IL CERVELLO CHE LEGGE E LA LETTERATURA ERGODICA

Recentemente ho letto il libro di Maryanne Wolf Lettore, vieni a casa. Il cervello che legge in un mondo digitale (Vita e Pensiero, 2018). Il tema del libro è l’analisi della neurofisiologia della lettura vista come un sistema complesso di abilità del cervello messo a rischio dal mondo digitale con le sue convenzioni di lettura frammentata, superficiale, disattenta. In realtà qui mi interessa però l’analisi neurofisiologica della lettura che mostra come tale attività – squisitamente artificiale – sia un mezzo per permettere alla persona che legge di apprendere sfruttando l’abilità dei “neuroni “specchio” di attivare aree del cervello corrispondenti alle abilità descritte nella narrazione che stiamo leggendo. Per fare un esempio pratico se io leggo di cowboy che stanno cavalcando esausti nella prateria, il mio cervello attiverà le aree relative all’attività del cavalcare, ma anche quelle relative alla stanchezza. Di più: attraverso la lettura possiamo sperimentare altri modi di vita, possiamo immergerci nella vita e nelle abitudini di altre persone, facendo esperienza della diversità materiale e culturale. Nelle parole della Wolf:

…quando leggiamo narrativa, il cervello simula attivamente la coscienza di un’altra persona, incluse quelle che altrimenti neppure immagineremmo. Questo ci consente, per alcuni momenti, di provare davvero ciò che significa essere un altro, con tutte le emozioni e gli sforzi simili, o molto diversi, che governano la vita degli altri. I circuiti della lettura sono sviluppati o raffinati da tali simulazioni; lo stesso succede alla vita quotidiana, anche alla vita di chi vorrebbe diventare un leader e guidare gli altri. (p. 54, corsivo mio)

Il meccanismo qui presentato in opera nella lettura è quello della simulazione. La simulazione ci permette di conoscere (con il grado di conoscenza più alto: quello derivante dall’esperienza personale) qualcosa di cui non abbiamo attualmente o di cui non possiamo fisicamente avere esperienza. Questo meccanismo opera anche nei – anzi, è alla base dei – videogiochi.

E questo mi riporta al concetto di letteratura ergodica proposto da Espen J. Aarseth nel suo libro – considerato un testo fondamentale dei “game studies” – Cybertext. Perspectives on Ergodic Literature (John Hopkins University Press, 1997). Per Aarseth i videogiochi sono “letteratura ergodica” in quanto, a differenza della letteratura “tradizionale” richiedono espressamente al fruitore/giocatore uno sforzo fisico (l’attività ludica) per essere fruiti. Aarseth cita espressamente alcuni testi letterari liminali tra il puramente letterario e l’ergodico. Di questi, negli anni scorsi, ne ho letti tre per cercare di capire la transizione tra il letterario “puro” e l’ergodico. I tre testi erano: Rayuela di Julio Cortazar, Dizionario dei Chazari di Milorad Pavic e Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. In Rayuela una storia sostanzialmente lineare viene divisa in segmenti ed arricchita con elementi aggiuntivi. Cortazar fornisce al lettore la possibilità sia di leggere linearmente la storia, sia di leggere in modo consequenziale la storia stessa con i materiali aggiuntivi fornendo una mappa (non esaustiva) di lettura. Pur trattandosi a parer mio (che amo visceralmente la scrittura cortazariana) del più affascinante dei tre, tuttavia al lettore non è richiesto particolare sforzo di ricomposizione, tanto più che la maggior parte dei materiali aggiuntivi in realtà servono a dar “colore” piuttosto che ad aggiungere elementi cruciali alla narrazione. In Se una notte d’inverno un viaggiatore il caso del libro introvabile, nel senso che ogni volta che si pensa di averlo trovato esso in qualche modo muta, è interessante dal punto di vista della riflessione su cosa sia effettivamente un testo e come in realtà continui a mutare anche quando lo crediamo immutabilmente fissato sulla carta stampata, ma si tratta di uno sforzo d’immaginazione e riflessione intellettuale piuttosto che un’attività ergodica propriamente detta. Da questo punto di vista forse il testo effettivamente più interessante è il Dizionario dei Chazari perché ricostruisce la presunta storia del mitologico popolo dei Chazari attraverso frammenti ricavati da tre prospettive diverse ed alternative: islamica, ebraica e cristiana. Ogni prospettiva fornisce un quadro ed un’interpretazione valoriale diversa di personaggi ed eventi apparentemente uguali o simili pur presentandone anche di originali non presenti nelle altre versioni. Al lettore, senza alcuna indicazione o mappa fornita a monte dallo scrittore, è lasciato il compito di ricostruire la “vera” natura dei Chazari. Ma anche attestando il fascino del complesso labirinto narrativo intessuto da Pavic, ho desistito dall’impresa, perché qualsiasi tra i più banali e prosaici libri-game hanno maggiore “ergodicità” di questi tre capolavori della letteratura. La parziale conclusione a cui all’epoca ero giunto era dunque che l’unico legame tra letteratura e videogiochi restassero appunto i libri-game in cui la ludicità era inserita non come gioco intellettuale all’interno della narrazione ma piuttosto come sistema ludico necessario per la lettura dell’opera.

