto tale inutile. Di più: la gran parte della musica o è di derivazione “negra” (il jazz, il rock, il blues, il soul…) o è, come la chiamavano i nazisti, “degenerata”. Si salverebbe probabilmente, come nella Germania nazista, la musica marziale e tutta la classica che i gerarchi supponevano glorificare la potenza nazionale (nascondendosi più o meno coscientemente che i vari Mozart e Beethoven erano stati a loro tempo più o meno negletti rivoluzionari). Probabilmente pure il country e tutti i vari generi da ballo che servono primariamente a finalità ricreativa/riproduttiva. Manca nel romanzo e mancherebbe nella Nuova Era il fuoco del rock, la nichilistica rivoluzionarietà del punk. E allora il vero controaltare narrativo di The Turner Diaries l’ha scritto John Shirley nella sua trilogia A Song Called Youth (che, detto per inciso, meriterebbe ben più di The Turner Diaries una ristampa decente: perché non nelle maxi raccolte che Oscar Mondadori sta pubblicando?). Ho scritto qui della trilogia, dove Shirley narra della società Seconda Alleanza (un caso l’assonanza?) che approfitta delle prerogative che le derivano dall’occuparsi della sicurezza nazionale per imporre leggi razziali e fasciste. Ma, ci racconta Shirley, il personaggio centrale, è il cantante e chitarrista schizzato e drogato Rickenharp che nonostante tutto riesce a catalizzare la ribellione, ergendosi a baluardo della libertà a sparare a tutti decibel la sua canzone sulla giovinezza mentre i carri armati della Seconda Alleanza distruggono il monumento su cui è inerpicato. La bellezza, in qualche modo ci dice Shirley, è proprio l’imperfezione, la diversità, il caos in cui possono nascere cose nuove. Anche razzialmente: la ricchezza della diversità genetica ci può consentire di allungare la nostra vita come specie (se non soccomberemo all’inquinamento e all’autodistruzione) mentre una razza unica sarebbe inevitabilmente destinata ad invecchiare e a scomparire.

Questo significa che The Turner Diaries (e la versione italiana La Seconda Guerra Civile Americana) non si deve leggere e che anzi il libro va bandito? No. Al contrario: si tratta di un libro che dovrebbe essere letto e discusso a scuola, perché solo discutendolo è possibile mostrare la sua crudele efferatezza vaccinando nel contempo contro le sue subdole (perché a loro modo affascinanti) illusioni.

William_Luther_Pierce
William Luther Pierce [By Robert Hartnell – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=12713060%5D

Post Scriptum: nel post ho usato il termine “negro” tra virgolette o all’interno di citazioni dal testo di Macdonald/Pierce perché è quello esclusivamente utilizzato dall’autore per appellare le persone di colore. Non sono così snob da pretendere di ritradurre o riscrivere testi (letterari o cinematografici) dagli anni ’50 in su dove questa parola si trova abitualmente, ma oggi questo termine ha assunto una connotazione dispregiativa e volgare e già Macdonald/Pierce lo usa sempre consapevolmente in tale accezione. L’utilizzo all’interno del post va esattamente nello stesso senso ma con l’obiettivo opposto: mostrare quanto disgustoso sia tale testo nel proporre orgogliosamente il termine offensivo.

Grand Theft Auto da ogni lato

eteretopie-bittanti-fenomenologia-gtaMatteo Bittanti, docente di media studies e coordinatore del Master universitario in Game Design allo IULM di Milano collabora con Mimesis edizioni per una serie di libri di approfondimento sul fenomeno videoludico. Già usciti Giochi video con Enrico Gandolfi e la raccolta di saggi sui Machinima. Ultima ad uscire la raccolta di saggi dedicata alla Fenomenologia di Grand Theft Auto. In questo volume Bittanti raccoglie e traduce saggi già editi su riviste dedicate ai “games studies” dedicati al fenomeno “Grand Theft Auto” ed in particolare ai tre ultimi capitoli “canonici”: GTA: San Andreas, GTA IV e GTA V.

