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Libri letti nel 2016

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Più riguardo a Blake e Mortimer n. 1

Yves Sente e André Juillard Blake e Mortimer. Il bastone di Plutarco

Più riguardo a Blake e Mortimer n. 2

Edgar P. Jacobs Blake e Mortimer. Il segreto dell’Espadon. Volume 1. L’incredibile inseguimento

Più riguardo a Blake e Mortimer n. 3

Edgar P. Jacobs Blake e Mortimer. Il segreto dell’Espadon. Volume 2. L’evasione di Mortimer

Più riguardo a Cybertext

Espen J. Aarseth Cybertext. Perspectives on Ergodic Literature

Più riguardo a Blake e Mortimer n. 4

Edgar P. Jacobs Blake e Mortimer. Il segreto dell’Espadon. Volume 4. SX1 al contrattacco

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Paolo Eleuteri Serpieri Tex. L’eroe e la leggenda

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Onofrio Catacchio Stella Rossa. Extramondo

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Drazan Gunjaca Il cielo sopra la Dalmazia

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Dmitry Glukhovsky Metro 2035

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Shadowland: Sangue nelle strade

gennaio 7, 2017 Posted by | Uncategorized | , , , | Lascia un commento

Sono nato il 4 ottobre 1976

Sui miei documenti sta scritto che sono nato il 2 dicembre del 1964, ma in realtà ho iniziato a vivere il 4 ottobre del 1976 (era un lunedì). Quel giorno avrei dovuto essere a scuola, in seconda media. Invece dal 26 settembre ero in ospedale, il Ca’ Granda di Milano, per l’intervento risolutivo della Tetralogia di Follot, malattia congenita che vede quattro malformazioni a carico del sistema cardiocircolatorio (da Wikipedia):

  1. La comunicazione fra i due ventricoli, le due parti pompanti del cuore (difetto del setto ventricolare).
  2. L’origine biventricolare dell’aorta, che si trova a cavallo fra i due ventricoli, sopra il difetto interventricolare (Aorta a cavaliere).
  3. Una stenosi (restringimento) sottovalvolare e valvolare polmonare.
  4. Un’ipertrofia (cioè ingrossamento muscolare) del ventricolo destro, come conseguenza degli altri difetti.

ospedale1I bambini affetti da questa patologia venivano comunemente chiamati “bambini blu” perché al minimo sforzo il sangue venoso si mescolava al sangue venoso mandando in ipossia con svenimento il bambino o la bambina. Ero già stato da piccolissimo operato con un intervento preparatorio, ma finalmente nel 1976 era arrivato il momento di concludere il lungo calvario che dalla nascita fino ad allora aveva trascinato me, mio padre e mia madre in giro per gli ospedali di tutto il nord Italia.

Mi ricordo ancora con estrema chiarezza quel giorno. Aghi, ospedali, esami sono cose che da sempre mi terrorizzano, ma quel giorno non vedevo l’ora di andare in sala operatoria per poter diventare un “bambino normale”. L’infermiere del reparto incaricato di portarmi in sala operatoria si chiamava come me Francesco, ed in maniera davvero simpatica mi fece gli auguri e mi disse che dovevamo festeggiare il nostro onomastico. Ai miei genitori, arrivati in reparto quando ero già stato portato via – mi portarono in sala operatoria prima dell’apertura del reparto alle visite – chiese se avessero da brindare per l’occasione.

Mi risvegliai di sera in una saletta, collegato a una macchina che svolgeva al posto del mio corpo le funzioni respiratorie, con un temporale tremendo al di fuori tanto che la rete elettrica cadde in ospedale e venne sostituita dai gruppi elettrogeni in dotazione (come mi raccontò dopo mio padre, in attesa in una sala attigua). All’inizio non riuscivo a distinguere mio padre oltre la vetrata per le “visite” quando gli infermieri me lo indicavano, ma poi col trascorrere della notte, col progressivo migliorare delle mie condizioni, riuscii a mettere a fuoco il locale, con gli altri pazienti, operati come me, che progressivamente venivano dimessi e portati nelle camere postoperatorie del reparto, mio padre che aveva passato tutta la notte ad attendere nei locali per i parenti e si affacciava al vetro quando venivano aperte le tendine per le “visite”.

ospedale2Il giorno dopo venni anch’io “estubato” e portato nelle camere postoperatorie del reparto di chirurgia.

