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Sono nato il 4 ottobre 1976

Sui miei documenti sta scritto che sono nato il 2 dicembre del 1964, ma in realtà ho iniziato a vivere il 4 ottobre del 1976 (era un lunedì). Quel giorno avrei dovuto essere a scuola, in seconda media. Invece dal 26 settembre ero in ospedale, il Ca’ Granda di Milano, per l’intervento risolutivo della Tetralogia di Follot, malattia congenita che vede quattro malformazioni a carico del sistema cardiocircolatorio (da Wikipedia):

  1. La comunicazione fra i due ventricoli, le due parti pompanti del cuore (difetto del setto ventricolare).
  2. L’origine biventricolare dell’aorta, che si trova a cavallo fra i due ventricoli, sopra il difetto interventricolare (Aorta a cavaliere).
  3. Una stenosi (restringimento) sottovalvolare e valvolare polmonare.
  4. Un’ipertrofia (cioè ingrossamento muscolare) del ventricolo destro, come conseguenza degli altri difetti.

ospedale1I bambini affetti da questa patologia venivano comunemente chiamati “bambini blu” perché al minimo sforzo il sangue venoso si mescolava al sangue venoso mandando in ipossia con svenimento il bambino o la bambina. Ero già stato da piccolissimo operato con un intervento preparatorio, ma finalmente nel 1976 era arrivato il momento di concludere il lungo calvario che dalla nascita fino ad allora aveva trascinato me, mio padre e mia madre in giro per gli ospedali di tutto il nord Italia.

Mi ricordo ancora con estrema chiarezza quel giorno. Aghi, ospedali, esami sono cose che da sempre mi terrorizzano, ma quel giorno non vedevo l’ora di andare in sala operatoria per poter diventare un “bambino normale”. L’infermiere del reparto incaricato di portarmi in sala operatoria si chiamava come me Francesco, ed in maniera davvero simpatica mi fece gli auguri e mi disse che dovevamo festeggiare il nostro onomastico. Ai miei genitori, arrivati in reparto quando ero già stato portato via – mi portarono in sala operatoria prima dell’apertura del reparto alle visite – chiese se avessero da brindare per l’occasione.

Mi risvegliai di sera in una saletta, collegato a una macchina che svolgeva al posto del mio corpo le funzioni respiratorie, con un temporale tremendo al di fuori tanto che la rete elettrica cadde in ospedale e venne sostituita dai gruppi elettrogeni in dotazione (come mi raccontò dopo mio padre, in attesa in una sala attigua). All’inizio non riuscivo a distinguere mio padre oltre la vetrata per le “visite” quando gli infermieri me lo indicavano, ma poi col trascorrere della notte, col progressivo migliorare delle mie condizioni, riuscii a mettere a fuoco il locale, con gli altri pazienti, operati come me, che progressivamente venivano dimessi e portati nelle camere postoperatorie del reparto, mio padre che aveva passato tutta la notte ad attendere nei locali per i parenti e si affacciava al vetro quando venivano aperte le tendine per le “visite”.

ospedale2Il giorno dopo venni anch’io “estubato” e portato nelle camere postoperatorie del reparto di chirurgia.

Mai giorno come questo del 4 ottobre 1976 ha segnato la mia vita. Finalmente potevo cominciare a pensare a giocare, a correre, a divertirmi senza il timore che le forze mi venissero meno, senza accasciarmi a terra alla mercé del fato. Ad essere un ragazzino normale. Certo la cautela imponeva di non esagerare, di evitare lo sport agonistico e sforzi pesanti prolungati, ma davvero da allora iniziai a vivere una vita ragionevolmente normale. Anzi, non era con quello finita. Passarono ancora settimane di controlli ed esami e venni dimesso solo il successivo 22 ottobre. Seguì un periodo di convalescenza a casa e praticamente tornai a scuola solo dopo le vacanze di Natale. Probabilmente, a posteriori, quell’anno scolastico sarebbe stato meglio mi fosse fatto ripetere, ma quale professore avrebbe spontaneamente bocciato un ragazzino rimasto a casa quasi tre mesi per un’operazione al cuore? Un ragazzino non particolarmente capace ma neppure irrequieto o svogliato. Un ragazzino tenuto fino ad allora, dai genitori, dagli insegnanti, dalla vita, sotto una campana di vetro per evitare che crollasse per lo sforzo, privo d’ossigeno?

