RIFLESSIONI SUI FAN DI SUPER MARIO

super_mario_flashSu Alias (il supplemento settimanale del Manifesto) n. 38 del 25 settembre scorso c’è un articolo a cura di Federico Ercole per festeggiare i 25 anni di Mario, la fortunata creatura videoludica di Shigeru Miyamoto e della Nintendo. Di fronte a questo articolo ho provato lo stesso imbarazzo di quando mi è capitato di leggere la monografia dedicata da Antonio Tentori al cinema di Dario Argento (Falsopiano, 1997). D’accordissimo con Tentori sulla genialità di pellicole argentiane come Profondo Rosso o Suspiria e desideroso di concedere le lodi anche per Inferno o Tenebre, mai e poi mai avrei potuto condividere l’entusiasmo ad esempio per Opera. Dimostrando che il volume di Tentori non era un testo di critica cinematografica ma piuttosto un’opera fanzinara. E lo stesso ho pensato leggendo la seguente frase dall’articolo di Ercole: “Nessuno è come Mario perché in 25 anni ha insegnato a giocare a chiunque videogiochi e chi non lo ama o non ha mai finito una delle sue avventure è anche meno bravo negli altri videogame, come chi suoni il pianoforte senza aver studiato armonia e solfeggio”.

marioLo confesso pubblicamente: non amo né ho mai amato i giochi di Mario, né mai ne ho finito uno, anzi la maggior parte non li ho neppure mai provati. Per questo dovrei dire d’essere un videogiocatore meno bravo? Nei medesimi anni del primo Super Mario il sottoscritto spendeva i risparmi familiari nelle console con Arkanoid, Galaga, Tetris e tanti altri. I giochi platform non mi sono mai piaciuti, da Mario a Lara Croft, tranne forse quelli dedicati a Sonic e solo per il folle accento dedicato alla velocità piuttosto che al salto millimetrico. Ma la vera svolta è arrivata diversi anni dopo, quando ho potuto mettere le mani su Doom. Ora potrei ricambiare la cortesia e sostenere che non è vero giocatore chi non abbia giocato e finito Doom e non lo abbia sviscerato pure in multiplayer, ma ovviamente sarebbe una sciocchezza. Ci sono hardcore gamers dediti unicamente ai giochi sportivi, ci sono quelli che passano le proprie ore vagando per i labirinti metropolitani di Grand Theft Auto, quelli dediti all’universo fantasy di World of Warcraft, quelli appassionati dell’universo psico-pop di Super Mario e quelli che non si sentono a proprio agio se non vedono il mondo di gioco come se ci fossero direttamente dentro con una bella arma carica in mano. Ovviamente nessuno di questi giocatori ha uno status inferiore agli altri e compito di un critico – in questo caso videoludico – non è di insinuare questa cosa, ma di tracciare percorsi di senso che possano far arrivare chi lo legge a comprendere meglio il gioco di cui si parla.

locandinapg2_smbOra parlare di Mario – e per altri versi della Nintendo come fa il volume Power+Up di Chris Kohler (Multiplayer, 2009) – come di gioco fondamentale non solo per capire l’universo videoludico, ma addirittura per ottenere la patente di videogiocatore DOC, è falso ma istruttivo. Istruttivo di come Nintendo – e i suoi giochi – siano riusciti a creare una nicchia di fan come nessun’altra società videoludica. Una nicchia di fan disposta a considerare “videogiochi” ibridi strani come Wii Fit o Brain Training e a investire su ogni nuova console prodotta dalla società anche in casi fallimentari in maniera lampante come il GameCube. Una nicchia di fan che non ha nulla da invidiare – come dimostra la frase riportata – al tifo da stadio deteriore, quello che per esaltare la propria squadra non trova di meglio che denigrare la squadra avversaria o comunque chi non condivida la propria passione. Più interessante sarebbe stato leggere dell’evoluzione del gameplay della serie di Mario, o di come sia stato protagonista (per altro in modo fallimentare) di uno dei primi adattamenti cinematografici, o ancora di come il suo gameplay sia stato al tempo stesso opera d’arte, ma anche talmente originale e “personale” da non avere sostanzialmente generato nuovi giochi se non repliche di se stesso mentre il genere platform a cui pure appartiene si è evoluto in altre direzioni.

Giusto per ragionare da fan, pensiamo a Doom e come abbia generato non solo un filone di giochi, ma un intero genere, quello dei first person shooter le cui modalità sono praticamente quasi le stesse di allora. Chi volesse parlare oggi di FPS senza conoscere o aver provato Doom, sarebbe davvero ingenuo, proprio perché nel Doom originale ci sono quasi tutti gli elementi che contraddistinguono il genere. Per converso invece, per quanto importante nella storia dell’arte videoludica, Mario non ha la stessa “primogenitura” all’interno del genere platform, anzi il genere si è andato evolvendo in varianti anche molto differenti. Ed è fondamentalmente proprio per questo che il film ispirato a Mario è stato un tale fallimento: non è stata sufficiente né la presenza di attori conosciuti (Bob Hoskins, Dennis Hopper, ecc.), né il supporto di una sceneggiatura abbastanza ben congegnata; il problema è che il personaggio è stato considerato, in virtù delle vendite stratosferiche, in grado di creare appeal se solo si fosse riusciti a cucirgli addosso uno straccio di storia. Ora, l’obiezione che ad un platform sia dura cucire addosso uno straccio di storia è quantomeno debole, dato che attorno ad un picchiaduro con ancor meno elementi narrativi come Mortal Kombat Paul Anderson è riuscito solo due anni dopo a costruire un film tutto sommato riuscito. La verità è che quello di Mario è un vero e proprio mondo a parte. O lo ami, o non lo digerisci proprio e se lo ami, qualsiasi cosa diversa o in qualche modo deviante diventa automaticamente deteriore. Onore a Miyamoto per avere creato tale universo, ma il compito di un critico, a parere del sottoscritto, è diverso da quello di un fan e i suoi giudizi dovrebbero essere più ponderati ed obiettivi.

Francesco Mazzetta

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