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Xavier Rudd

Mi sono imbattuto per la prima volta nella musica di Xavier Rudd 4 anni fa. Il percorso è stato il solito: letta su una rivista una recensione che m’ha incuriosito. Ordinato il CD. Quando il CD è effettivamente arrivato, Qualche tempo dopo, il primo ascolto sul lettore casalingo non m’ha subito impressionato. Nonostante ciò mi sono duplicato il CD per ascoltarlo anche in auto. Ricordo con esattezza che l’ho messo nel lettore per andare a Reggio Emilia, ad un evento legato ai videogiochi. Non sono più riuscito a toglierlo dal lettore per almeno un mese. Si trattava di Dark Shades Of Blue (Salt X/Anti, 2008). Il mix straordinario di suoni estranei alla “tradizione” rock, di impostazione a tratti “dure” insieme a cadenze folk ed a ballate, il fatto che Rudd, australiano, fosse un polistrumentista e riuscisse praticamente da solo a creare gli splendidi impasti sonori presenti sull’opera e, last but not least, che nonostante la poliedricità Rudd fosse anche un notevole chitarrista  mi ha conquistato a tal punto da metterlo come miglior album dell’anno nella mia personale classifica (https://ossessionicontaminazioni.wordpress.com/2009/04/06/post-105/).
Ovviamente mi sono al più presto procurato tutti (per lo meno tutti tranne il primo, To Let, che non ha avuto distribuzione internazionale e che anche sul sito di Rudd si acquistare esclusivamente sullo store australiano): Solace (Salt X/Anti, 2004), Food In The Belly (Salt X/Anti, 2005) e White Moth (Salt X/Anti, 2007). Tra tutti, nonostante la strepitosa title-track live di Solace e una piacevole cover sullo stesso della marleyana No Woman No Cry, il migliore album è comunque Dark Shades Of Blue anche per il suo discostarsi dalla “pura” estetica folk ed arricchirsi di tonalità maggiormente “ruvide”.
Per lo stesso motivo mi ha lasciato tiepido il successivo Koonyum Sun (Salt X/Anti, 2010), in cui la consueta autarchia cede il posto alla programmatica collaborazione con Izintaba (ovvero il bassista Tio Moloantoa e il percussionista Andile Nqubezelo, entrambi sudafricani), mentre l’entusiasmo torna alle stelle con il recente Spirit Bird (Salt X/Side One Dummy, 2012) in cui il nostro torna a fare praticamente tutto da solo.
Certo, possiamo mettere nel carniere di Rudd anche l’impegno extramusicale (vegetariano, difensore dei diritti delle minoranze etniche, ecologista, un “barefooter” cioè non indossa mai scarpe) ma quello che deve rimanere al centro dell’attenzione è ovviamente la musica. E in Spirit Bird ritorna tutto quello che mi aveva incantato in Dark Shades Of Blue: l’intro (quasi) strumentale con strumenti tipici della tradizione musicale aborigena (yidaki, conosciuto anche come didgeridoo), il blues interlocutorio di Comfortable In My Skin e poi l’anthem appassionante della title track. Seguono altri blues, altre ballate – su tutte svetta Follow The Sun -, altre folk song in cui si alternano cori d’uccelli e di parlate aborigene. Un vero peccato – per me – non esserlo ancora riuscito a vedere dal vivo, ma se cercate su Youtube Rudd, in particolare dove si esibisce live in uno studio (con la possibilità quindi di osservare “da vicino” il modo in cui suona, anche se con il difetto di non vederlo all’opera con tutti gli strumenti che utilizza nei concerti), non potrete non rimanerne incantati. Il paragone che mi viene è necessariamente extramusicale: Tusitala, ovvero come gli indigeni samoani chiamavano Robert Louis Stevenson: raccontastorie, colui che riesce ad incantarci, nel nostro caso non con storie raccontate, ma con storie cantate.

Sito ufficiale: http://xavierrudd.com/
Facebook: http://www.facebook.com/XavierRuddOfficial

luglio 23, 2012 Posted by | musica, rudd | | Lascia un commento