Che ci fa Palpatine in The Amazing Spider-Man 2?

amazing-spider-man-2-poster-banner-electroIeri sera finalmente ho visto il secondo episodio dell’Amazing Spider-Man di Marc Webb e devo dire subito che la delusione, la noia, l’irritazione sono stati profondi. Preciso: il primo episodio – The Amazing Spider-Man del 2012 – non solo m’era piaciuto, ma addirittura l’avevo preferito alla media degli episodi diretti da Sam Raimi. Nel primo episodio, secondo me, Webb era riuscito a rileggere il personaggio in maniera contemporaneamente rispettosa ed adeguata ai tempi, facendo dimenticare il Peter Parker insopportabilmente piagnucoloso della trilogia raimiana. Contemporaneamente il conflitto con Lizard sullo sfondo dell’onnipresente ed onnipotente Oscorp aveva in qualche modo rilanciato la natura totemica degli scontri tra il tessiragnatele ed i suoi tradizionali nemici.

Cosa succede invece in Il potere di Electro? Abbiamo le peggiori caratterizzazioni di villain mai viste nell’attuale era di supereroismo cinematografico. E il motivo non è da attribuire agli attori – Jamie Foxx/Max Dillon-Electro, Dane DeHaan/Harry Osborn-Green Goblin, Paul Giamatti/Aleksei Systsevich-Rhino – ma alla sceneggiatura e soprattutto alla loro ideazione visiva. Electro sembra all’inizio un Imperatore Palpatine preso direttamente da Il ritorno dello Jedi, con tanto di tabarro a scagliare saette sul malcapitato di turno, per poi trasformarsi in un Dr. Manhattan intento ad apparire e sparire mostrando nel contempo a tutta l’umanità spettatrice le proprie pudenda, per infine trasformarsi in una sorta di morigerato X-Men con anonima tutina d’ordinanza. Non va ovviamente meglio ad Harry Osborn-Green Goblin a cui è stato assegnato un look da sfigata rockstar in perenne overdose: tra Harry e Goblin cambia solo il genere musicale di riferimento – emo-core Harry, power-metal anni ’80 Goblin -. Tralasciamo per carità il povero Giamatti rivestito alla fine di un’orrenda armatura che fa meno paura – nonostante l’arsenale – del sollevatore idraulico usato da Ripley per eliminare la regina aliena.

emperor-palpatine-return-of-the-jediEppure, fossero solo questi i problemi di The Amazing Spider-Man 2 – Il potere di Electro, forse qualcosa di buono si potrebbe ancora salvare. Ma tutta la pellicola si trascina in inessenziali disquisizioni su quanto è successo ai genitori di Peter e sul complicato rapporto tra lo stesso e Gwen. Un altro recente film come L’uomo d’acciaio era lento, ma lì il punto era ricostruire le origini del supereroe e conferirgli un’umanità ed una personalità significativa. Qui al contrario buona parte dei profili dei personaggi è già stata delineata per cui le lentezza e la laboriosità non può essere imputata ai nuovi personaggi: il Max Dillon stakanovista e schizzato o il figliol prodigo Harry Osborn. C’è in tutto il film un’eccessiva attenzione per dettagli irrilevanti, su tutti il ralenti conclusivo, che invece di essere drammatico/tragico, si trasforma in ennesimo motivo di noia: in fondo anche mio figlio di 11 anni sa come si conclude la vicenda di Gwen Stacy… A fronte di tutto questo piangersi e complicarsi addosso le scene di combattimento sono poche e pure poco incisive (manco il mio altro figlio di 6 anni s’è spaventato), se si eccettua la scena in cui – nella sede della Oscorp – Peter aiuta Gwen a liberarsi della polizia aziendale in un siparietto che sarebbe stato davvero delizioso se non avesse ricordato fin troppo da vicino lo show di Vedova Nera all’interno delle Hammer Industries.

Sceneggiatura fiacca e confusa, personaggi e situazioni ricopiati palesemente e spesso male da riferimenti sbagliati ed alieni dal mood del personaggio, fanno di questo Amazing Spider-Man un episodio non debole, ma proprio da dimenticare.

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La malattia dei supereroi si chiama “reboot”

Superior-Spider-Man-5_CIl fumetto dei supereroi è in una fase di crisi. Tanto più grave perché la crisi è determinata principalmente dalle strategie di rilancio. La crisi ha un nome: “reboot”. “Reboot” è il ripartire dall’inizio per raccontare un personaggio come se fosse la prima volta che se ne parla senza essere condizionati dalle narrazioni precedenti. In particolare è una tecnica che al cinema ha dato ottimi risultati: pensiamo al Batman di Christopher Nolan o a The Amazing Spider-Man di Mark Webb che si è brillantemente scrollato di dosso la pesante eredità di Sam Raimi. Con il medesimo stratagemma si è pensato di risolvere anche i problemi derivati dall’accumulo non sempre razionale di storie, personaggi, svolte narrative delle serie a fumetti. Ecco ad esempio che la testata Amazing Spider-Man dopo il numero 600 (pubblicato in Italia il 29 agosto da Panini) riparte come Superior Spider-Man con un numero 1 che vede Peter Parker (apparentemente?) morto all’interno del corpo del Dottor Octopus dopo che questo è riuscito ad effettuare una scambio di mente col suo arcinemico e si prepara ad una nuova carriera da supereroe nel corpo di Spider-Man. Le risposte della redazione alle perplessità sollevate dai fan è stata sventolare le vendite del nuovo numero 1. Ovviamente senza riflettere che al di là del successo di un singolo numero (che viene acquistato anche per meri motivi collezionistici) la fedeltà (o meno) ad una serie la si ottiene anche con una intelligente perpetuazione del personaggio che deve – gattopardescamente – mutare in continuazione continuando ad essere coerente con se stesso.