Certo la trafila di esami e controlli continuò ed addirittura ritornai in ospedale per un’altro intervento – stavolta di ulcera perforata, che cambiò la mia prospettiva politica del mondo (ma questa è un’altra storia) – ma, finalmente, potevo considerare me stesso guarito. Potevo considerare me stesso completo e pari ai miei compagni ed amici. Quel 4 ottobre 1976 sono davvero nato per come mi conoscete ora.

ottobre 5, 2016 Posted by | Uncategorized | , , , , , , , , | Lascia un commento

La crociata dei bambini: recensione ed intervista ad Avoledo

LaCrociataDeiBambin_lowCONFLITTO URBANO NELLA MILANO POSTAPOCALITTICA

 [Recensione e intervista pubblicate su Alias del 14 giugno 2014]

Tullio Avoledo, friulano, classe 1957, ha scalato le vette di critica e pubblico delle patrie lettere con il fulminante esordio di L’elenco telefonico di Atlantide (Sironi) nel 2003 e la vittoria nel 2006 del Premio Super Grinzane Cavour – dopo l’approdo ad Einaudi – con Tre sono le cose misteriose. Ma se già aveva dimostrata propensione nel percorrere strade originali quando, nel 2011, aveva pubblicato sempre per Einaudi un thriller apocalittico assieme al tastierista e fondatore dei Subsonica Davide Boosta Dileo, ha probabilmente lasciato di stucco più di un paludato critico quando si è apparentemente convertito alla narrativa seriale dedicandosi al Metro 2033 Universe ideato dallo scrittore russo Dmitry Glukhovsky.

Rispetto ai romanzi di Glukhovsky (ma anche alle altre storie dell’Universe, tutte pubblicate in Italia da Multiplayer.it) dedicati sostanzialmente ad una narrazione avventurosa in uno scenario post-apocalittico cupo e ctonio dei tunnel della metropolitana, infestati da pericolose mutazioni indotte dalle radiazioni e ancora più pericolose fazioni umane l’una contro l’altra armate che rispolverano in modo tragicomico le divisioni ideologiche pre-catastrofe, la narrazione di Avoledo preferisce la peregrinazione nel mondo esterno da una parte e la riflessione sulla possibilità di sopravvivenza della religione e soprattutto della fede. Non a caso il protagonista de Le radici del cielo è un prete, l’ultimo a capo dell’Inquisizione, inviato dalle catacombe romane, in cui la Chiesa sgomita col potere politico, a Venezia dove si favoleggia ci sia l’ultimo vicario di Cristo sulla Terra assieme a un tesoro utile alla Chiesa per confermare la supremazia anche temporale.