Fino appunto al libro di Maryanne Wolf che spiega neurofisiologicamente come la lettura, la lettura profonda di un testo cartaceo, sia un’attività intrinsecamente ergodica. Un’attività che vede in opera il lavoro del cervello per creare una simulazione delle situazioni e delle attività di cui stiamo leggendo con cui “allenare” i diversi altri circuiti cerebrali a quelle attività preposti. Questo in realtà risponde a molti miei dubbi e chiarisce alcune delle intuizioni che ho sempre sostenuto: quella in particolare della somiglianza tra la passione videoludica e la passione letteraria. Dal punto di vista neurofisiologico la letteratura è un videogioco in forma letteraria e il videogioco è letteratura in forma ludica. Il “sistema” in gioco è fondamentalmente lo stesso: nel videogioco, a differenza che nella lettura, la maggior parte del lavoro di simulazione viene spostato all’elaboratore per permettere l’attività ludica vera e propria; mentre nella lettura profonda l’attività ludica è un piacere intellettuale derivante dal lavoro di simulazione e decodifica affidato al cervello.

Non si pensi che lo stesso valga automaticamente per qualsiasi altro media. La visione di un film ad esempio è spesso un’attività passiva, indipendentemente dall’attività cerebrale o intellettuale che impieghiamo, così come l’ascolto di un brano musicale o l’osservazione di un’opera d’arte. Al contrario la lettura, soprattutto la lettura profonda, non procede, non può procedere passivamente e richiede al contrario un espresso investimento di energie da parte del lettore. Esattamente alla stregua del videogioco. Ecco allora che quando la Wolf parla dei videogiochi come ausilio all’introduzione alla lettura mediante un’attenta scelta e valutazione degli stessi da parte di educatori, genitori ed insegnanti, ha ragione probabilmente al di là delle sue intenzioni. Non si tratta infatti solo di scegliere quei videogiochi che possano contenere in misura maggiore testo o che possano piacevolmente e intelligentemente rimandare all’universo letterario, ma piuttosto di trovare e forse ancora più importante di creare quei videogiochi che possano mostrare in maniera diretta ed esplicita il legame intrinseco già presente tra videogiochi e letteratura. E sto espressamente pensando alle vecchie avventure testuali (ricordate Zork?) ed alle possibilità che questo genere potrebbe avere con le tecnologie oggi a disposizione e con la consapevolezza letteraria ed educativa dei traguardi possibili con le nuove dimensioni digitali. Potrebbe essere oggi cominciare ad essere pensabile la creazione di un Sussidiario illustrato della giovinetta?

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Videogiochi e copyright

cocoIl libro di Nicola Coco Videogiochi e copyright (La Sapienza, 1995), per quanto decisamente datato, ha il merito di mostrare, ancora oltre 20 anni dopo la pubblicazione, in uno scenario apparentemente estremamente dinamico quale quello del software videoludico, come le ragioni di scelte e soprattutto di non scelte a livello legislativo sono il frutto di un vero e proprio imperialismo economico statunitense (e giapponese) nel settore.

Alle origini tanto il software in generale quanto il redditizio nascente mercato videoludico erano oggetto della discussione in ambito legislativo se ad essi fosse maggiormente opportuno applicare la tutela brevettuale o quella conseguente alle varie scuole legislative relative al diritto d’autore. Innanzitutto Coco mostra come la scelta di rivolgersi al diritto d’autore è stata in qualche modo obbligata dal fatto che la stragrande maggioranza dei prodotto software (videogiochi inclusi) avrebbe mancato l’obiettivo di originalità a novità indispensabili ad ottenere i brevetti. Ma soprattutto l’apparentemente più labile tutela offerta dal diritto d’autore, per quanto imposta praticamente a tutte le legislazioni nella sfera d’influenza statunitense, con la conseguente deprecazione per la pirateria (che avrebbe essere legislativamente combattuta in maniera legislativamente più efficace mediante la tutela brevettuale) è in realtà un sistema per favorire indirettamente, anche grazie la pirateria, la diffusione dei prodotti statunitensi (e giapponesi) in mercati più deboli e privi di strutture proprie in grado di competere col mercato statunitense (e giapponese) su questo segmento.