Tutti i saggi sono estremamente interessanti ed approfonditi e forniscono materia di riflessione su una serie videoludica controversa, additata a causa diretta di tutte le sparatorie all’interno di istituzioni scolastiche avvenute negli Stati Uniti. Tutti ci parlano di come il fenomeno videoludico in generale e Grand Theft Auto in particolare non possano essere sottovalutati come mero prodotto di consumo, ma siano portatori di contenuti rilevanti a livello culturale e sociale. Di come possano “addirittura” essere accostati a vette della letteratura mondiale come fa lo studioso canadese Jon Saklofske analizzandolo in parallelo alla poesia di William Blake o il ricercatore danese Martin Pichlmair con J.G. Ballard. Uno dei temi più trattati all’interno dei saggi presentati da Bittanti è però quello della critica sociale all’interno della serie. E i saggi si dividono tra quelli che sottolineano come la satira e la rappresentazione della realtà urbana delle metropoli siano positive critiche e svelamento dei soprusi dell’esistente, una strada – videoludica – per riflettere sulla società dei consumi occidentale, e quelli che invece vedono Grand Theft Auto come figlio perverso dell’iperconsumismo prodotto dal turbocapitalismo occidentale, uno specchio della società iperrazziale che emargina donne e persone di colore: le une mero oggetto sessuale da usare e brutalizzare, gli altri stereotipati gangster che mettono a rischio la stabilità WASP.

In alcuni casi le critiche paiono quelli dei tifosi che s’improvvisano sopraffini allenatori, non tenendo in conto che l’obiettivo stesso di Grand Theft Auto è rappresentare l’immagine della società criminale, ovviamente adottandone tutti gli stereotipi. Alcuni critici finiscono per fare lo stesso errore dei politici che accusano i videogiochi violenti di generare comportamenti violenti nel mondo reale da parte dei giocatori. Così come non è provato alcun nesso causale tra la rappresentazione della violenza e la sua effettiva perpetrazione, è altrettanto gratuito pensare o affermare che rappresentazioni razziste o maschiliste possano causare analoghi comportamenti. Come lo spettatore di Fast & Furious non si aspetta lezioni etiche o finanziarie, è per lo meno questionabile che chi gioca a GTA lo faccia per trovare critiche ficcanti al proprio modo di vivere.

Ma ove non si sconfini in tali teorie azzardate le critiche colpiscono nel segno: in particolare quando segnalano che la rappresentazione di prevaricazione bianca e maschile è utilizzata come satira indolore, non come critica all’esistente. E Bittanti, nel suo capitolo conclusivo sottolinea perfettamente l’uso strumentale che del ludico in GTA viene fatto all’interno del GamerGate per attaccare sviluppatori, critici e giornalisti di sesso femminile o appartenenti all’area LGBT.

6a00d83451ba1e69e201b7c952c583970b-800wi
Matteo Bittanti

Se alla fine una critica può essere mossa a Fenomenologia di Grand Theft Auto non è quella di non presentare punti di vista diversi sulla questione o di essere poco approfondito, quanto esattamente l’opposto: di presentare una varietà d’approcci, in alcuni casi anche vicendevolmente contrapposti, senza o quasi una mediazione da parte del curatore che li ha selezionati. Trovarci in un saggio magnificata l’opera di Rockstar che ci permette di personalizzare il personaggio in base alle preferenze del giocatore in termini di risoluzione dei problemi ludici da una parte e in un altro saggio condannata senza possibilità d’appello perché quello stesso personaggio è un nero che incarna gli stereotipi razziali legati alle persone di colore nelle metropoli statunitensi è ambiguo e fa sentire la mancanza di una guida al lettore nell’interpretazione delle due opposte letture. Inoltre se è assolutamente corretto sottolineare l’ambiguità della società creatrice Rockstar nei confronti dell’inserimento di contenuti espliciti o equivoci e della gestione non trasparente dell’online, non è forse sensatissimo incolpare i giochi per la bile riversata dagli haters. Esattamente come persone violente cercano opere violente che riflettano le loro pulsioni, misogini e razzisti trovano in GTA uno specchio in cui giustificare il loro odio. È però anche con testi come questo, che approfondiscono da ogni lato l’opera videoludica, che possiamo difenderci da tali strumentalizzazioni.