Dopo un viaggio denso di tribolazioni ed avventure, John Daniels scopre che a Venezia c’è ben più che un Papa: tra i canali asciutti ha la consapevolezza infatti che la vita sulla Terra che sembra destinata all’estinzione in realtà si sta tornando a sviluppare in forme e su piani nuovi e diversi. Ed alla fine si oppone al reale esito previsto per il suo viaggio: quello di distruggere l’eventuale Papa con un’ennesima deflagrazione atomica, ed al contrario decide di ritornare a Roma con l’ordigno per imporre – con le buone o con le cattive – la sua nuova visione di speranza. Ma nel suo viaggio di ritorno viene deviato – e qui comincia il secondo romanzo della trilogia, La crociata dei bambini, in questi giorni in libreria sempre per Multiplayer.it – a Milano dove l’ordigno gli viene rubato dalla fazione più potente e più crudele tra quelle che dominano la città in disfacimento: i Figli dell’Ira. Come in una sorta di Guerrieri della notte italo-postapocalittico assistiamo nel nuovo romanzo ad un conflitto urbano tra le varie fazioni in lotta per la supremazia con John Daniels che vuole recuperare la bomba anche per impedire che venga usata contro le Creature della Notte, i nuovi abitanti della Terra che a torto vengono considerati mostri dagli umani, ma anche per impedire che i Figli dell’Ira spadroneggino sulle altre fazioni imponendo tributi disumani. Il tema religioso prosegue e si rafforza in questo secondo romanzo soprattutto nello scontro/confronto tra il cattolicesimo di padre Daniels e la fede ebraica di una delle fazioni con cui s’incontra/scontra.

Se all’epoca della sua uscita avevamo salutato Le radici del cielo come uno dei più freschi e brillanti romanzi italiani – confermati in ciò dal successo, anche internazionale, ottenuto – non possiamo che confermare il giudizio anche di fronte alla sua serializzazione che, invece di annacquare trama e tematiche, trova il modo di riproporre quanto già c’era di buono nel primo romanzo aggiungendo novità e profondità senza minimamente far mancare l’azione che non si può non attendersi da una storia del genere.

Altri miei articoli con tag Avoledo: https://ossessionicontaminazioni.wordpress.com/category/avoledo/

Tullio_LowResLE CATACOMBE POSTAPOLITTICHE CHE INCANTANO I GIOVANI RUSSI. Intervista a Tullio Avoledo

Come sei arrivato a scrivere per il Metro 2033 Universe ideato da Dmitri Glukhovsky?

Sono arrivato a Glukhovsky tramite il videogioco Metro 2033. Sia io che mio figlio eravamo accaniti giocatori, così quando ho saputo che la casa editrice Multiplayer portava Dmitry al Salone del Libro di Torino del 2010, ho contattato Multiplayer chiedendo se era possibile incontrarlo. Avevamo un intervallo utile di poche decine di minuti, tra un impegno e l’altro: un tempo più stretto di quelli che affronta George Clooney in Gravity

Siamo riusciti comunque a parlare. Ma non pensate che ci siamo messi a discutere dei massimi sistemi letterari, o di filosofia: quello che mi interessava era sapere se ci fosse qualche glitch nel gioco per trovare più munizioni. Dmitri mi gelò dicendomi che non aveva alcun controllo sul videogame…

Così ci trovammo costretti a parlare di libri. E lui mi espose il progetto del “Metro Universe”, questa innovativa creazione multimediale aperta alla collaborazione di fan e professionisti di tutto il mondo. Dmitri mi chiese se non fossi interessato a partecipare con un libro a quell’avventura. Io ricorsi a tutta la mia diplomazia per tirarmene elegantemente fuori. Avevo già troppe cose in cantiere. Poi però, quell’estate, lessi il romanzo Metro 2033 e ne rimasi affascinato. Non era il solito romanzo d’azione. Aveva una profondità e una dirittura morale che fecero immediatamente presa su di me. Così io e Dmitri ci scambiammo alcune mail, e un pomeriggio ci incontrammo di persona a Venezia, e al tavolino di un bar davanti al teatro La Fenice gli raccontai la storia che avevo in mente di scrivere. La cosa è nata così. Non pensavo che scrivendo quel libro avrei incontrato un pubblico completamente diverso da quello dei miei lettori abituali. Nel 2012, quando presentai l’edizione russa del libro alla Biblioteca di Stato di Mosca, la vecchia Biblioteca Lenin, mi trovai davanti 500 ragazzi e ragazze, la gran parte sotto i vent’anni. Fu una folgorazione. Capii che con quel libro che tutti gli “addetti ai lavori” mi avevano sconsigliato di scrivere, parlandomi di un “suicidio letterario”, potevo raggiungere un target nuovo, giovane, internazionale. Ho conosciuto persone straordinarie come Ilya, il giovanissimo illustratore delle copertine russe della saga, che ormai conta decine di titoli. Gente rapida nel pensiero e nell’azione. Ragazzi dalle domande interessanti, come lo sono i lettori polacchi del mio libro, i cui commenti e interrogativi mi hanno positivamente stupito. Sono davvero lieto e orgoglioso di essere uno dei due scrittori non russi che hanno collaborato alla saga, se mi è servito a incontrare un pubblico così.