Se possibile di peggio è accaduto a Batman. Da uno scrittore del calibro di Grant Morrison è stato fatto morire per mano del cattivo di proporzioni cosmiche Darkseid nel ciclo Crisi finale. La morte di Bruce Wayne porta alla Battaglia per il mantello dove i vari Robin si confrontano per capire chi sia il più degno ad ereditare la missione di Bruce Wayne. Alla fine è Dick Grayson, il primo Robin, a deporre i panni di Nightwing (figura creata dopo l’abbandono del mentore) per vestire quelli di Batman, affiancato nelle vesti di Robin dal figlio di Bruce e Talia al’Ghul: Damian. Nonostante il profondo trauma narrativo, ben presto il ritmo si assesta su ottimi livelli con un Batman più scanzonato che conduce un gustoso gioco “buddy-buddy” con Damian, ed il ritorno di Bruce (non morto ma scagliato in un’altra dimensione temporale) invece di rimettere tutto in discussione lo giustifica lasciando a Dick il compito di difensore di Gotham mentre egli stesso fonda la Batman Inc. una società che recluta vigilanti in costume al fine di garantire l’ordine mondiale.

batman-darkseidQuesta complessa architettura narrativa costruita nell’arco di circa 4 anni nel 2012 viene improvvisamente stravolta: la serie riparte col n. 1 (in Italia pubblicato da Lion in maggio), Dick riprende i panni di Nightwing ed un ringiovanito Bruce Wayne riprende la sua crociata a Gotham assieme al figlio. Poteva durare? Dopo solo 12 numeri la DC Comics sente l’esigenza di un nuovo reboot propinando ai lettori un albo con numerazione doppia (in Italia il n. 13 è contemporaneamente il n. 0) dove si riparte a narrare di nuovo le origini del personaggio.

In tutto questo continuo ripartire il mantenimento di una pur minima coerenza narrativa (prevista invece all’epoca di Morrison, nonostante tutti gli stravolgimenti) è pregiudicato.

Anche nel medium videoludico iniziamo ad assistere ai reboot perché siamo in presenza di serie ormai consolidate che nella loro forma sembrano aver ormai esaurito il carburante. Ecco allora il Tomb Raider di Crystal Dynamics o il DmC: Devil May Cry di Ninja Theory che rileggono in modo intelligentemente irrispettoso le rispettive saghe di riferimento. Batman: Arkham Origins, che si inserisce nel solco videoludico di quel capolavoro che è stato Batman: Arkham Asylum di Rocksteady, propriamente non è neppure un reboot, ma piuttosto un prequel che narra le vicende antecedenti sia al primo citato capitolo, sia al secondo: Batman: Arkham City. Lo fa, orfano dello sviluppatore originale, grazie ad un team interno di Warner Bros. Games, ampliando la già considerevole mappa a disposizione del giocatore in Arkham City e in ciò mostrando di non aver capito gli errori compiuti nel secondo capitolo. In Arkham Origins impersoniamo un Bruce Wayne più giovane che percorre le strade steampunk di Gotham City cercando di catturare Maschera Nera mentre quest’ultimo gli scatena contro 10 supervillain desiderosi d’intascare la taglia che ha batman-arkham-origins-headermesso sulla nostra testa. Ovviamente ci sono anche stavolta gli enigmi dell’Enigmista da risolvere e numerose sub-quest e sfide ambientali da risolvere, senza contare che Gotham sembra un’immensa Arkham City, percorsa esclusivamente da criminali desiderosi di prenderci a legnate. E allora il gameplay di Arkham Origins ricorda fin troppo Knightfall, la prima parte della saga (pubblicata tra il 1993 ed il 1995) che vede Batman impegnato ad arginare muscolarmente l’esplosione di criminalità a Gotham, scatenata da Bane al fine d’indebolirlo ed alla fine distruggerlo mentre un giovanissimo Tim Drake, non ancora terza incarnazione di Robin, tenta di farlo rinsavire ricordandogli le sue doti investigative. In Arkham Origins non è che non ci sia la modalità detective, ma è quasi ininfluente l’utilizzarla mentre in Arkham Asylum era una risorsa fondamentale. Ecco, alla fine Arkham Origins è un – sia pur buono – picchiaduro a scorrimento con qualche più o meno interessante enigma da risolvere e con numerosi boss davvero impegnativi da sconfiggere. Ma non aspettatevi una storia di Batman che vi cambi la vita com’era successo per Arkham Asylum, fumetto o videogioco.