Mai giorno come questo del 4 ottobre 1976 ha segnato la mia vita. Finalmente potevo cominciare a pensare a giocare, a correre, a divertirmi senza il timore che le forze mi venissero meno, senza accasciarmi a terra alla mercé del fato. Ad essere un ragazzino normale. Certo la cautela imponeva di non esagerare, di evitare lo sport agonistico e sforzi pesanti prolungati, ma davvero da allora iniziai a vivere una vita ragionevolmente normale. Anzi, non era con quello finita. Passarono ancora settimane di controlli ed esami e venni dimesso solo il successivo 22 ottobre. Seguì un periodo di convalescenza a casa e praticamente tornai a scuola solo dopo le vacanze di Natale. Probabilmente, a posteriori, quell’anno scolastico sarebbe stato meglio mi fosse fatto ripetere, ma quale professore avrebbe spontaneamente bocciato un ragazzino rimasto a casa quasi tre mesi per un’operazione al cuore? Un ragazzino non particolarmente capace ma neppure irrequieto o svogliato. Un ragazzino tenuto fino ad allora, dai genitori, dagli insegnanti, dalla vita, sotto una campana di vetro per evitare che crollasse per lo sforzo, privo d’ossigeno?

Certo la trafila di esami e controlli continuò ed addirittura ritornai in ospedale per un’altro intervento – stavolta di ulcera perforata, che cambiò la mia prospettiva politica del mondo (ma questa è un’altra storia) – ma, finalmente, potevo considerare me stesso guarito. Potevo considerare me stesso completo e pari ai miei compagni ed amici. Quel 4 ottobre 1976 sono davvero nato per come mi conoscete ora.

ottobre 5, 2016 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , | Lascia un commento

Suicide Squad: un’opinione diversa

posterFinalmente sono andato a vedere Suicide Squad, film tanto felice al botteghino quanto stroncato dalla critica e dai “bene informati”. Su tutte le recensioni prendo quella di Giulia D’Agnolo Vallan sul Manifesto del 13/08/2016. Si inizia a constatare come vi sia “Rottura netta tra le reazioni critiche e quelle del pubblico sta diventando un po’ la regola per la nuova vena di supereroi sfornati dalla collaborazione tra Warner Brothers e Dc Comics.” Si trovano riferimenti alti, anche come limite, ma purtuttavia apparentemente senza meritarsi tutti i pollici versi ricevuti: “Come era successo la primavera scorsa per Batman vs Superman, l’uscita americana di Suicide Squad è infatti stata preceduta da un’unanimità di pollici rivolti verso il basso, ma accolta con entusiasmo dagli spettatori, al punto che il nuovo lavoro di David Ayer – che è poi un libero adattamento di Quella sporca dozzina di Aldrich – ha registrato gli incassi più alti della storia per le uscite nel mese di agosto, superando il record di Guardians of the Galaxy, un film il cui animo anarcoide e irriverente Suicide Squad cerca apertamente di emulare. Purtroppo senza riuscirci; ma anche senza meritare le recensioni devastanti che ha subito.” Però, nonostante tali premesse, la conclusione è che: “Autore interessante quando si confronta con un progetto piccolo e originale come il poliziesco End of Watch, alle prese con un budget di 175 milioni di dollari Ayer è un regista privo di immaginazione. E, se qui è meno statico di quanto lo fosse nel soporifero film di guerra Fury, la sua azione non ha coreografia o coerenza interna. E non sembra nemmeno molto interessato a lavorare su linguaggio del fumetto. Per portare al cinema i supereoi bisogna capirli e amarli almeno un po’, come ci ricorda per esempio Joss Whedon. E, se Christopher Nolan aveva (malamente) celato la sua accondiscendenza nei confronti del loro mondo dietro alla pretenziosità dei suoi film, il suo discendente diretto Zack Snyder (regista di Batman vs Superman e qui produttore/autore) non ha nemmeno quell’ispirazione. Come Batman vs Superman, anche Suicide Squad sembra girato nel catrame, ma il suo «nero» non assume mai la dimensione esistenziale tragica che Tim Burton aveva dato ai suoi film sull’uomo pippistrello [sic]. È un’immagine confusa e basta.” Se non è devastante dire che il film sembra girato nel catrame…