Il motivo di una mancanza di una legislazione chiara sul medium videoludico discende da questa ambivalenza (non è pleonastico ricordare che il successo della prima Playstation nella “console war” è stato anche conseguente alla facilità della modifica da applicarle per farle leggere il software copiato) che tuttavia va a scapito di quei soggetti – i beneficiari delle libere utilizzazioni quali scuole e biblioteche – che paradossalmente oggi potrebbero “aiutare” in particolare proprio i videogiochi ad ottenere uno status culturale attraverso l’utilizzo, la promozione, la diffusione all’interno dei canali tradizionalmente riconosciuti a livello sociale. Per questo ancor oggi, in cui pochi potrebbero mettere in dubbio lo status di opere dell’ingegno e addirittura d’arte da applicare ai videogiochi, questo medium resta, come conseguenza di quelle scelte sicuramente efficaci da un punto di vista economico, ma alla fine poco lungimiranti, nel limbo legislativo ostacolando anche solo il proporre una programmazione culturale che lo coinvolga.

Congo e l’evoluzione del genere “action-adventure”

locandinaHo letto diversi romanzi di Michael Crichton, l’autore di Jurassic Park, tra i quali forse quello che ho maggiormente adorato è Andromeda (in originale: The Andromeda Strain, 1969), ho visto parecchi film tratti dai suoi romanzi ed ho giocato a diversi videogiochi tratti per lo più dai film ispirati alle sue opere. Un suo libro però che non ho mai letto (e non avevo neppure mai visto il film tratto da esso) è Congo (edizione originale Congo, 1980). Ho riparato, almeno per il film, diretto da Frank Marshall con attori non particolarmente noti, tranne Tim “Frank-N-Furter” Curry e uscito nelle sale nel 1995, grazie alla programmazione estiva di Sky Cinema. La visione di questo film, non eccezionale ma decisamente piacevole, è stata una vera e propria illuminazione! I suoi ingredienti: missione scientifica in una parte inesplorata della giungla africana, personaggi ambigui che perseguono scopi diversi da quelli dichiarati, mitiche città perdute leggendarie per i tesori che dovrebbero contenere, avventurieri carismatici e fumatori di sigaro abili tanto a destreggiarsi nella giungla quanto a mercanteggiare con signori della guerra e con tribù indigene, misteriosi e terribili guerrieri prima completamente sconosciuti, esplorazioni di giungle e dungeon, scontri a fuoco, enigmi da risolvere. Sono tutti gli ingredienti che ritroviamo quasi esattamente nei videogiochi della saga di Uncharted! E la cosa non può non scombinare un po’ la genealogia della saga e le coordinate del cosiddetto genere videoludico dell’“action-adventure”.

Tomb_Raider_(1996)Sostanzialmente il termine “action-adventure” viene creato per dare una collocazione alla saga di immenso successo Tomb Raider (il cui primo episodio appare nel 1996) all’interno delle categorizzazioni videoludiche. A sua volta è evidente come Tomb Raider sia ispirato alla saga di Indiana Jones (i qui quattro film vanno dal 1981 al 2008). Saga che ha ispirato direttamente videogiochi, tra i quali il più bello e più ricordato dai fan è sicuramente Indiana John and the Fate of Atlantis, uscito nel 1992. Si tratta di un videogioco destramente divertente e riuscito con una trama originale che non fa rimpiangere quelle delle pellicole fino ad allora uscite (e di certo molto migliore di quello dell’ultima, Il regno del teschio di cristallo) ma legato alla dimensione delle avventure grafiche in cui all’epoca la LucasArts – produttrice del gioco – eccelleva con titoli quali Maniac Mansion, Monkey Island, ecc. Successivamente al “furto di brand” da parte di Eidos con la saga di Tomb Raider, LucasArts tenta di giocare anch’essa la carta “action-adventure” per il suo personaggio con Indiana Jones e la Macchina Infernale (1999), lasciando a capo del progetto Hal Barwood, già responsabile di Fate of Atlantis, ma il risultato è al di sotto delle aspettative perché l’Indy “action-adventure” non riesce neanche lontanamente ad eguagliare il carisma di Lara Croft. Il motivo, secondo il sottoscritto, è che a Tomb Raider non serve una vera e propria storia: si tratta in realtà di un platform 3D in cui viene incentivata l’esplorazione senza però mai rinunciare alla teoria acrobatica con cui l’avatar iperpettoruto mette alla prova le abilità del giocatore. Indiana Jones in questo ambito inevitabilmente perde, perché non sta nel puramente ginnico l’appeal dell’esploratore interpretato da Harrison Ford, ma piuttosto nel suo carisma umano, nelle sue difficoltà e debolezze (nei confronti in particolare dei comprimari e in genere delle donne), nella sua capacità di esprime una forte carica di humor presente in Fate of Atlantis e completamente scomparso in La Macchina Infernale.