articolo pubblicato su Alias del 23 novembre 2013

50 ANNI DI SPIDER-MAN FESTEGGIATI CON UN NUOVO VIDEOGIOCO

In principio era il fumetto. Lee e Ditko i padri con Spider-Man non solo di un nuovo personaggio, ma di un nuovo modo di concepire il fumetto, principalmente quello super-eroistico. L’anno: il 1962. 50 anni festeggiati con il film di Mark Webb e il videogioco sviluppato da Beenox per Activision. Entrambi collegati come trama, ma se il primo è un “re-boot” della saga dell’arrampicamuri, il secondo è costruito come una sorta di seguito dove uno Spider-Man ormai consapevole delle proprie potenzialità deve combattere, con l’aiuto del prof. Connors (ancora confinato in prigione), un’epidemia di mutanti a New York causata dai nuovi esperimenti della Oscorp . Sia il film sia il gioco permettono, in prospettiva con la serie a fumetti, ma anche con altre derivazioni mediali come i cartoni animati, una riflessione su come la nuova grammatica inaugurata da Stan Lee (e Ditko, e Kirby e tutti gli altri disegnatori storici della Marvel) abbia influito sul fumetto in primis, ma a cerchi concentrici su tutte le altre forme mediali a cui ha contribuito. Fondamentalmente, rispetto al principale concorrente dell’epoca, la DC, la Marvel introduce una scansione del tempo delle proprie storie che è estremamente più frammentata, che penalizza la complessità orizzontale della trama a favore di una complessità verticale nella stratificazione della storie (apice di questo modo di impostare le sceneggiature il lavoro di Chris Claremont sugli X-Men). La cosa influenza ovviamente la scansione narrativa, paragonabile ad una “soap opera” in cui, nonostante il trascorrere del tempo e il relativo variare dei personaggi, il lettore è sempre di fronte ad un soggetto riconoscibile e relativamente omogeneo. Questo a differenza delle storie DC che, impostate su archi narritivi più lunghi e significativi, hanno bisogno periodicamente di essere in qualche modo “riazzerate”. Parrebbe dunque che il re-boot cinematografico dell’arrampicamuri faccia più parte di una grammatica diversa da quella tipica della Marvel, ed in parte è vero, essendo il medium cinematografico legato alla gestione di trame che devono svilupparsi in modo unitario per la durata del film con una chiusura relativamente coerente alla fine dello stesso. Non vale il discorso invece per il videogioco, la cui trama spesso rimane un pretesto per arricchire piuttosto che per sostenere il titolo. E il nuovo The Amazing Spider-Man non fa – purtroppo da un lato, per fortuna dall’altro – eccezione.

Purtroppo perché, pur avendo mutuato dinamiche di combattimento principalmente dall’acclamato da pubblico e critica Batman: Arkham AsylumThe Amazing Spider-Man non riesce mai a raggiungerne l’appeal, dovuto non solo agli scontri coi norboruti detenuti o coi supercriminali in funzione di boss, ma anche al richiamo continuo alle origini del protagonista ed ai suoi traumi, ai rapporti complessi coi personaggi, che non variano (per rimanere sempre gli stessi) da un episodio all’altro, ma che si approfondiscono sempre più nel tempo (pensiamo al maggiordomo Alfred, al commissario Gordon, ma anche con alcuni dei villain e su tutti, ovviamente, il Joker). Al contrario leggere Spider-Man è un po’ come guardare Un posto al sole: se te ne perdi pezzi consistenti (mesi o anni), ritrovi comunque un set di personaggi di cui al più devi ricostruire i rapporti (ad esempio nel film e nel videogioco Gwen Stacy, nel videogioco  Felicia Hardy e un Rhino che da energumeno con armatura si trasforma in energumeno geneticamente mutato, ecc.). Per questo motivo  rimane tutto sommato una lunga teoria di scontri coi cattivi con la possibilità sicuramente affascinante di sorvolare una New York costruita in modo assai realistico appesi a delle ragnatele (spesso a loro volta appese non si sa bene a cosa, come ad esempio quando “sorvoliamo” un parco).

Ma tutto sommato questa è anche da considerare una fortuna per un pubblico come quello dei ragazzini (a cui del resto è destinato il titolo) che si approccia al personaggio senza il furore filologico del fan azzimato e desidera dal gioco che gli riproponga gli scontri furiosi con personaggi assurdi e pericolosi che ha visto nel film, nei cartoni, magari anche nei fumetti che gli è capitato recentemente di leggere, senza dover per forza sorbirsi le vicissitudini trascorse dai protagonisti e necessarie per comprenderne i rispettivi comportamenti. Che gli proponga l’ebbrezza del librarsi tra grattaceli appesi alle ragnatele, non che gli suggerisca i drammi passati dei luoghi che visita. A questo pubblico semmai può andar stretta la relativa semplicità del titolo, che non impegna particolarmente né da un punto di vista delle combo disponibili, né dal punto di vista dei “quick time event” necessari per sconfiggere i boss.

[da Alias del 14 luglio 2012]