POST SCRIPTUM

Il libro è uscito un anno fa. La lettura e la relativa recensione hanno dovuto tardare perché in mezzo ci s’è messo lo studio per un concorso. Inviato ad Alias e al manifesto alla fine dell’anno non ha visto alla fine la pubblicazione (anche per il venire a mancare di Benedetto Vecchi, mio tramite per le pagine culturali). Pubblico qui ora un po’ perché penso che il libro, nonostante le osservazioni, sia interessante da leggere anche proprio col filtro di queste brevi avvertenze.

Di una canzone chiamata giovinezza e della fede come domanda

800px-John_Shirley_(cropped)Ho appena finito di leggere la trilogia di romanzi cyberpunk di John Shirley chiamata (ad esempio sia sull’edizione italiana sia sull’edizione inglese di Wikipedia, così come nelle traduzioni italiane): Eclipse Trilogy ma a cui Shirley, ripubblicandola a più riprese, si riferisce come A Song Called Youth. Non per caso. Shirley “nasce” come cantante e songwriter di varie band della scena musicale di Portland unendosi nel 1978 alla punk band dei Sado-Nation (per conoscere i quali è possibile fare riferimento alla compilation Future Past, Present, Tense, Grand Theft Audio 2005) ma continuando il suo rapporto con la scena musicale sia scrivendo testi per band come i Blue Öyster Cult, sia componendo e pubblicando album in proprio (vedi ad esempio la sua pagina su Bandcamp). La canzone chiamata Giovinezza a cui si riferisce la versione shirleiana del titolo della trilogia è la canzone con cui il cantante e chitarrista Rickenharp – passato tra le file della Nuova Resistenza – “sconfigge”, almeno temporaneamente, le armi dei fascisti (nel primo volume) permettendo ai suoi compagni di mettersi in salvo ed è la canzone che come un filo rosso percorre anche gli altri due libri scuotendo le coscienze della popolazione addormentata dalle fake news governative sulla Rete. Ma questo è già anticipare e spoilerare…

I tre libri della trilogia sono:

  • Eclipse (1985) tradotto per la prima volta in Italia su Urania 1255 nel 1995 con lo stesso titolo e ripubblicato nel 2006 da Hobby & Works;
  • Eclipse Penumbra (1988) pubblicato su Urania 1276 nel 1996 col titolo Azione al crepuscolo;
  • Eclipse Corona (1990) pubblicato su Urania 1290 nel 1996 col titolo La maschera sul sole.

 

 

Gianni Lippi, curatore di Urania, premette la seguente avvertenza:

Nel 1995 esce il primo romanzo della trilogia nota successivamente come A Song Called Youth, cioè la “Canzone della giovinezza”: è quell’Eclipse che noi abbiamo tradotto su “Urania” dopo averlo acquistato per la sua intrinseca bontà e dopo aver titubato per l’improvviso cambiamento della situazione politica mondiale, che rendeva obsoleta l’idea di una guerra mondiale USA-URSS. Tuttavia, il romanzo e i suoi seguiti […] continuavano a piacerci, e abbiamo deciso che la qualità della storia raccontata da Shirley fosse troppo buona per essere guastata da alcuni particolari storici “inesatti”: anche perché altri, e soprattutto lo sfondo americano, erano straordinariamente attuali e calzanti.

Se Lippi fosse ancor oggi tra noi probabilmente si ricrederebbe sul giudizio di inesattezza. Per una serie di motivi che vedremo esaminando la trama.