Uncharted_Drake's_FortuneA riscattare non solo le sorti maschili ma anche quelle della narrazione (e forse anche un po’ dello humor) all’interno del genere “action-adventure” ecco finalmente nel 2007 arrivare il primo episodio di Uncharted: Drake’s Fortune. E lo fa prendendo le distanze dal canone Indiana Jones-Lara Croft attingendo a piene mani piuttosto che dalla saga di Lucas/Spielberg, da un film minore ma non per questo meno in grado di offrire spunti che si riveleranno decisivi – ovviamente anche perché nelle abilissime mani di una software house del calibro di Naughty Dog – per l’evoluzione del genere. Evoluzione radicale se anche Tomb Rider, dopo il passaggio da Eidos a Square Enix, col reboot del 2013 cambia coordinate e s’inscrive a pieno titolo nel nuovo solco scavato da Uncharted. Questo ci dovrebbe ricordare che, se letteratura, cinema e videogiochi, sono media diversi e se non è possibile una “traduzione” diretta soprattutto tra i primi due ed il terzo (e viceversa) non solo non è impossibile – ed anzi è la storia stessa del videogame un continuo “furto” dagli altri due media – avere trasposizioni e contaminazioni decenti, ma anche in alcuni casi adeguati trasposizioni, effettuate da persone in grado di capire le specificità dei media, possono riuscire a dar vita a prodotti decisamente buoni ed in grado di rinsaldare i legami anche teorici tra essi.

Videogiochi: poesia vs. interattività?

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Marcello Paolillo

Ho letto con attenzione l’articolo di Marcello Paolillo su “Journey, Flower e la poesia che uccide il videogioco” (su Gamesvillage) e certamente le posizioni proposte meritano di essere riflettute, ma non sono d’accordo con lui. Neanche un po’. Fondamentalmente riprende il “vecchio” argomento dell’interattività come elemento sine qua non (e fin qui ci può pure stare) dei videogiochi e lo trasforma in quanto più un videogioco è interattivo quanto più è bello e quanto meno è interattivo quanto più è brutto ma soprattutto alla fine non è neppure un videogioco. A questo punto ci si aspetterebbe che Paolillo stendesse una linea sopra la quale stanno i videogiochi e sotto la quale stanno i “terroni” (pardon: i “qualcosa” che fanno finta di essere videogiochi senza però esserlo davvero). Ma forse non si può pretendere un traguardo simile da un breve articolo. Vediamo almeno quali sono i videogiochi che Paolillo condanna: Journey, Flow e Flower (più il nuovissimo Abzu su cui sospendo il giudizio non avendolo ancora provato). E, se concediamo credito alla sua argomentazione, il giudizio un po’ ci sta. Magari si tratta “solo” di esperienze emotive vissute tramite consolle che però in realtà possono non essere “davvero” videogiochi? Però Paolillo inserisce nel suo carnet di videogiochi bannati Ico (e a questo punto – pur non avendolo citato – è necessario metterci anche Shadow of the Colossus) e questo da la misura di quando tale metro di giudizio sia fallimentare ed inadeguato. Inadeguato perché alla fine carente di definizioni. Cos’è per Paolillo “interattività”? E’ evidentemente premere pulsanti e levette (cioè interagire con l’interfaccia fisica del gioco) con uno scopo ben preciso all’interno del quadro semiotico del videogioco stesso: mandare la palla in rete, uccidere il nemico, tagliare il traguardo prima degli avversari, sincronizzare i propri gesti con le icone presentate a schermo, ecc. Né JourneyIco rientrano in tale concetto di interattività, ma tale concetto non è l’unico possibile. Ritorniamo un attimo ad un ludico pre video: il libro game. Il libro game è interattivo? Seguendo Paolillo occorrerebbe negarlo: seguiamo la storia predisposta senza davvero avere un minimo di controllo, senza che la conclusione sia dovuta alla nostra “performance” ludica. Al contrario interazione può essere predicata per un libro game perché senza l’intervento attivo del lettore la narrazione al suo interno non si concretizza in una storia. Addirittura la posizione di Paolillo è paradossalmente agli antipodi di quella espressa da Steven Poole nel suo Trigger Happy: cioè che in realtà l’interattività dei videogiochi non sia una vera interattività perché comunque – tanto in Call of Duty quanto in Journey – essa soggiace ad una “sceneggiatura” cioè ad un ventaglio più o meno ampio di possibilità pre-viste dal programmatore.

