Street Fighter: il flop della leggenda

sfleggendaIeri sera mi sono casualmente imbattuto – sui canali cinematografici di Sky – nel film Street Fighter – La leggenda. Ora, dato il mio interesse per i videogiochi e per i crossover con altri media, mi sono stupito di non essere minimamente a conoscenza di questo film, tra l’altro diretto da Andrzej Bartkoviak, lo stesso regista dell’adattamento cinematografico di Doom. Non è che i film tratti dai videogiochi li abbia visti tutti (mi manca ancora ad esempio quello tratto da Parasite Eve che nemmeno i miei più infallibili amici scaricafilm sono riusciti a trovare) ma quasi (come ad esempio copia in inglese del primo BloodRayne di Uwe Boll, mai uscito in Italia né in sala né in DVD, nonostante possa vantare nel cast attori del calibro di Ben Kingsley). Per questo il non essere neppure a conoscenza di una nuova trasposizione cinematografica di uno dei più blasonati picchiaduro dopo il flop di un film comunque “storico” come Street Fighter – Sfida finale di Steven E. de Souza del 1994 con Jean-Claude van Damme ad interpretare Guile, Raul Julia ad interpretare Bison oltre a Kylie Minogue.

Va subito detto che il nuovo (2009) Street Fighter di Bartkoviak (con Kristin Kreuk che interpreta Chun-Li e Neal McDonough che interpreta Bison) bissa il flop, anzi, se possibile, fa ancora di peggio. Se possiamo infatti guardare con una certa simpatia a Sfida finale come al risultato ancora estremamente acerbo del confronto del medium cinematografico con quello videoludico, non ci è assolutamente consentito farlo né oggi né quando il film è uscito nel 2009. Certo, già Doom non era stato un successo, ma lì c’era il problema di proporre la trasposizione cinematografica di un gioco che ha la propria ragion d’essere nel punto di vista in prima persona, punto di vista che Bartkoviak utilizza nel suo film solo in qualche sequenza finale giustificandolo come “potenziamento” dell’eroe: ma si vede fin troppo chiaramente trattarsi di un “dolly” dato che non ci troviamo in presenza di quella sensazione di “ondeggiamento” che una visuale in prima persona ormai ottiene sia al cinema sia nei videogiochi (ivi compreso il quasi contemporaneo Doom 3 – del 2004 mentre il film è dell’anno successivo). Per il genere videoludico dei picchiaduro invece, oltre all’esempio di Sfida finale, c’erano anche quelli di Mortal Kombat di Paul W.S. Anderson (1995, più un paio di seguiti decisamente minori) e DOA: Dead Or Alive di Cory Yuen (2006) senza ovviamente contare il successivo Tekken di Dwight H. Little (2010). Esaminando il “perché sì” ed il “perché no” di ogni pellicola poteva essere plausibile quanto meno evitare un flop tale da non farlo neppure distribuire se non in DVD.

Esattamente come in Sfida finale, Bartkoviak tenta di costruire una storia che giustifichi il combattimento tra alcuni dei personaggi della serie videoludica. Peccato che la storia sia inevitabilmente implausibile, i personaggi avulsi dal contesto videoludico, il videogioco mero pretesto per la realizzazione di una pellicola senza alcun motivo d’interesse. A loro modo invece Mortal Kombat e DOA funzionavano e divertivano perché non pretendevano di far sorbire allo spettatore una storia elaborata, ma piuttosto riprendendo quanto più fedelmente i personaggi dei rispettivi videogiochi e costruendo attorno a loro una “competizione di arti marziali” assolutamente irrilevante nel confronto col divertimento garantito dall’auto-ironia con cui i personaggi venivano macchiettisticamente delineati. In entrambi la trama può essere tranquillamente riassunta in poche righe: un conflitto tra dimensioni in cui il torneo serve a stabilire il vincitore e dominatore per Mortal Kombat; un torneo di arti marziali che permetta all’organizzatore di “registrare” le migliori capacità di ognuno per poi rivenderle al migliore offerente per la creazione di “super-soldati”. Non è certo queste storie su cui lo spettatore si concentra ma piuttosto ad esempio come si svolgerà lo scontro tra Christie e Helena, entrambe a lottare in costume da bagno. Ma anche senza giungere a queste piacevolezze estremamente maschiliste, anche in Mortal Kombat la sbruffonaggine di Johnny Cage è imperdibile (ed alla fine pure risolutiva). Sostanzialmente La leggenda fallisce su tutta la linea proprio perché si prende, dall’inizio alla fine, troppo sul serio. Pretende di essere un film (senza mai riuscirci) e non accetta, neppure per un momento, di “stare al gioco”.

 

Christie vs. Helena in DOA

 

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Recensione di:

Tekken

Un film di Dwight H. Little. Con Jon FooKelly OvertonCary-Hiroyuki TagawaIan Anthony DaleDarrin Dewitt HensonAzionedurata 92 min. – USA, Giappone 2010.
[dal Manifesto del 19/08/2011]

locandinaIl primo pensiero vedendo Tekken (il film live action diretto da Dwight H. Little ispirato all’omonima serie di videogiochi di arti marziali) va al film dedicato ad un altro videogioco: Max Payne (John Moore, 2008). Qui come là è evidente come siano stati incomprensibilmente ignorati gli elementi fondanti della rispettiva fortuna videoludica.