La trilogia mette in scena un conflitto planetario, la Terza Guerra mondiale tra Stati Uniti e Unione Sovietica in questo nostro 21. secolo. L’attacco arriva in particolare dall’Unione Sovietica che occupa i paesi europei e mette il blocco alla stazione spaziale FirStep. Gli Stati Uniti non intervengono direttamente per evitare l’escalation nucleare ma utilizzano le forze NATO per fermare l’avanzata sovietica in Europa e la compagnia privata Seconda Alleanza per mantenere l’ordine e la sicurezza nelle aree non ancora occupate o liberate dalle forze sovietiche. Ma l’SA è una società che sfrutta l’attività di “peacekeeping” per imporre – anche grazie l’acquisizione della maggiore società americana che gestisce Wardtalk, il social  più diffuso – la propria ideologia violentemente razzista che considera tutti i non bianchi esseri subumani da eliminare fisicamente tramite un virus ad azione specifica su alcuni tratti del DNA e da rimpiazzare con esseri allevati in laboratorio per i lavori più umili e pesanti. Contro la SA insorge la Nuova Resistenza che unifica le forze israeliane, arabe, di colore, le varie fazioni politiche unite dall’orrore per la deriva autoritaria e razzista come comunisti, liberali, anarchici. I guerriglieri della NR sono impegnati a combattere fisicamente sullo scenario europeo contro le truppe di mercenari della SA che occupano i centri di potere europei lasciati vuoti dalla progressiva ritirata delle forze sovietiche e instaurando governi fantoccio che incarichino l’azienda per i servizi di polizia e si adoperino per la creazione di un unico stato europeo (ironicamente?) appellato OCSE che si ponga da argine a neri, musulmani, ebrei in un contesto sociale non condizionato come quello statunitense dai media e sotto l’esclusivo controllo della propaganda della SA. I membri della NR negli Stati Uniti invece sono attivi come spie che cercano di sottrarre informazioni e personale a Wordtalk da un lato e alla CIA – anch’essa dominata dall’influenza della Seconda Alleanza – dall’altro. In particolare un ruolo decisivo avranno alla fine – in pieno stile cyberpunk – i “lupi dell’altipiano”: le persone con impiantato un chip neuronale che possono accedere ad un piano comune e coordinare sia gli attacchi ai server SA sia utilizzare le capacità computazionali collettive per coordinare le azioni. A capo della Seconda Alleanza è l’americano Rick Crandall un suprematista bianco, fanatico religioso, che asserragliato nel suo ranch coordina la presa del potere.

Come si può intuire se previsioni “inesatte” possono essere attribuite a Shirley (ma a un romanzo non spetta fare previsioni e non è su queste che va giudicato) non sono relative ad un conflitto USA-URSS: certo l’Unione Sovietica come tale non esiste più ma negli ultimi anni è sono cresciuti attriti e frizioni tra le sfere d’influenza russe e statunitensi soprattutto nell’est europeo e in Medio Oriente facendo tornare a rispolverare ai media il concetto di “Guerra fredda”. Piuttosto l’attore internazionale oggi in primo piano e che invece è del tutto assente dall’orizzonte narrativo shirleiano è la Cina che oggi contende soprattutto lo scenario agli Stati Uniti molto più della Russia e la sfera d’influenza asiatica è oggi molto meno presidiata dagli alleati statunitensi nonostante Giappone e Corea del Sud. Ma di ben poco peso è questa “svista” se messa a confronto con la conferma della recrudescenza del razzismo e dell’intolleranza, anche “di stato”, a cui stiamo assistendo e che probabilmente negli anni ‘90 (in cui scriveva Lippi) era inimmaginabile e che invece Shirley aveva lucidamente previsto. Tempo fa Shirley era su Facebook e chi lo seguiva poteva leggere le sue cronache e notazioni argute sul degenerare della scena politica e civile statunitense ad opera di quelli che chiamava “MAGA hat”. Purtroppo però ha deciso di ritirarsi ed anche la sua attività di scrittore si esplica ormai esclusivamente in più o meno scialbe riscritture videoludiche (Doom, Bioshock, Borderline, ecc.).

In A Song Called Youth ci sono svariati personaggi ma il principale è l’americano Dan “Occhi-Duri” Torrence, un turista bloccato in Europa dallo scoppio della guerra che si arrangia a sopravvivere ad Amsterdam fino a quando, aiutato da Smoke (che in seguito diverrà l’intellettuale della NR), si unisce in modo dapprima abbastanza casuale alla Nuova Resistenza, per diventarne col tempo uno dei più autorevoli e capaci comandanti. Oltre a lui ci sono Claire Rimpler, figlia riverita del creatore di FirStep che si ritrova fuggitiva sulla terra e braccata dalla SA solo per tornare trionfalmente sulla colonia spaziale come amministratrice in grado di mediare tra le contrarie rivendicazioni delle varie fazioni del personale; Jerome X, che in qualche modo raccoglie l’eredità di Rickenharp con la propria capacità esaltare artisticamente la sotto-rete; Steinfeld, già agente del Mossad e poi capo carismatico della NR in grado di “arruolare” nemici storici come gli arabi; Witcher, magnate finanziatore di NR e proprietario di una società di sorveglianza concorrente alla Seconda Alleanza che si circonda di tre bellissime ragazze che gli fanno da guardia del corpo vestite spesso esclusivamente di armi da fuoco.