Ebbene, qual è la mia opinione? Penso forse che Suicide Squad sia un capolavoro? Di certo no. Penso che – per restare in ambito DC Comics, Suicide Squad sia meglio della trilogia di Nolan? No. Penso forse che sia meglio del reboot di Superman del presunto privo d’ispirazione Zack Snyder: L’uomo d’acciaio? Ancora no. Al contrario di quanto sostenuto da Giulia D’Agnolo Vallan, almeno in questo film, Snyder dimostri un grande amore e rispetto nei confronti del personaggio e riesce a renderne il respiro epico e drammatico. Penso almeno che sia meglio del successivo Snyder: Batman v Superman: Dawn of Justice? Assolutamente sì. Intanto il più grosso problema per un fan dell’uomo-pipistrello nel guardare questo film è che Batman se ne va in giro per ogni dove sparando ed ammazzando criminali. Per quanto era questo che faceva il personaggio nelle sue origini tra le mani di Bob Kane, la vulgata attuale lo vuole completamente avverso alle armi da fuoco ed all’uccisione dei suoi antagonisti. Nessuno dei protagonisti di Suicide Squad soffre di questo problema per fortuna. E nel complesso, pur senza essere un capolavoro, pur senza essere un film che resterà nella memoria di un cinefilo, Suicide Squad è un film divertente, che non irrita i fan dei personaggi DC ma anzi – come vedremo poco sotto – riesce a deliziarli anche al di là della riuscita formale.

Harley-Quinn-1Molti hanno fissato la loro attenzione sulla interpretazione del Joker offerta da Jared Leto valutando se potesse essere paragonabile a quelle offerta da – tra gli altri – Cesar Romero, Jack Nicholson, Heath Ledger. Quello che invece vorrei sottolineare è il ruolo di Harley Quinn – perfettamente interpretato da Margot Robbie -. In un confronto con entità di potere mistico come l’Incantatrice e suo fratello, razionalmente una ex psichiatra psicopatica ed assassina senza nessun potere non sarebbe forse la scelta più logica. Ma non è un caso se il film si risolleva, anche nelle risate e nel rumoreggiare di consenso del pubblico ogni qual volta che Harley se ne esce con qualche candida e contemporaneamente acidissima battuta. Non è un caso se Harley sia il vero collante dell’improbabile squadra, e allora se un vero difetto vogliamo trovarvi è che avrebbe dovuto avere un ruolo ancora maggiore nell’economia della trama. E la cosa buffa è che Harley Quinn è un personaggio relativamente nuovo, essendo stata creata da Paul Dini per Batman: The Animated Series (serie animata prodotta dal 1992 al 1995 per la televisione). Non solo il personaggio è sopravvissuto alla serie animata, ma è stato inserito nel canone di Batman ed ha già offerto eccelsi esempi di sé dentro e fuori dal fumetto, ad esempio nel videogioco Batman: Arkham Asylum o nella graphic novel The Joker di Azzarello e Bermejo. Il punto di forza del personaggio di Harley Quinn – perfettamente messo in luce nella sequenza in cui Incantatrice le mostra i suoi più reconditi desideri – è che fondamentalmente è una ragazzina borghese che vuole una vita borghese con tanto di casetta, marito amorevole e figli da accudire. Ma l’incontro col Joker – lui sì completamente dis-umano, elementale incarnazione del male – la spoglia della moralità collegata a quel sogno trasformandola in un ibrido assolutamente affascinante di candore (fantastica la sequenza in cui Harley in cella legge l’equivalente di un Harmony) e perversione. Ed ogni battuta di Harley nel film è – volutamente – densa di questa ambiguità. In sostanza basterebbe da sola Harley/Margot Robbie a salvare questo film (come mi disse una volta una persona a proposito del Resident Evil di Paul W. Anderson: “basta la presenza di Milla Jovovich a giustificare il costo del biglietto”) ma non per mera maschile predilezione per le forme femminili. D’Agnolo Vallan descrivendo Harley come un mix di cheerleader e stripper non ne coglie che la superficie. Harley Quinn è la donna finalmente postfemminista, libera dalla necessità di ottenere l’approvazione maschile e se da tutta se stessa al Joker non lo fa per conformismo sociale, ma esclusivamente per libera ed autonoma scelta (ed è per questo che Joker non può non amarla e salvarla: oltre il legame con l’umano per il male non ci sarebbe che l’autodistruzione). La stessa libera scelta che la fa proseguire nella missione suicida anche se è libera dal ricatto che costringe il gruppo di criminali a non andarsene per i fatti propri, convincendo anche gli altri a seguirla (nella scena del bar).