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Le “medaglie” di Gamesearch

Come si vede l’interattività non è una quantità fissa, ma piuttosto una caratteristica scalare sia in termini di quantità che di qualità. Per questo dire di un videogioco che non è un vero videogioco perché poco interattivo è un esercizio di retorica tutto sommato fine a se stesso, finalizzato al massimo a denigrare un “genere” videoludico, quello individuato come “poetico” da Paolillo. In realtà anche qui siamo in presenza di una forzatura. Più che un “genere”, il “poetico” è semmai una caratteristica che può più o meno essere predicata per videogiochi diversi come diversi sono Journey e Ico. Ma di poesia possiamo in certa misura parlare anche per videogiochi come Town of Light, come Final Fantasy, come The Last of Us (soprattutto nel DLC Left Behind), come Unravel, come Life is Strange ecc. E non sempre più poesia corrisponde a meno interattività. Allora, piuttosto che dare “patenti” di videoludicità, la critica video ludica dovrebbe riuscire a mettere a disposizione strumenti di valutazione al fine di “educare” i giocatori ad essere “conscious gamer”. In parte e con finalità estremamente specifiche (volendo essere una “guida per genitori”) è quello che fa ad esempio il portale Gamesearch con le “medaglie” che assegna ai videogiochi che recensisce. Ancor oggi non è chiaro (non è fornito un metro adatto a misurarne l’incidenza) e pacifico il ruolo dell’interattività all’interno dei videogiochi, figuriamoci quanto esposto a diverse interpretazioni può essere l’elemento poetico. Indaghiamo – come esperti del settore – le varie opere senza categorie preconcette se non generalissime, e deriviamo direttamente dalle opere gli strumenti per analizzarle. Altrimenti non solo i game studies e la critica videoludica rimarranno dominio di nerd scollegati dalla realtà, ma anche i videogiochi stessi non riusciranno mai – come invece ormai hanno pienamente diritto – ad essere considerati un genere d’intrattenimento adulto, ed in grado pure di avventurarsi in ambiti solo apparentemente alieni ed iperuranici come la poesia e la filosofia.

Game design vs. game storytelling

game designParrebbe arduo accomunare un manuale pratico e tendenzialmente di uso scolastico come Game design. Gioco e giocare tra teoria e progetto a cura di Maresa Bertolo e Ilaria Mariani (Pearson, 2014) con un romanzo come YOU. Crea il tuo destino di Austin Grossman (Multiplayer.it, 2014). Eppure in qualche modo – che cercheremo di spiegare – i due testi compensano le reciproche lacune funzionando – imprevedibilmente – come un efficace manuale teorico/pratico di realizzazione di videogiochi.