Ad un certo punto, successivamente alla fine della guerra ed al ritiro delle truppe sovietiche, alla apparente cacciata della SA dal suolo americano dopo le rivelazioni fornite da Smoke dell’”inciucio” tra i vertici dell’organizzazione e la Presidente, quando l’Europa liberata ma in macerie è dominata da pulsioni nazionaliste governate dalla Seconda Alleanza che gestisce sul suolo francese enormi campi di concentramento per ebrei, neri, islamici e comunisti, e comunque avversari del regime, Torrence guida operazioni per liberare i prigionieri di questi campi e i capi della SA decidono di attuare ritorsioni uccidendo civili. In un gruppo di civili fucilati c’è anche una bambina e la cosa sconvolge Occhi-Duri. Torna al rifugio dove c’è Lespère, un prete francese che si è unito alla NR. Questo il loro dialogo:

<Sei in pena per te stesso?> domandò Lepère.

Torrence scosse il capo. Poi, improvvisamente, disse: <Sì. Sì, è così. Per me e per tutti quelli che si sono lasciati coinvolgere in questa dannata faccenda. 

<Lascia a Cristo il lavoro di Cristo. Il destino chiede il tuo sacrificio, non il tuo martirio. È solo l’inizio. Devi essere pronto. Andrà ancora peggio. La Sete [la polizia francese sotto la guida della Seconda Alleanza] farà imprigionare molta gente e la torturerà per stanarti. Ma la verità è che stai facendo più bene che male, anche se quella gente è decisa a compiere atrocità in tuo nome.

Bibisch annuì. <Exactement. C’est ça.

Torrence si sentiva come un’urna piena di cenere. “Un petite fille. Quella gente è decisa a compiere atrocità in tuo nome…”

<Più bene che male?> Occhi-Duri sbuffò. <Difficile crederlo.

<In tutti questi anni ho imparato una grande verità> disse Lespère. <Credere è sempre difficile.

La sentenza del parroco può sembrare paradossale. Fuori dalla sua porta ci sono milioni di persone che credono alle bugie del razzismo e molti di loro credono che il genocidio di tutti quelli che non sono cristiani e bianchi sia la soluzione ideale per l’ordine ed il benessere. Perché dunque Lespère sostiene che sia difficile credere? Un buon romanzo, lasciatemelo dire: la vera letteratura, si misura dalla capacità di suscitare anche in altri tempi ed altri luoghi di quella in cui è stata scritta questioni siffatte. Nel mio caso rispondo al dubbio applicando la distinzione heideggeriana tra “interesse” ed “interessante”. Per Heidegger interessante è la trasmissione televisiva su cui càpito con lo zapping e che mi coinvolge tanto da non farmi proseguire con lo scorrimento dei canali. Interesse è quel libro di cui, non soddisfatto di aver letto, commento e scrivo, m’induce a far ricerche e ad approfondire le mie conoscenze. Inter-esse è contemporaneamente l’oggetto che divora la mia attenzione e che è divorato dal mio studio. Allo stesso modo possiamo distinguere tra credere come fede (faith) e credenza (come parere, opinione: belief). Quella fornita nella trilogia di Shirley dalla Seconda Alleanza è credenza che risolve i dubbi sostenendo che tutti i problemi sono creati dagli immigrati ebrei, islamici e di colore e che è possibile rimuovere e/o eliminare il problema per tornare alla felicità. Mutatis mutandis è la stessa retorica che oggi tanto in Italia quanto negli Stati Uniti sostiene che la radice di tutti i mali dei rispettivi paesi siano gli immigrati di diversi colore o religione che rubano pane e lavoro ad italiani o americani. La credenza rimuove il dubbio, da certezza, evita la fatica di porsi problemi. Al contrario la fede raddoppia i dubbi che già normalmente una persona normale ha: perché oltre a chiedergli se già sta facendo il bene gli impone di chiedersi se potrebbe far meglio per adeguarsi ai suoi principi. In questo senso è completamente fuori strada chi pensa, a casa o in chiesa (qualsiasi tipo di chiesa), che Dio sia una risposta: Dio è la domanda più grande e terribile su noi stessi. Non basta l’adorazione formale di idoli, non basta la diuturna ripetizione del rito, occorre dare risposta, in ogni atto ed in ogni momento, a questa domanda. Ed accettarne le conseguenze che dovremo essere noi stessi nella misura della difformità tra il nostro misero particolare e l’infinito a trarre. In questo il Cristianesimo si dice consolatorio: in quanto postula il perdono perché il misero particolare non sarà mai neanche lontanamente all’altezza dell’infinito. Ma alla fine non è il risultato a contare quanto la tensione, l’energia che ognuno di noi riuscirà ad impiegare in questo adeguamento impossibile. E qualunque tensione, per quanto minima, è preferibile all’adeguarsi al “così fan tutti”, alla risposta preconfezionata della credenza.

