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Articolo relativo alla polemica seguita alla pubblicazione di Canis Edit Canem (Bully) e di Rule of Rose uscito sul Mucchio Selvaggio di gennaio


Il settimanale Panorama nel suo numero uscito lo scorso 10 novembre aveva la copertina dedicata ad un videogioco all’epoca non ancora commercializzato in Italia, Rule of Rose. Con il seguente titolo: Viaggio tra gli orrori del divertimento elettronico. Ben presto si è reso chiaro che chi aveva scritto l’articolo (Guido Castellano) non aveva nessuna reale competenza del gioco o del settore videoludico, ma si era semplicemente limitato a bersi l’imbeccata di Media Hook, lo studio di relazioni pubbliche di Halifax che commercializza in Italia il gioco, a scopiazzarsi la recensione realizzata da un ragazzino e recuperata su un forum in rete, ed infine a ricamarci su un articolo sensazionalistico che è riuscito a smuovere pure gli altrimenti disattenti politici italiani. Infatti il 14 di novembre la Camera dei Deputati si è riunita per discutere sull’Informativa urgente del Governo sulle iniziative volte ad impedire la vendita di videogiochi che stimolano la violenza. Ovviamente il dibattito dei parlamentari riflette le immagini sensazionalistiche proposte da Panorama piuttosto che riflettere sul tema della violenza nei videogiochi o nei media. Del resto dare addosso al nuovo media è uno sport che va di moda da un pezzo. Per parte mia ho incominciato ad assistervi all’epoca dei cartoni animati giapponesi (il che da l’idea dell’età di chi scrive, dato che oggi gli stessi sono oggetto di recupero maniacale e le nuove produzioni hanno il supporto pieno della critica più autorevole) e i videogiochi non sono che l’ultimo dei capri espiatori. Del resto il tema permette di mettere finalmente a braccetto tutti i parlamentari e politici prima divisi da antiquate posizioni ideologiche e di sostenere che i videogiochi corrompono la gioventù e che occorre mettere un limite a tale loro nefasta attività. A nulla pare servire il parere dei “veri” esperti che smascherano l’incompetenza del giornalista e l’opportunistica volgarità del settimanale su cui scrive; che testimoniano come le efferate scene descritte (bambine che seppelliscono viva una loro compagna di scuola) siano solo la sequenza animata – non interattiva – di un sogno all’inizio del gioco e non l’obiettivo dello stesso come sostenuto nell’articolo; la presenza sulla confezione del gioco del sistema di rating PEGI (Pan European Game Information) che ne consiglia l’acquisto solo ai maggiori di 16 anni; la ricerca statistica commissionata dall’Associazione Editori Software Videoludico Italiana che dimostra come i videogiocatori siano in larga parte maggiorenni. D’altra parte utilizzare il pensiero e la discussione razionale non è il punto forte né dei politici né dei giornalisti (per lo meno quelli ufficiali, quelli che scrivono sulle testate importanti), anche perché tenere in considerazione tutti questi dati potrebbe portare a scoprire che si tratta di titoli per nulla più pericolosi di un film di Carpenter o di un libro di Stephen King ed anzi che puntano il riflettore proprio sulle manchevolezze della società e sulle omissioni di adulti, educatori, politici, e allora l’argomento potrebbe rivelarsi non più tanto appassionante.

È esattamente quanto è accaduto ad un gioco, il cui titolo inizialmente era Bully e che ancor prima che venisse pubblicato è stato massacrato dalla stampa internazionale come di un gioco che aizzava i ragazzi a maltrattare e picchiare i propri coetanei più deboli e meno aggressivi. Salvo poi – una volta di fronte al prodotto finito e giocabile – far calare un ignobile silenzio. Ignobile perché? Innanzitutto perché si tratta di un gioco bello e intelligente a prescindere dai giudizi morali che su esso possono essere espressi. Il personaggio che dobbiamo impersonare è Billy, un ragazzino quindicenne problematico che viene “depositato” ai cancelli di un college specializzato nella “riabilitazione” di tali profili. Ci rendiamo subito conto che la vita all’interno del college (Bullworth Academy, dalla cittadina di Bullworth in cui essa ha sede, ma da cui deriva pure il Bully – traducibile con “bullo” – del titolo come abbreviazione più o meno scherzosa) è divisa rigidamente come in un carcere. Da una parte la divisione tra clan (i palestrati, i secchioni, i seguaci dell’officina, ecc.) e dall’altra la scansione dei tempi tra lezioni e coprifuoco notturno. All’interno di questo contesto Billy si dovrà muovere accortamente, non saltando troppe lezioni anche perché utili ai fini del gioco (ad esempio durante quelle di chimica apprenderà a fabbricare petardi, fialette puzzolenti, ecc.) ma allo stesso tempo dedicandosi alle missioni. Il comportamento di Billy si rifletterà sulla stima che i vari clan hanno di lui col risultato che con una stima bassa sarà attaccato a vista da tutti i membri del clan, ma le missioni riguarderanno prevalentemente l’aiuto che egli potrà dare ad altri studenti, siano essi secchioni maltrattati o ragazze con problemi di cuore.

Ma ancor più intollerabile è il silenzio su Bully, ora che è stato pubblicato col titolo Canis Edit Canem (Rockstar/Take2, per Ps2) a scimmiottare i motti latini delle confraternite universitarie, dato che se si tratta di un gioco violento, è prima di tutto un gioco che sottolinea la violenza morale della società adulta nei confronti dei ragazzi, in particolar modo di quei ragazzi forse troppo sensibili o semplicemente non abbastanza opportunistici da sapersi in ogni caso allineare alla direzione del vento. Inizia infatti con un lungo video di Billy che viene accompagnato per la prima volta al college dai genitori che poi partiranno in crociera per una luna di miele della durata di un anno che si lamentano con lui per il suo comportamento poco rispettoso. Ed infatti poco rispettosamente Billy chiede alla madre come abbia fatto a sposare il patrigno (che sta guidando), vecchio – a suo dire – come il nonno e con lo stesso numero di capelli (ma evidentemente con un portafoglio ben rigonfio). Non meno ipocrisia dopo l’arrivo dove Billy viene informato dal preside che il pestaggio appena subito non è altro che sana goliardia. Tutto ciò ci spinge a dire che forse quello che fa paura di questo gioco non è la violenza espressa (le risse a scuola) quanto quella indicata delle istituzioni e della società cosiddetta civile che non solo spinge i ragazzi alla massificazione precoce ed al mito del successo a tutti i costi, ma che condanna e svilisce soluzioni personali o “diverse” pur dichiarandosi al contrario democratica ed aperta.

Del resto non è un caso che Concita De Gregorio, giornalista di Repubblica, all’epoca dell’uscita del numero di Panorama citato all’inizio, sia riuscita, all’interno del – per altro ottimo – programma di Rai3 Prima Pagina, a paragonare i videogiochi alla pornografia ed a sostenere che lo stato di ottundimento e torpore in cui versano (secondo lei) i giovani d’oggi sia causato dalle droghe leggere. Forse al contrario non le droghe leggere o i videogiochi sono le cose che ottundono i giovani, ma la mancanza di sbocchi seri all’interno di una società che incita spietatamente a gareggiare gli uni contro gli altri è il motivo dell’ottundimento (se c’è) dei giovani. Cose già dette e benissimo da Michael Moore in Bowling A Columbine. Eppure anche la sinistra che pure ha inneggiato a Moore sembra ben poco averne compreso la lezione…

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gennaio 29, 2007 Posted by | bully, rule of rose | Lascia un commento