La crociata dei bambini è il seguito di Le radici del cielo e si prevede che la vicenda veda un ulteriore romanzo per concludersi in una trilogia. La trilogia era già prevista all’epoca de Le radici del cielo o è un modo per rispondere e continuare il suo successo?

Scrivendo Le radici del cielo avevo in mente un romanzo autocompiuto. Poi però ho capito che la storia andava sviluppata. Che per rispondere a tutti gli interrogativi suscitati in me dall’opera di Dmitri un libro non bastava. Così ho lasciato da parte altri progetti e mi sono concentrato sul seguito. Ora ho già in mente la scaletta del capitolo finale della “mia” saga di Metro 2033, che si svolgerà tra Firenze e Roma. Diciamo anche che la voglia di dare un seguito al primo romanzo è stata aumentata dai commenti dei miei lettori russi e polacchi, che mi hanno aiutato a focalizzare l’attenzione su quello che volevano, e che ho cercato di dargli con La crociata dei bambini.

In Le radici del cielo ed ancor più in La crociata dei bambini è presente una forte riflessione religiosa, solitamente assente nella fantascienza. Cosa ti ha portato a scegliere come tema per per queste tue opere un’indagine sulla possibilità della fede oltre l’apocalisse?

Beh, ci sono alcune grandiose eccezioni, personaggi di grandi romanzi fantascientifici che hanno una fede o addirittura sono dei preti, come il Padre Carmody protagonista di Notte di luce di Philip J. Farmer o padre Ramon di Guerra al grande nulla di James Blish. E poi c’è quel romanzo straordinario di Lester Del Rey, L’undicesimo comandamento, che avrò letto almeno sei volte. Ciò che mi interessava esplorare, nell’universo immaginato da Dmitri, era la possibilità della fede, una qualsiasi fede, non solo di sopravvivere ma di evolversi, in un mondo postapocalittico. Questo secondo romanzo è incentrato sul concetto cabalistico di tsimtsum: lo svuotamento di Dio. Nel prossimo svilupperò una cosa affascinante che ho scoperto sulla chiesa aquileiese delle origini. Introdurre la religione all’interno della fantascienza dà delle possibilità narrative notevoli. La tematica religiosa, tra l’altro, è stata il motivo del successo del libro presso il pubblico polacco. Le radici del cielo è stato per diverse settimane in cima alla classifica dei bestseller di narrativa fantastica. E con la tradizione che di quel genere c’è in Polonia, è una cosa che mi ha davvero esaltato. In compenso in Germania i lettori hanno reagito negativamente alla presenza dell’elemento religioso e di certi voli di fantasia. Dovendo scegliere il pubblico da accontentare con il mio secondo romanzo ho deciso col cuore e non con la logica dei grandi numeri. Ho scelto i polacchi, insomma.

I tedeschi hanno reagito male per l’elemento religioso o perché uno dei “boss” in Le radici del cielo ha un nome tedesco?

Tutte e due le cose, posso pensare. Gottschalk comunque è una citazione da un romanzo di John Brunner, La Matrice Spezzata. In generale le critiche su Amazon vertevano sul fatto che ci voleva più azione che metafisica. È il motivo per cui i polacchi non dichiarano mai guerra per primi e i tedeschi invece sì…

Il Metro 2033 Universe comprende anche due videogiochi. Li hai provati? Quale preferisci? Se ti proponessero di realizzare un videogioco dalle tue opere quale proporresti e come vorresti che venisse realizzato?