E allora torniamo e concludiamo con Rickenharp e con la sua canzone chiamata giovinezza, sparata con tutti i decibel possibili, per confondere le truppe soverchianti della Seconda Alleanza e consentire allo sparuto ed accerchiato drappello della Nuova Resistenza di sfuggire alla morte e di portare la testimonianza della Parigi schiacciata dal tallone fascista al mondo libero ed ancora capace di giudizio. Un gesto folle, un sacrificio, ed al tempo stesso la più limpida dichiarazione di ribellione punk che unica la musica sa, da Mozart ad oggi, ancora esprimere. E punk non può che essere sinonimo di giovane in quanto in grado di liberarsi dai vincoli della società e della rispettabilità ed urlare in faccia al mondo il proprio disgusto. In modi e in tempi diversi non è lontana la dichiarazione cristiana che solo chi sarà come un bambino potrà entrare nel regno dei cieli. Certo Rickenharp non è “innocente”: il classico rocker imbottito di droghe, ma a differenza di altri che si conformano Rickenharp si erge e urla la sua canzone contro il mondo. Quell’urlo, quella canzone chiamata giovinezza, è forse proprio quello che manca al nostro mondo occidentale odierno che, incanutito e pauroso, rifiuta il grido d’aiuto lanciato dai giovani di altri paesi e altre culture le cui speranze vengono troppo spesso lasciate affogare in fondo al mare o rinchiuse nei centri di permanenza in Libia, non troppo diversi dalle descrizione che Shirley fa degli (immaginari, ma per quanto) centri di detenzione francesi. 

I sinistri antisionisti

informare-per-resistere-logoPoco meno di due anni fa scrivevo un post in difesa di Federico Ercole contro i deliranti vaneggiamenti di Fulvio Grimaldi che lo accusava – scrivendo di videogiochi – di favorire e propiziare il femminicidio (https://ossessionicontaminazioni.wordpress.com/2012/10/28/femminicidio-e-videogiochi/). Ennesimo caso di esagerazione giornalistica sui videogiochi violenti considerati causa di comportamenti violenti nella vita reale? Magari! Grazie al sempre lucido blog di Gino Pino/Mazzetta (che mi piacerebbe, ma non sono io) scopro che il sito di (presunta) contro-informazione Informarexresistere che già all’epoca aveva ripubblicato il post di Grimaldi senza accettare di pubblicare la mia risposta in merito, si è trasformato in un covo di fascistoidi veterotestamentari che utilizzano il sito per sostenere (ad esempio) che la Terra è immobile così come descritto nelle Sacre Scritture (http://mazzetta.wordpress.com/2014/06/24/radio-spada-che-raccoglie-leredita-del-famigerato-pontifex/).