Infine, per quanto sia innamorato del Joker di Nicholson, Leto offre un’interpretazione di questo personaggio decisamente degna di un maggiore sviluppo. Non una persona semplicemente sconvolta da un incidente che ne abbia deturpato il volto, ma una forza malefica in sembianze umane. Assolutamente fantastica la scena del club dove lo scagnozzo che definisce “puttana” Harley (anche se in senso di apprezzamento) fa scattare – e sembra di sentire il “click” nella sua testa – la furia del Joker che porta lo scagnozzo in un tunnel senza uscita. Per questo, pur convenendo che molte cose potevano essere migliori (uno dei miei principi universali di valutazione è che quando in un opera sia esso libro/film/fumetto/videogioco/ecc. – che non sia esplicitamente un horror con zombie – saltano fuori degli zombie o creature ad essi assimilabili è perché lo scrittore non sapeva più che pesci pigliare), considero Suicide Squad un discreto film e spero che i personaggi di Harley Quinn e di Joker, magari interpretati dagli stessi attori, possano essere ripresi per un film con un più cospicuo e soddisfacente spazio a loro dedicato (e perché non qualcosa ispirato alla graphic novel di Azzarello e Bermejo?).

 

 

agosto 23, 2016 Posted by | batman, cinema, fumetti, Uncategorized | , , , , , , , | 3 commenti

Libri letti nel 2015

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gennaio 2, 2016 Posted by | Uncategorized | | Lascia un commento

Conlon Nancarrow o la musica meccanica riportata in vita

MI0003306384E’ da un po’ che mi frulla per la testa di stendere qualche riflessione sulla musica di Conlon Nancarrow. Di origini statunitensi, dopo la sua iscrizione al Partito Comunista e la sua partecipazione alla guerra civile spagnola, per evitare ritorsioni governative, riparò in Messico e lì visse (e lavorò) per il resto della sua fine fino all’anno della morte, il 1997, a 84 anni (fonte: Wikipedia).

La principale produzione musicale di Nancarrow è destinata all’esecuzione su “player piano” o “pianoforte meccanico”. I suoi lavori vista l’estrema complessità (quando non la vera e propria fisica impossibilità) richiesta agli esecutori, sono “scritti” su nastri di carta perforata destinati all’esecuzione “automatica” (nel senso letterale del termine). Tutte le sue composizioni per “player piano” sono di recente state pubblicate dall’etichetta tedesca MDG Scene grazie all’interessamento di Jurgen Hochner che ha messo a disposizione sia i rulli con le composizioni che gli strumenti necessari per la riproduzione: un Bosendorfer Grand Piano dotato di un Ampico Player Piano Mechanism del 1927.

Per avere un’idea della musica di Nancarrow si ascolti lo Studio N. 3c (https://youtu.be/-9bWEvTN6nM).

 Ora la maggior parte della musica che ascoltiamo è musica “meccanica” dato che la riproduzione (ma anche buona parte della produzione) avviene non direttamente dallo o dagli strumenti all’ascoltatore come in un concerto di musica classica ma piuttosto viene mediato da microfoni e amplificatori, registrato, remixato, inciso, riprodotto su apparecchiature molto differenti le une dalle altre. Nancarrow, con assoluta preveggenza, ha esteso la meccanicità della riproduzione alla fonte, all’esecuzione stessa della sua musica. I suoi studi per player piano non sono eseguibili da un essere umano. Pur avendo le proprie radici nella musica folk e blues americana, le sue composizioni sono dis-umane perché possono dall’essere umano essere esclusivamente ascoltate, non suonate.

MI0001190162Per questo è geniale l’idea di trascrivere i suoi studi per quintetto di fiati (con l’aggiunta di un pianoforte) da parte del Calefax Reed Quintet (e di Ivo Janssen al piano). Non a caso il sottotitolo del CD è: “musica meccanica portata alla vita” in quanto le varie linee ritmiche melodico-ritmiche sono suddivise sui 5/6 esecutori, rendendone possibile l’esecuzione da parte degli esseri umani, e contemporaneamente traducendo le sonorità del piano in timbri resi attraverso fiati. Per esempio si ascolti lo stesso studio di prima come eseguito dal Calefax Reed Quintet (https://youtu.be/rQdRTSFMq38).