Bertolo e Mariani (rispettivamente ricercatrice al Dipartimento di Design del Politecnico di Milano e PhD Student presso il medesimo Dipartimento) raccolgono nel loro libro tutti gli apporti teorici che possono interessare la giovane disciplina dei Game Studies, ivi compresi, la Teoria dei Giochi, la Semiotica, ecc. per offrire ai lettori – idealmente studenti di un corso di Game Design, non solo videoludico – una cassetta degli attrezzi per comprendere i giochi, come sono fatti, perché e come vengono giocati. Il volume offre un ampio apparato bibliografico e di risorse attivabili online assolutamente apprezzabili in un contesto didattico e permette al lettore di confrontarsi con la realizzazione di un vero e proprio progetto di design ludico. Il volume, grazie alla pluralità di voci e competenze, è uno strumento utile però non solo agli studenti di Game Design, ma a chiunque si interessi di giochi e videogiochi. E qui però sta la lacuna che è possibile individuare: il trattamento cioè indifferenziato di giochi e videogiochi che vengono sostanzialmente considerati medium unico. In parte sopperisce a questa mancanza il paragrafo dedicato dal Museo del Videogioco di Roma VIGAMUS al videogioco considerato “opera multimediale interattiva”, ma tale concetto s’inabissa nel pessimo capitolo scritto da Dario Maggiorini e Laura Anna Ripamonti dedicato specificamente al “Video Game Design”. Per dimostrare questa affermazione sia qui consentita la seguente citazione dove Maggiorini e Ripamonti argomentano sulle medesime finalità di giochi e videogiochi: “…l’essenza dei tornei medievali: esercitarsi attraverso un gioco per apprendere competenze utili in situazioni ben più pericolose. È quindi evidente come […] un ben più moderno videogioco appartenente al genere First Person Shooter (FPS), altro non [sia] che raffinate palestre per migliorare la capacità del giocatore nel prendere la mira”. Se tale fosse la finalità degli FPS, ad esempio, il sottoscritto che ha tale genere come preferito fin dagli esordi con DOOM dovrebbe essere nella realtà un cecchino infallibile. Addirittura sarebbe necessario concordare coi detrattori di Grand Theft Auto che sostengono tale gioco sia istigatore e istruttore di criminalità! In realtà affermazioni come questa vengono messe in dubbio da altre parti del volume stesso che parla del gioco come di un cerchio magico non direttamente collegato con la realtà. Non di meno all’interno del volume manca una specifica comprensione, e quindi istruzione, sul fenomeno videoludico come specifico e distinto da quello del gioco. Il medium videoludico non rientra tout court in quello ludico come sorta di sottoinsieme, ma piuttosto è un medium a sé stante, un’opera multimediale interattiva che se incorpora indubbiamente in sé l’elemento ludico, non si riduce mai esclusivamente ad esso ma aggiungendovi sempre l’elemento della “simulazione” (cosa invece che non sempre accade col gioco non “video”) che è quello che specificatamente impatta sulla significatività videoludica nell’ambito dell’apprendimento e delle potenzialità educative.

youA queste lacune supplisce la contemporanea lettura del romanzo di Grossman, consulente di Videogame Design e dottorando in Letteratura inglese presso l’Università di Berkeley in California. YOU, da un punto di vista narrativo non è un romanzo perfettamente riuscito. La storia di Russell ex-nerd che, dopo aver abbandonato gli amici ed i videogiochi sperando di far carriera come avvocato torna nella società di sviluppo di videogiochi da loro fondata – la Black Arts – come ultima spiaggia per trovare un lavoro, s’incarta spesso nell’eccessiva involuzione tra la realtà del lavoro su un nuovo videogame lasciato incompiuto da Simon, genio del game design prematuramente scomparso, la vita di Russell a cavallo tra realtà ed allucinazione in cui s’insinuano i protagonisti del videogioco, i ricordi videoludici d’infanzia e la trama della saga videoludica sviluppata da Simon e dalla Black Arts. Al centro di tutto una spada magica, Mournblade, talmente potente da permettere a chi la brandisce, sia giocatore, sia personaggio controllato dal gioco, di sterminare chiunque gli si pari davanti e che fin dai primi episodi del gioco compare saltuariamente minando la giocabilità e la redditività dei giochi stessi. Più che dalla trama ingarbugliata il lettore è deliziato dalla scoperta descrizione delle modalità e dei ritmi di lavoro in una società di sviluppo di videogiochi. Dalla descrizione degli eventi che vi ruotano attorno e dei ruoli di socializzazione che essa prevede. Dai compiti, minuziosamente elencati, a carico del game designer incaricato della progettazione di un nuovo videogioco. Con YOU il lettore può intuire che fondamentale nell’ideazione di un videogioco è la creazione di un universo non necessariamente coerente, ma sicuramente coeso e completo che il game designer deve essere in grado di esplorare in ogni suo più recondito anfratto, anche quello che mai capiterà ad un giocatore di visitare. Il tutto rivisitando la storia dei videogame da parte del protagonista, nato nel 1969 e completamente dedito fino almeno al college, ai videogiochi, dagli inizi pionieristici fino alla creazione di un’industria oggi quasi senza rivali.

[Articolo scritto per Alias ma mai pubblicato]

 

Pixel e dintorni: il pensiero videoludico

conoscere_VGRecensione pubblicata sul Manifesto del 10.01.2015

UN LIBRO PER CONOSCERE (DAVVERO) I VIDEOGIOCHI 

Marco Pellitteri, sociologo dei media e dei processi culturali, e Mauro Salvador, dottore di ricerca in Culture della comunicazione, hanno pubblicato per Tunué il volume Conoscere i videogiochi: introduzione alla storia e alle teorie del videoludico. In maniera sintetica ma completa i due autori non ripercorrono solamente la storia del medium videoludico, ma espongono anche le correnti principali all’interno degli studi relativi, prendendo in esame preoccupazioni e polemiche innescate principalmente tra i suoi detrattori.