Ho adorato il primo gioco. Potente, realistico e mistico al tempo stesso. Il secondo ce l’ho ma non l’ho mai installato, essenzialmente perché il mio notebook non ha le caratteristiche tecniche necessarie. Questo dei requisiti di gioco proibitivi è un grosso limite per i due game. Mi piacerebbe poter giocare, come in Russia, a Metro online, alla cui presentazione ho assistito due anni fa. E attendo con impazienza Metro 2033 Wars che è annunciato per Android e IOS. E ovviamente non mi dispiacerebbe avere un videogame tratto dai miei due romanzi della saga. O da Un buon posto per morire, il romanzo d’azione che ho scritto nel 2012 a quattro mani con Davide Boosta Dileo dei Subsonica. Quello sarebbe perfetto, secondo me. Ma il tempo c’è. Vedremo.

Che “genere” di videogioco vorresti che fosse? uno sparatutto? un’avventura in terza persona?

Vorrei fosse un gioco a esplorazione libera, con missioni principali e missioni facoltative, tipo Fallout 3, in cui il karma del protagonista varia a seconda delle azioni che compie.

Nel tuo articolo pubblicato su Wired L’influenza dei videogiochi nei miei romanzi critichi i “sapienti” delle “Terre della Letteratura” perché non sanno riconoscere le nuove narrazioni che provengono da fumetti, videogiochi, ecc. e ignorano deliberatamente le potenzialità del meticciato culturale tra i vari media. Però è anche vero che a partire dagli accademici ludologi per arrivare ai “semplici” appassionati di videogame c’è una nutrita schiera di sostenitori dell’idea che la narrazione sia un orpello inessenziale per i videogiochi, roba per vecchi incapaci di giocare e legati a cose come le cut-scenes che loro sistematicamente “skippano” senza pietà. Che ne pensi? Che peso può avere la narrazione all’interno di un videogioco?

Molto o nessuno. Dipende dal gioco. Non sono un tecnico, pertanto non posso esprimere che opinioni superficiali, forse anche sbagliate. E poi appartengo ad un’altra generazione, una che in gran parte i videogame li ignora o li fugge come la peste. Diciamo comunque che Fallout 3 o Bioshock Infinite sono una cosa diversa da, che ne so, Wolfenstein o Aliens, o altri FPS. Credo che un personaggio come Geralt di Rivia, per dire, abbia potenzialità maggiori di quelli di Assassin’s Creed. La sfida è quella di realizzare giochi che incantino il lettore nella trama. Mi piacerebbe moltissimo poter acquistare i diritti della saga di Riverworld, o di quel gioiello narrativo che è Soldato, non chiedere di Gordon Dickson. Che giochi fantastici ne verrebbero fuori. Ma temo che il futuro sia piuttosto Angry Birds o Temple Run. La pigrizia e i limiti delle piattaforme di gioco rischiano di rovinare tutto. D’altra parte l’onnipresenza dei fast food e il contemporaneo successo delle trasmissioni di alta cucina rappresentano lo stesso apparente paradosso.

Ma non sono un programmatore o un progettista di videogame e infatti in quell’articolo parlavo dal versante della Letteratura, e non da oltre frontiera. Il fatto è che ci sono un sacco di talenti in grado di progettare un videogioco innovativo, e credo che imporgli limiti tipo FPS o Adventure sia assurdo. I giochi del futuro saranno molto diversi da quelli attuali, come Fallout 3 sta a Pong…

Certamente non è semplice progettare nuovi scenari, e infatti non mi ci provo neanche. D’altro canto Gibson ha inventato il cyberspazio su una macchina da scrivere…

giugno 16, 2014 Posted by | avoledo, fantascienza, metro 2033 | , , , , , | 1 commento