Da una parte abbiamo Max Payne videogioco che è uno sparatutto forsennato a fronte di un film dove si spara pochissimo (e non si vede mai l’effetto del “bullet time” che il videogioco ha ripreso da Matrix e ne è uno degli elementi caratterizzanti). Dall’altra parte abbiamo Tekken, una delle più famose serie di videogiochi di arti marziali (in gergo: “picchiaduro”) a fronte di un film in cui si combatte pochissimo. Eppure il compito per Little pareva più semplice: di tre film dedicati ai picchiaduro almeno due possono considerarsi riusciti: Mortal Kombat (Paul W.S. Anderson, 1995 – fatta eccezione per l’eccessivamente pasticciato seguito di John R. Leonetti, 1997) e D.O.A. Dead or Alive (Corey Yuen, 2006). Entrambi, a differenza di Street Fighter (Steven E. de Souza, 1994), non hanno preteso di piegare ad una storia il torneo di arti marziali che è alla base di tutti, ma in entrambi, come nei videogiochi, la storia è un complemento del torneo e in primo piano c’è piuttosto il confronto tra le personalità e le abilità dei singoli combattenti.

Per Tekken il compito pareva più semplice rispetto a Max Payne perché, oltre ai personaggi estremamente caratterizzati – in molti casi anche in modo più o meno apertamente caricaturale -, abbiamo anche un set di storie per ogni personaggio che ruotano più o meno vicino alla storia della Mishima Zaibatsu, la megacorporazione che organizza il torneo. E dunque all’interno di questo scenario è plausibile il focalizzare la narrazione su Jin Kazama, figlio illegittimo di Kazuya Mishima e nipote di Heihachi, capo della Mishima Zaibatsu. Il tema portante dei vari episodi del videogioco è esattamente la lotta di potere tra i tre per il controllo della società unito alla possessione demoniaca con coi Kazuya si è salvato da un tentativo d’omicidio del padre e che ha trasmesso al figlio. Le varie tappe di questa lotta vengono scandite dall’organizzazione da parte di chi è di volta in volta a capo dell’organizzazione di un torneo di arti marziali denominato The Iron Fist Tournament (“tekken” significa appunto “pugno di ferro”, “iron fist” in inglese) per attrarre i due parenti dai loro nascondigli e poterli definitivamente sconfiggere. Ma non si tratta di un gioco d’avventura e tutta questa storia complicata di per sé, a cui s’aggiungono i contributi di numerosi altri combattenti, più o meno coinvolti nelle trame della Mishima, e comunque tutti interessati a vincere il torneo, è semplicemente uno sfondo per i combattimenti in cui ogni personaggio ha un proprio stile che richiama ma non è mai uguale a quello dei suoi “parenti”. La preoccupazione degli autori del film è stata invece di cercare di costruire una storia razionale che sostenesse le trame del clan Mishima immaginando una Terra del 2039 in cui le nazioni sono state sostituite dal regime oppressivo delle megacorporazioni, una delle quali, la Mishima appunto, detta legge su Asia e Stati Uniti. La capitale della corporazione è la città di Tekken, dove si tiene il torneo di Iron Fist. Jin è un giovane corriere che trasporta merce per il mercato nero della città slum di Anvil fino a quando l’uccisione della madre da parte della polizia di Tekken lo spinge ad iscriversi al torneo per vendicarsi (ignaro del suo retaggio) dei capi della corporazione che potrà avvicinare solo vincendo il torneo stesso.

DeviljinTale risibile plot fantapolitico toglie spazio al torneo e aria vitale al film. Non vediamo mai ad esempio – benché siano personaggi presenti nel film – combattere Heihachi Mishima, uno dei personaggi più forti del videogioco, o Anna Williams, le cui mosse inusuali di combattimento (schiaffoni e calci con scarpe con tacco alto) potevano dare il via a gustose gag (come in D.O.A.). Ma anche il conflitto economico/familiare all’interno della famiglia Mishima tra il padre Heihachi e l’ambizioso figlio Kazuya potevano portare a fuochi d’artificio marziali e invece si risolvono al di fuori del torneo con le armi (senza mai accennare al retaggio demoniaco di Kazuya e Jin). E la cosa purtroppo ricorda fin troppo da vicino Street Fighter (il film, ovviamente). Ma se per Street Fighter è comprensibile l’errore considerando che si tratta di uno dei primi film tratti da videogiochi, e se si escludono dal panorama tutti i film realizzati da Uwe Boll (che, per sua stessa ammissione, odia i videogiochi), non lo è per Tekken (come non lo era per Max Payne) che aveva di fronte l’esempio dei vari Resident Evil e perfino di Doom (che fallisce non tanto sul plot ma sul trasformarsi, nel finale, in un “picchiaduro” tra due personaggi eccessivamente caratterizzati in modo estraneo al gioco) che dimostrano come sia possibile estrapolare una linea narrativa da un’opera multimediale interattiva e svilupparla nella sceneggiatura di un film senza dare agli spettatori/videogiocatori la sensazione di tradimento inaccettabile. Ancora una volta un’occasione persa per un’industria cinematografica che – a differenza di quel che capita coi fumetti – non ha ancora capito che con l’industria videoludica deve dialogare alla pari creando sequenze narrative che possano “ritornare” al medium di partenza ed essere sfruttate da altri media in un circolo virtuoso. La speranza ora, almeno per quanto riguarda i fan di Tekken, è riposta nel film d’animazione “computer generated” Tekken Blood Vengeange che uscirà in novembre allegato al nuovo episodio del videogioco: Tekken Tag Tournament 2.

Trailer italiano