In particolare segnaliamo qui due ambiti che gli autori sviluppano con particolare attenzione: quello del rapporto tra videogiochi e educazione, inteso anche come rapporto tra l’approccio ludologico e quello pedagogico al medium, e quello del rapporto tra videogiochi e fumetti (tanto più che l’editore è noto soprattutto per le pubblicazioni in tale ambito).

Pellitteri e Salvador sottolineano – rispetto al primo – la divergenza tra le due sfere disciplinari tanto che l’approccio pedagogico spesso non sfrutta i risultati delle ricerche ludologiche avanzando solo mediante espressioni apodittiche, frutto più di un malinteso senso comune che di ricerche, come nel caso del giudizio espresso da Anna Oliverio Ferraris sulla pericolosità dei videogiochi per i bambini. Tali espressioni pure non fondate su ricerche documentate sono riprese dai media generalisti e diffuse aprioristicamente nel dibattito sociale e politico. Le ricerche ludologiche, ma anche il lavoro di pedagogisti e psicologi maggiormente interessati ai risultati che alla visibilità pubblica, hanno ormai raggiunto un notevole livello di approfondimento ma hanno risonanza unicamente all’interno della sfera accademica di riferimento, senza portare giovamento né alla consapevolezza comune, né alla capacità degli educatori – genitori, insegnanti, ecc. – di utilizzare il medium nella loro opera, né di contribuire ognuno con i propri strumenti intellettuali allo sviluppo degli studi. Il merito più grande pertanto di un libro come Conoscere i videogiochi è proprio quello di mettere a disposizione del lettore – non necessariamente quello specializzato, ma anche il semplice curioso – tutte le varie teorie, gli studi, le posizioni teoriche e i risultati delle ricerche, in modo che sia possibile al lettore stesso andare a recuperare i testi, confrontarli ed approfondire la conoscenza in merito.

Il secondo ambito è quello relativo al rapporto fumetto e videogiochi. Fino ad ora a livello di confronto tra i vari media, gli studiosi si sono occupati soprattutto del rapporto tra cinema e videogiochi, sia per evidenziare le reciproche influenze, sia per rimarcare la relativa distanza legata soprattutto all’interattività, tanto centrale (secondo molti ma non tutti) nel medium videoludico quanto completamente assente in quello cinematografico. Per quanto i due studiosi non compiano una disamina approfondita del rapporto limitandosi ad evidenziare in quali modi e casi storie ed elementi tipici della grammatica mediale del fumetto siano ripresi dai videogiochi senza neppure compiere il percorso inverso, ovvero indagare come il medium videoludico ispiri e contamini quello fumettistico, le riflessioni fornite in merito fanno desiderare e sperare per una più ampia futura trattazione. Tanto più in quanto, assai più del cinema, altri media sembrano avere rapporti di parentela con l’espressività videoludica: il teatro, ad esempio, i cui rapporti con gli ipermedia e coi videogiochi è stato indagato da Carlo Infante in Imparare giocando (Bollati Boringhieri, 2000), o la televisione, le cui intersezioni col medium videoludico non risultano ancora analiticamente approfondite. O, appunto, il fumetto, che tende ad acquisire, grazie alle pubblicazioni native digitali, aspetti dell’interattività videoludica.

Ripensare l’interattività nei videogiochi

Scan_20141209_193558Recensione pubblicata sul Manifesto del 27.12.2014

L’occasione per tornare sul tema del rapporto tra semiotica e videogiochi è offerto dal nuovo volume – il ventitreesimo – della collana Ludologica. Videogames d’autore di Unicopli a cura di Matteo Bittanti e Gianni Canova: Mondi paralleli. Ripensare l’interattività nei videogiochi. L’autore, Enzo D’Armenio, è dottorando in Semiotica presso l’Università di Bologna e ha collaborato con EC – la Rivista dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici –, con The Games Machine, con Players e con Marla – Cinema alla fine delle immagini oltre che con altri magazine online.

D’Armenio con questo suo studio entra consapevolmente nella dicotomia tra semiologi e ludologi e nella parallela diatriba che ha infiammato le schiere degli studiosi del medium videoludico tra coloro che sostengono la fondamentale importanza dell’elemento narrativo all’interno del videogioco e di coloro che tale importanza la negano nel modo più assoluto. Ovviamente, data la sua appartenenza all’ambito semiotico, D’Armenio sostiene che l’elemento narrativo sia costitutivo della testualità videoludica, ma si confronta con i primi due – seminali – volumi di Agata Meneghelli (Dentro lo schermo. Immersione e interattività nei god games e Il risveglio dei sensi. Verso un’esperienza di gioco corporeo, entrambi pubblicati da Unicopli), criticando la centralità dell’elemento “interattività” per sostituirlo con quello della spazialità e del movimento. Concetti che secondo l’autore possono anche aiutare a superare la dicotomia semiotica/ludologia.