 Per quanto ovviamente “solo” l’esecuzione torni ad essere umana e tutto il resto del processo di registrazione/incisione/riproduzione resti meccanico, questa esecuzione mostra come la musica di Nancarrow non sia esclusivamente una curiosità per collezionisti musicali, ma che possieda un’espressività di assoluta rilevanza che finora non è stata sufficientemente ascoltata/analizzata. Rilevanza che oggi, nell’epoca della musica elettronica e digitale, assume un significato ancor più pregnante. A differenza che nel secolo scorso, oggi la musica meccanica, nella sua versione digitale, è praticamente ubiqua e indistinguibile da diversamente prodotte musiche. La lezione di Nancarrow in questo senso mi sembra andare in direzione di una spinta all’autenticità “meccanica”: non creare con gli strumenti a disposizione musiche che potrebbero essere realizzate anche analogicamente, ma piuttosto spingere le possibilità dei mezzi a disposizione ai confini estremi delle loro possibilità espressive, piegando non le possibilità tecniche dell’esecuzione all’ascolto ma esigendo dall’ascoltatore di inerpicarsi sulle vette di sonorità in-audite.

http://conlonnancarrow.org/nancarrow/Home.html

http://www.mdg.de/indexeng.htm

http://calefax.nl/en/

dicembre 27, 2015 Posted by | musica, Uncategorized | , , | Lascia un commento

Libri letti nel 2014

 

 

 

(le dimensioni delle copertine dipendono dall’icona presente su Anobii a cui le copertine sono collegate)

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gennaio 4, 2015 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

2013 in review

The WordPress.com stats helper monkeys prepared a 2013 annual report for this blog.

Here’s an excerpt:

A New York City subway train holds 1,200 people. This blog was viewed about 7,000 times in 2013. If it were a NYC subway train, it would take about 6 trips to carry that many people.

Click here to see the complete report.

dicembre 31, 2013 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento

BEYOND: TWO SOULS avventura metaludica

Beyond_-_Two_Souls_BoxartFederico Ercole, intervistando Willem Dafoe, protagonista del nuovo gioco di David Cage/Quantic Dream Beyond: Two Souls (o Beyond: Due Anime), parla di questa opera, sul Manifesto del 15 ottobre scorso, come di un “non-videogioco” e di un “non-film”. La non appartenenza ad un medium in qualche modo codificato (pure se quello videoludico è tutt’ora tumultuosamente in fieri) è la cifra di quest’opera in cui David Cage fa compiere un passo avanti alla sua personale – e sicuramente affascinante – idea di “Opera Multimediale Interattiva” (per usare la definizione “alternativa” e “dotta” proposta da Marco Accordi Rickards). Le sue opere precedenti – Fahrenheit (2005) e Heavy Rain (2010) – erano funestate da un sistema d’interazione, il cosiddetto “Quick Time Event” in cui dovevamo muovere il pad, i joystick analogici, premere i pulsanti in corrette sequenze coordinate alle indicazioni presenti sullo schermo, solo in qualche misura riferite a quanto effettivamente accade nel gioco, trasformando i giochi stessi in una sorta di “Guitar Hero” narrativo. Ma non per questo chi scrive aveva inserito quell’anno Heavy Rain tra i “perché no” dell’annata: per quanto il gameplay fosse scollegato dal fluire della storia, non era il problema maggiore dell’opera, superato di gran lunga dal finale in una storia dal potente e coinvolgente pathos che individuava il colpevole di una trama da giallo d’impianto tutto sommato classico in un personaggio che pure avevamo direttamente controllato e con esso contribuito a salvare vittime ed a svelare il mistero. L’effetto è lo stesso della conclusione del famoso romanzo di Agatha Christie L’assassinio di Roger Ackroyd (pubblicato anche col titolo Dalle nove alle dieci) dove si scopre che l’assassino è lo stesso io narrante che fino alla fine ci ha condotto nei meandri dell’indagine assieme all’ineffabile Hercule Poirot. Ma l’effetto spiazzamento è ricercato dalla Christie e trovato in maniera scientifica e narrativamente accurata, mentre Cage ci lascia alla fine del suo Heavy Rain esclusivamente con domande senza risposta.