Personalmente dopo l’episodio del post di Grimaldi avevo già tolto il sito dall’elenco delle mie fonti (qualunque sia il punto di vista da cui parte, per un sito che tratta informazioni deve essere sacrosanto il diritto di replica e discussione), ma questo nuovo riferimento mi ha riattizzato la curiosità relativa a Grimaldi ed al suo blog e ci sono andato a dare un’occhiata. Ricordate che non sto parlando di uno scribacchino qualsiasi (come il sottoscritto, giusto per rendere l’idea), ma di uno che ha collaborato con la RAI, con la BBC, con Liberazione. Tenendo conto di ciò, andate ora a guardarvi uno dei suoi più recenti post sul suo blog (http://fulviogrimaldi.blogspot.it/2014/06/o-stelle-o-buio-tsipras-massoni-e.html#more). Considerando la lunghezza ve ne riporto un passo illuminante:

Una lista di disturboTsipras-Bilderberg

Partiamo da queste ultime. Nella lista di Tsipras “per un’altra Europa” (che riecheggia l’infelice e inane “altro mondo possibile” dei fasulloni di Porto Alegre) c’erano persone dalla storia personale ineccepibile, che conosco e stimo profondamente, accanto alla solita conventicola di teste d’uovo sterilizzate nell’empireo delle cose assennate e perbene e, peggio, insieme ad autentici infiltrati del nemico di classe e imperiale. A partire da promotori come Barbara Spinelli, figlia del fondatore Altiero, massone bilderberghiano e uomo di fiducia dell’Agnelli trilaterale, compagna del bilderberghiano boia sociale Padoa Schioppa e massone bilderberghiana lei stessa; dal cultore dell’eccezionalità ebraico-israeliana Ovadia, sostenuto da una massiccia quota di lobby ebraica, da esimi editorialisti dell’editore sionista-renziano De Benedetti, da residuali no global rintanati nell’Arci e in Sbilanciamoci.. Per finire, molto in basso, con SeL, dello sghignazzante compare dei Riva e Marcegaglia, che la sua base aveva strappato a fatica dalla corsa alle più sicure poltrone del largointesista europeo Schultz. Della Spinelli c’è poi da ammirare la saldezza morale quando, da capolista finta per promuovere a Bruxelles un candidato vero, si è rimangiata la parola e ha deciso di andarci lei. Una Bilderberghiana, pur reclamandosi anti-casta, rinnegherebbe se stessa se rinunciasse a 11.700 euro al mese (i tedeschi ne prendono 7.700, i portoghesi 3.200).

bilderberg2Onestamente non mi stupisco per le posizioni di Grimaldi. Non è una novità che anarchici di sinistra e di destra si siano sempre con estrema facilità scambiati le casacche (e mi preme far notare agli amici ed alle amiche del Manifesto lo sfottò a loro riservato nel post) e che tutti insieme abbiano abbaiato al complotto massonico e sionista. Quello che mi preoccupa semmai è che oggi il populismo antidemocratico (e non mi si venga a parlare di democrazia per il sondaggismo che semmai è da ricondurre ai plebisciti di piazza) ritorna a fare da cassa di risonanza a queste dietrologie che, pubblicate a ripetizione sui vari social network richiamano pletore di anime semplici che non stanno a perdere tempo controllando fonti e mettendo a confronto le opinioni, ma si adeguano bovinamente a chi le accarezza per il verso giusto.

Notate il gergo: “cultore dell’eccezionalità ebraico-israeliana”, “lobby ebraica”, “editore sionista-renziano”. E’ il medesimo dei pamphlet razzisti pre-leggi razziali. Ora io non sono né filo-israeliano, né convinto che Israele sia nel giusto nella sua politica nei confronti dei Palestinesi, ma credo anche che “sionismo-ebraismo” e Israele siano cose diverse e non assimilabili e se trovo inaccettabile la politica di Israele nei Territori, non di meno trovo altrettanto inaccettabile l’utilizzare un gergo dei dei “Protocolli dei Savi di Sion” per diffondere le proprie farneticazioni.

Per me essere non “di sinistra” ma più semplicemente “democratico” oggi è rifiutare con decisione queste strumentalizzazioni, queste provocazioni, da qualunque parte esse giungano.