D’Armenio mette alla prova le sue ipotesi su un ventaglio di giochi – Tetris, Street Fighter IV, Halo: Combat Evolved, Bioshock Infinite, Ico e Shadow of the Colossus, Red Dead Redemption, Resident Evil 2, Deus Ex: Human Revolution, Metal Gear Solid, ma soprattutto i due Portal – per mostrare praticamente l’analisi su titoli specifici.

In realtà l’analisi risolve alcuni problemi ma ne apre altri. La critica al concetto di interattività come centrale per definire lo specifico videoludico è stata avanzata un decennio fa all’interno dell’analisi non semiotica di Steven Poole Trigger Happy (Arcade Publishing): la motivazione – ripresa da D’Armenio – è che l’interattività offerta da un videogioco è estremamente più limitata e “guidata” autorialmente rispetto all’interattività offerta dal mondo reale. Il videogiocatore non ha mai a disposizione una “libera scelta” sull’azione da far compiere al proprio alter ego virtuale e le sue possibilità si riducono ad un più o meno stretto ventaglio deciso dallo sviluppatore. Al contrario il giocatore deve muovere nello spazio virtuale all’interno del videogioco una qualche forma di alter ego, o comunque deve far compiere azioni e spostamenti ad elementi all’interno di questo spazio. D’Armenio non concede spazio particolare al movimento del giocatore stesso (a differenza di Meneghelli che in Il risveglio dei sensi focalizza l’attenzione esattamente sui nuovi controller che concedono/richiedono maggiore libertà di movimento al giocatore): è la possibilità di muovere un corrispettivo all’interno del videogioco che crea lo spazio di una narrazione. E fondamentalmente è un peccato che D’Armenio non abbia considerato il testo di Michael Nitsche Video Game Spaces (MIT Press, 2008) che anticipa tale argomentazione con il pregio di contestualizzarla meglio. Per Nitsche infatti è vero che la possibilità di navigare spazi tridimensionali crea un movimento esplorativo che necessariamente è anche una forma di narrazione: il racconto di quella specifica esplorazione che si scopre diversa da giocatore a giocatore, anche all’interno di uno spazio identico, proprio perché ogni giocatore sceglie approcci e percorsi diversi. Ma per Nitsche ciò si limita appunto agli spazi tridimensionali che amplificano la realtà virtuale del videogioco creando effettive occasioni di esplorazione. Per Nitsche ad esempio non può considerarsi “esplorazione” il processo di “pixel hunting” (cioè della ricerca degli elementi utili all’interazione) in una classica avventura grafica, o il calcolo e la ricerca delle caselle libere in Campo minato/Prato fiorito. Ma se in effetti in videogiochi legati ad esempio alla risoluzione di puzzle, la ricerca di un soggiacente testo narrativo rischia di diventare operazione sterile e fine a se stessa, ciò non significa che il libro di D’Armenio sia di scarso interesse.

In particolare l’approccio semiotico al videogioco, grazie anche alle categorie di cui D’Armenio mostra concretamente l’uso in modo magistrale con titoli come Ico/Shadow of the Colossus o con i due Portal, potrebbe essere utilizzato per creare una tassonomia che sia indipendente da quella meramente merceologica che utilizza categorie povere e logore come “action adventure” o “first person shooter“. Uno dei pochi tentativi di affrancarsi dalle definizioni offerte dalle agenzie di PR che si occupano di videogiochi, pedissequamente riprese da siti e riviste specializzato è stato quello di Mark J. P. Wolf (studioso presente all’interno dell’International Advisory Board della collana Ludologica) nel saggio all’interno del volume da lui curato The Medium of the Video Game (University of Texas Press, 2002) dove tenta di offrire una serie di categorie basate esattamente sul tipo di interattività richiesto. Il fatto che tale tassonomia non sia però stata ripresa dalla comunità scientifica giustifica, almeno in parte, il ripensamento di D’Armenio sull’interattività come categoria fondante il medium. E tuttavia deve ancora arrivare chi possa essere in grado, utilizzando i vari contributi portati dagli studiosi di varie discipline, di creare tale tassonomia scientificamente fondata ed utilizzabile al di fuori di meri comunicati stampa per approfondire e sistematizzare la conoscenza del medium.