Per questo è innegabile che con Beyond: Two Souls Cage giochi meglio le sue carte. Intanto il sistema di controllo è semplificato e per quanto le performance del giocatore influenzino lo svolgimento del gioco non gli è più richiesto di prodursi in acrobazie videoludiche in cui il minimo sbaglio può portare alla morte di uno dei protagonisti. Poi la storia di Jodie – che Beyond ci propone di seguire dalla primissima infanzia alle soglie dell’età adulta – collegata ad un entità eterea di nome Aiden viene sconvolta in un intreccio che salta da un punto all’altro dell’arco temporale apparentemente in maniera causale: dalla vita nella famiglia adottiva, alla permanenza nel centro di ricerca dove il dottor Nathan Dawkins (impersonato da Dafoe) studia il suo legame con Aiden e con la dimensione da cui proviene, all’ingaggio da parte della C.I.A. con missioni di spionaggio e di esecuzione di nemici politici, alla sua fuga ed alla sua vita di strada, fino al ritorno da Nathan e dalla C.I.A. per un’ultima missione che consenta di arginare l’invasione del nostro mondo da parte delle forze della dimensione alternativa.

Beyond-Two-Souls-Story-Will-Be-12-to-15-Hours-Long-2Fin dall’inizio ci accorgiamo che l’aver fatto interpretare a degli attori in carne ed ossa – di più: a dei bravi attori – i personaggi del gioco non è stato un vezzo per richiamare il pubblico cinematografico ma riesce veramente, in particolare per Jodie, interpretata da Ellen Page, a imprimere un profondo pathos al personaggio. Ellen Page riesce perfettamente a ricreare il disagio e le lacerazioni di bambina/ragazzina/adolescente che si confronta con persone che costantemente la considerano qualcosa a metà strada tra una strega ed una cavia da laboratorio. Senza questa intensa interpretazione non sarebbe stato credibile in un videogioco il “livello” in cui una Jodie in fuga dalla C.I.A. si ritrova a vivere in strada tra gli homeless, a mendicare un tozzo di pane, a rubare in un supermercato l’indispensabile per sopravvivere, a far nascere, in un casermone abbandonato la figlia di una donna ridottasi a vivere in strada per sfuggire al fidanzato che la picchiava una volta venuto a conoscenza della gravidanza.

Ma quello che colpisce maggiormente in Beyond è che fondamentalmente tutto il videogioco è una riflessione sul gioco stesso. Tutti noi – videogiocatori – siamo Aiden: l’entità soprannaturale (non a caso gestita in prima persona) che segue Jodie, la protagonista del videogioco, e la protegge consentendole d’arrivare alla conclusione. Aiden è collegato a Jodie da una sorta di cavo di luce come il cavo – materiale o immateriale nel caso del wireless – che collega il pad con cui lo controlliamo alla consolle. Aiden a differenza degli altri personaggi – e specialmente di Jodie – non è caratterizzato da un avatar ma anzi, nei disegni che ne fa Jodie bambina, è una sorta di blob informe perché non è un individuo solo ma l’insieme sfocato di tutti i videogiocatori che l’impersonano. Aiden arriva da una dimensione diversa che si teme possa invadere il mondo: il mondo dei videogiochi come li vede David Cage, avventure sempre più proiettate a riscrivere in senso interattivo il medium cinematografico, invaso da alieni che portano terrore e scompiglio. Questi videogiocatori alieni sono i creatori di videogiochi Beyond-Two-Soulsindipendenti? i “modder”? i giocatori dei titoli “massive multiplayer”? (Tra l’altro occorre sottolineare en passant che Beyond può essere giocato in modalità cooperativa da due giocatori). L’unico elemento certo è che Beyond, ludicamente e metaludicamente, c’indirizza verso un orizzonte videoludico diverso al trend odierno in cui a prevalere sembrano essere i “casual game” ed il multiplayer attraverso un’opera che riscrive il medium videoludico “come se” le avventure grafiche non fossero ormai un genere residuale ma al contrario si fossero attestate come genere guida di tutto il medium.

Pubblicato su Alias del 26 ottobre 2013

ottobre 26, 2013 Posted by | Uncategorized, videogiochi | , , , , , , | Lascia un commento

2012 in review

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

Ecco un estratto:

600 people reached the top of Mt. Everest in 2012. This blog got about 5.700 views in 2012. If every person who reached the top of Mt. Everest viewed this blog, it would have taken 10 years to get that many views.

Clicca qui per vedere il rapporto completo.

gennaio 12, 2013 Posted by | Uncategorized | , , | Lascia un commento

Bibliotecari aristocomunisti?

Riflessioni sul libro di Luca Ferrieri La lettura spiegata a chi non legge (Bibliografica): http://ossessionicontaminazioni.blogspot.com/2012/01/bibliotecari-aristocomunisti.html

gennaio 31, 2012 Posted by | Uncategorized | Lascia un commento